Crisi energetica in Italia, il piano del governo Meloni: taglio delle accise, smart-working e mezzi pubblici

La nuova crisi energetica non nasce dentro i confini europei, ma lungo una delle arterie più strategiche del sistema globale: lo stretto di Hormuz. È da qui, infatti, che transita una quota decisiva sui petrolio e gas, ed è qui che le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno prodotto un effetto immediato sui mercati: meno energia disponibile, prezzi più alti, maggiore incertezza. Quando una parte così rilevante dell'offerta globale si riduce (o rallenta), l'impatto non resta però confinato al settore energetico, si trasmette, anzi, rapidamente, all'intera economia, sui prezzi e, inevitabilmente, sulle scelte politiche dei governi.
È in questo scenario che si inserisce la risposta dell'esecutivo italiano, alle prese con una crisi che non nasce da dinamiche finanziarie ma da una carenza reale di offerta: meno petrolio disponibile, più competizione globale per accaparrarselo, prezzi che salgono e margini di intervento che si restringono sempre di più. Il piano del governo si muove ora lungo due direttrici parallele, che però faticano a trovare un punto di equilibrio: da un lato il tentativo di contenere nell'immediato l'impatto dei rincari, dall'altro la necessità (sempre più evidente) di prepararsi a una fase di scarsità destinata a durare ancora molto.
Il piano del governo Meloni contro la crisi energetica: il taglio delle accise
La prima linea di intervento scelta dall'esecutivo guidato da Giorgia Meloni è quella già sperimentata in passato: ridurre temporaneamente le accise su benzina e gasolio per contenere l'aumento dei prezzi alla pompa. Una scelta che punta a ridurre il prezzo alla pompa e a dare sollievo immediato a famiglie e imprese.
Una risposta politicamente comprensibile, perché interviene dove l'impatto è sostanzialmente più diretto e percepibile, ma una misura che si muove anche dentro un vincolo strutturale: se il problema è che il petrolio manca, abbassarne il prezzo non ne aumenta la disponibilità. Al contrario, rischia di sostenere la domanda proprio mentre l'offerta si riduce. Come ha spiegato a Fanpage.it Matteo Villa, direttore del PolicyLab dell'ISPI, in una crisi di questo tipo una parte rilevante delle risorse pubbliche finisce per alimentare la domanda globale e quindi i prezzi, trasferendo di fatto ricchezza verso i paesi esportatori di energia. Non solo: trattandosi di interventi generalizzati, il beneficio tende a concentrarsi su chi consuma di più, lasciando così più esposte proprio le fasce più vulnerabili. Si tratta poi di una misura temporanea, che deve essere rifinanziata di volta in volta, e che quindi espone il governo (e quindi il Paese) al rischio di dover scegliere tra nuove coperture o il ritorno pieno dei rincari.
Come si finanzia la misura: il nodo dei tagli alla spesa
Il secondo livello, meno visibile ma decisivo, riguarda il modo in cui queste misure vengono finanziate. Tagliare le accise significa rinunciare a entrate fiscali e quindi trovare altrove le risorse per compensare. Nel caso italiano, questo equilibrio è stato costruito attraverso una redistribuzione interna della spesa pubblica, con riduzioni che hanno coinvolto diversi ministeri, inclusa la sanità. È qui che il provvedimento mostra la sua natura più profonda: il sollievo immediato sul prezzo dei carburanti viene pagato attraverso una compressione di risorse destinate a settori strutturali. Si crea così un meccanismo a doppio livello: da una parte il beneficio visibile per cittadini e imprese, dall'altra un costo più nascosto che incide sul bilancio pubblico e sulla capacità di spesa futura dello Stato. Un equilibrio che regge nel breve periodo, ma che diventa sempre più difficile da sostenere se la crisi si prolunga.
Il piano di contenimento dei consumi: smart-working e maggior utilizzo dei mezzi pubblici
Accanto agli interventi sui prezzi, il governo starebbe lavorando poi anche a un piano di contenimento dei consumi energetici, in linea con le indicazioni europee. L'idea è quella di agire non solo sul costo dell'energia, ma anche sulla quantità utilizzata, incentivando un cambiamento nelle abitudini quotidiane: più ricorso allo smart working, meno spostamenti non essenziali, maggiore utilizzo del trasporto pubblico e una generale riduzione degli sprechi. È una linea che parte da una consapevolezza ormai difficile da ignorare: la crisi energetica non è solo una questione di prezzi, ma, piuttosto, di disponibilità. L'energia costa di più perché è anche più scarsa, e questo implica la necessità di consumarne meno. Questa impostazione fatica però a conciliarsi con le misure adottate sul fronte dei carburanti, come anticipavamo. Ridurne il prezzo mentre si invita a limitarne l'uso crea un evidente cortocircuito: da un lato si spinge verso il risparmio energetico, dall'altro si abbassa il costo proprio di ciò che si vorrebbe ridurre. Due strategie che rispondono a logiche diverse ma che, invece di integrarsi, finiscono per sovrapporsi senza trovare un equilibrio reale.
Il rischio macroeconomico: crescita debole e pressione sui conti
A rendere più complessa la gestione della crisi è poi il contesto economico italiano. Dopo anni di crescita rallentata, il Paese si avvicina infatti a una fase delicata, segnata anche dalla progressiva conclusione degli investimenti legati al PNRR. Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, appena pochi giorni fa, ha già indicato il rischio che, in presenza di prezzi energetici elevati e prolungati, il PIL possa entrare in territorio negativo nel 2026. In questo scenario, il governo starebbe quindi valutando anche la possibilità di chiedere all'Unione europea maggiore flessibilità, fino alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita (cioè delle regole che limitano deficit e debito pubblico), per poter aumentare la spesa pubblica e sostenere l'economia.La logica del governo è che senza margini di spesa aggiuntivi, diventa complicato intervenire per contenere l'impatto dei rincari. Sospendere quei vincoli significherebbe poter aumentare il deficit per finanziare aiuti a famiglie e imprese, replicando in parte quanto fatto durante altre fasi di crisi. Ma in questo senso c'è però un ostacolo politico e allo stesso tempo tecnico: Bruxelles, come ha ricordato lo stesso Giorgetti, apre a questa possibilità solo e soltanto in presenza di una crisi grave e conclamata. In altre parole, la flessibilità arriva quando la recessione è già in atto o comunque evidente.