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Guerra tra Iran, Usa e Israele

La guerra in Iran colpisce anche l’agricoltura italiana, allarme CIA: “Gasolio raddoppiato, fertilizzanti alle stelle”

Cristiano Fini, presidente della Cia-Agricoltori Italiani, spiega gli effetti della guerra sull’agricoltura italiana: “Il gasolio agricolo ha subito un rincaro del 100%. I fertilizzanti sono fuori controllo: l’urea è aumentata del 43%, mentre il solfato di ammonio segna un +20%. Con questi numeri far quadrare i bilanci è impossibile”.
Intervista a Cristiano Fini
Presidente della Cia-Agricoltori Italiani.
A cura di Davide Falcioni
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Cristiano Fini
Cristiano Fini
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La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele in Iran ha trascinato anche l’agricoltura italiana nel mezzo di una tempesta perfetta. Dopo due mesi dal blocco dello Stretto di Hormuz, i numeri che arrivano dalle campagne non sono solo allarmanti, ma insostenibili. Con il gasolio agricolo raddoppiato in meno di 60 giorni e i fertilizzanti diventati merce rara e costosissima, il settore primario si trova stretto in una morsa mortale.

Da un lato, costi di produzione che divorano i margini delle aziende; dall'altro, una Grande Distribuzione che non molla la presa sui prezzi d'acquisto, mentre i consumatori vedono il carrello della spesa gonfiarsi ogni settimana. Fanpage.it ne ha parlato con Cristiano Fini, presidente della Cia-Agricoltori Italiani, per capire come il conflitto in Iran stia silenziosamente svuotando le tasche dei produttori (e dei consumatori) e mettendo a rischio la sicurezza alimentare del Paese.

Presidente Fini, siamo ormai a quasi due mesi dall’inizio della guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz sta strozzando le rotte commerciali. Qual è l’impatto reale, oggi, per l’agricoltura italiana?

Guardi, l’impatto è purtroppo pesantissimo ed è esattamente quello che avevamo paventato nelle prime ore della crisi. Siamo di fronte a una mazzata che colpisce il settore su più fronti contemporaneamente. Il primo, quello più immediato e brutale, riguarda i costi di produzione. Parliamo di cifre che mettono a rischio la sopravvivenza stessa delle aziende: il gasolio agricolo ha subito un rincaro del 100%, raddoppiando di fatto una delle voci di spesa principali per chi sta in campo. Ma non è solo l’energia. I fertilizzanti sono fuori controllo: l'urea, che è fondamentale come concime azotato, è aumentata del 43%, mentre il solfato di ammonio segna un +20%. Capisce bene che con questi numeri far quadrare i bilanci diventa impossibile per migliaia di imprenditori.

Non si tratta solo di carburante e concimi. Registrate un effetto a catena anche su tutto ciò che serve tecnicamente per mandare avanti un’azienda agricola?

È un effetto domino. Il petrolio e il gas non servono solo a far muovere i trattori, sono la materia prima di quasi tutto ciò che usiamo. Stiamo vedendo rincari generalizzati sui mezzi tecnici, in larga parte tutti derivati del petrolio. A questo aggiunga l’aumento dei pezzi di ricambio per le attrezzature e i materiali per i nuovi impianti. È una tempesta perfetta: da un lato aumentano i costi delle materie prime, dall'altro l'impennata dei trasporti rende ogni componente incredibilmente più caro. Sia chiaro: a fronte di questa situazione, i prezzi corrisposti agli agricoltori non aumentano. Anzi, per alcuni prodotti strategici stiamo registrando addirittura una diminuzione. Penso al latte alimentare o al riso.

Ma come è possibile che se tutto aumenta, il prezzo del latte o del riso alla produzione scenda?

In questo caso sono dinamiche slegate dal conflitto a Hormuz, ma che rendono la situazione esplosiva. Sul latte c’è un’eccedenza di produzione a livello europeo, non tanto in Italia, che spinge i prezzi verso il basso. Sul riso, invece, subiamo la pressione di importazioni massicce che deprimono il valore del nostro prodotto nazionale. Il risultato però è lo stesso: l'agricoltore è schiacciato. E il consumatore pure. Perché mentre a noi pagano il prodotto come due mesi fa, o meno, i prezzi sullo scaffale dei supermercati sono già partiti verso l'alto. A marzo abbiamo avuto un aumento del carrello della spesa del 2,4%, con punte del 4,4% per i generi alimentari. È il solito schema: chi produce e chi consuma paga il conto, mentre nel mezzo qualcuno ci guadagna.

 Quindi la Grande Distribuzione Organizzata sta acquistando da voi agli stessi prezzi di prima nonostante la crisi energetica?

Sostanzialmente sì. C'è una pressione fortissima da parte dell'industria di trasformazione per alzare i listini verso la GDO, ma questo aumento non si scarica quasi mai in modo equo lungo la filiera. I produttori rimangono l’anello debole, quello che non ha potere contrattuale per dire "no, oggi il mio grano costa di più perché il gasolio è raddoppiato".

Spostiamoci sulla logistica. Lo Stretto di Hormuz è un imbuto fondamentale. Come sta influenzando il nostro export?

La contrazione è già visibile. Da un lato abbiamo perso i mercati dei Paesi direttamente coinvolti nel conflitto, che erano comunque sbocchi interessanti per il Made in Italy. Dall'altro, c'è il problema fisico del passaggio delle merci verso tutto l'Oriente. I dati sono ancora provvisori, ma la tendenza è preoccupante. Il problema maggiore riguarda le merci deperibili: ortofrutta e carni. Se non puoi passare da Hormuz, devi circumnavigare o cercare rotte alternative molto più lunghe. Giorni e giorni di navigazione in più significano costi di nolo stellari e, soprattutto, il rischio concreto che la merce non arrivi in condizioni ottimali.

Parliamo di politica. Non è un mistero che l'Italia sia molto allineata agli USA e a Israele, che il 28 febbraio hanno scatenato la guerra all'Iran determinando la situazione che ci ha descritto. Il Governo Meloni vi sta aiutando concretamente?

C'è stato un intervento, ma lo definirei parziale e decisamente insufficiente. Come CIA lo abbiamo chiesto per settimane, praticamente in solitudine: parlo del credito d'imposta sul gasolio agricolo. È una misura che avevamo già testato durante il Covid e che allora aveva dato un po' di respiro. Il Governo alla fine lo ha concesso, un'agevolazione fiscale del 20% per compensare gli aumenti, ma lo ha limitato al solo mese di marzo. È assurdo. Durante la pandemia la misura era trimestrale. Noi ora stiamo premendo con forza perché venga esteso almeno ad aprile e maggio. Ma serve molto di più di un semplice credito d'imposta.

 E l’Europa? 

L'Europa deve svegliarsi. Forse ancora più del Governo italiano, l'UE deve mettere in campo misure straordinarie. Non possiamo permetterci di trascurare chi produce cibo in un momento di incertezza geopolitica totale. La sicurezza alimentare è un asset strategico. Abbiamo chiesto formalmente la sospensione del Patto di Stabilità per lasciare liquidità alle imprese e una semplificazione normativa immediata per l'uso del digestato.

Spieghiamo meglio: cos'è il digestato e perché può aiutarvi in questa fase?

Il digestato è un fertilizzante organico che deriva dagli impianti di biogas. In un momento in cui i concimi chimici prodotti con il gas naturale sono inavvicinabili o introvabili, il digestato sarebbe la soluzione perfetta: è sostenibile, è circolare e lo produciamo noi. Ma siamo bloccati da una burocrazia asfissiante che ne limita l'uso. Inoltre, serve una strategia europea per tornare a essere produttori di fertilizzanti e non dipendere più totalmente dalle importazioni extra-UE.

Un'ultima questione: il tema della sicurezza alimentare globale. Il blocco dei fertilizzanti e dell'energia non rischia di innescare una crisi che va ben oltre i confini italiani?

Assolutamente sì. La sicurezza alimentare non è più qualcosa da dare per scontato. Tra tensioni geopolitiche e crisi climatica – che sta già devastando le rese produttive con siccità ed eventi estremi – siamo in una situazione di estrema fragilità. La popolazione mondiale aumenta, ma la nostra capacità di produrre cibo rischia di diminuire drasticamente se mancano energia e input tecnici. L'agricoltura deve tornare al centro dell'agenda politica mondiale. Se domani dovesse scattare un razionamento energetico, il settore primario deve essere escluso: senza gasolio, senza gas e senza elettricità le campagne si fermano. E se si ferma la campagna, non c'è scaffale del supermercato che resti pieno.

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