Stretto di Hormuz, l’Italia paga le conseguenze più dure della crisi energetica: lo spiega l’esperto Cazzola

Se la guerra in Iran continua, con le tensioni sullo stretto di Hormuz, rischiamo una crisi energetica? "Credo che la crisi già ci sia". Lo ha detto Pierpaolo Cazzola, esperto di energia, direttore del European Transport and Energy Research Center all'Università della California, Davis, e ricercatore al Center on Global Energy Policy della Columbia University. Intervistato da Fanpage.it per Scanner Live, Cazzola ha chiarito quali sono i rischi che l'Europa – e il mondo – affronta con il prolungarsi della guerra, e ha parlato anche del perché la risposta dell'Italia finora è stata poco convincente.
La crisi di energia, cibo e farmaci con la chiusura dello stretto di Hormuz
Come detto, la crisi energetica globale è già iniziata. "Lo si vede dai segnali che sono arrivati sul prezzo del petrolio, in particolare". A questo punto molto dipenderà dalle tempistiche: "Ovviamente se la crisi è di breve durata in qualche maniera si può tamponare. Se invece non è di breve durata la cosa diventa strutturale, problematica". L'economia "deve rispondere riducendo la domanda", e "La riduzione della domanda di energia in generale è associata a una contrazione economica". Che per l'Italia potrebbe anche significare recessione, come ha confermato il ministro dell'Economia Giorgetti.
Va detto che il blocco di Hormuz non colpisce solamente l'Europa: "Alcuni degli effetti sono negativi anche per i Paesi esportatori" di energia, perché anche loro hanno bisogno di importare altri prodotti. "Per esempio, il cibo. Ci sono anche export di fertilizzanti che hanno altri impatti legati alla sicurezza alimentare su scala globale". Così come si è parlato del rischio di una carenza di farmaci, nell'Ue, nei prossimi mesi se la situazione dovesse restare la stessa.
Se si parla di energia, però, i problemi sono soprattutto europei. "L'Europa è un importatore netto di petrolio". Con poche eccezioni, come la Norvegia, nessun Paese in Ue produce il proprio petrolio. "Quindi l'Europa è esposta negativamente a scenari di incremento del prezzo del petrolio, almeno finché non riesce a svincolarsi dalla dipendenza dalle fonti fossili".
Cosa sta facendo l'Italia
Il punto è proprio questo: chi è in grado di arrivare a fare a meno del gas e del petrolio? Certamente non l'Italia, in questa fase. "L'Italia storicamente ha diversificato il suo approvvigionamento energetico guardando di più al gas", ha spiegato Cazzola. I governi italiani, da ben prima di quello attuale, hanno scelto il gas per ragioni "economiche", perché "costa meno del petrolio" se si è in grado di trasportarlo "in modo efficiente e in grandi quantità", ma perché nel territorio italiano c'erano dei giacimenti che permettevano di abbassare il prezzo.
"Il rischio è che adesso, con la chiusura di Hormuz, anche il mercato del gas viene impattato. perché comunque il Qatar è un esportatore di LNG", ovvero gas naturale liquido. "Il mercato del gas sta evolvendo da un mercato di natura regionale a un mercato che ha più connotazione globale proprio grazie all'LNG", che si può trasportare più facilmente. "Quindi l'Italia è più esposta rispetto altri Paesi che invece hanno scelto strade più orientate verso l’elettrificazione, che sia con il nucleare o con le rinnovabili o tutte e due. Chi ha fatto quel tipo di scelta oggi si trova con un'economia più elettrificata e con meno esposizione al rischio della volatilità dei prezzi delle materie prime fossili, gas e petrolio".
Perché tornare a comprare il gas russo non è una soluzione
In Italia, però, il governo non è intenzionato a spingere in questa direzione. Dalla Lega – e anche dal Movimento 5 stelle, in termini leggermente diversi – è arrivata la proposta di limitare l'aumento dei prezzi dell'energia tornando a comprare gas dalla Russia, quando la guerra sarà terminata. Cazzola ha sottolineato che è una "scelta politica", poi ha chiarito: "Personalmente non sono d'accordo. Preferirei una risposta europea collettiva. C'è una guerra in atto tra la Russia e l'Ucraina, comprare gas russo vuol dire finanziare l'economia russa. È questo che vogliamo?"
Ci sono "altre strade, che sono difficili soprattutto nel breve termine, però la diversificazione energetica verso fonti diverse dal gas è una soluzione strutturalmente migliore". Oggi è possibile ottenerla ed è "anche conveniente da un punto di vista economico". Le rinnovabili oggi "costano meno". "Ci sono strumenti che hanno cercato di fare in modo che la parte di rinnovabili nel mix energetico italiano crescesse, e secondo me devono essere rinforzati".
Anche perché, sul piano tecnico, si rischia di incorrere in un altro problema. Quando i prezzi dell'energia fossile aumentano, se si prova a farli scendere ‘artificialmente', come avverrebbe comprando gas russo, i consumatori non si rendono conto che c'è meno gas a disposizione. Così, la domanda di energia non scende. "Se uno vuole cercare di risolvere il problema senza guardare alle rinnovabili, con effetto immediato, secondo me in quel caso deve pensare a come aiutare solo chi è più esposto". Così il prezzo dell'energia fossile sale, chi è più vulnerabile ha un sostegno, ma l'economia si rende comunque conto dell'incremento dei costi. E parte un "progresso collettivo verso soluzioni che sono strutturalmente migliori rispetto alla continua dipendenza dal gas e dal petrolio".