Gli spari, la fuga di Trump e l’arresto di Allen: l’attentato all’Hilton raccontato dai giornalisti in sala

"Hanno chiuso le porte tardi e siamo rimasti bloccati lì per mezz'ora. Ho visto una mia collega che piangeva, un'altra che tremava, le persone erano sotto shock. È il trauma di [pensare, ndr]: è successo alla cena dei corrispondenti, non è che è successo per strada. È successo in un luogo dove c'erano Trump e J. D. Vance. Se questi entrano e non trovano Trump (perché non pensavo che fosse uno solo), sparano su di noi, come pesci nel barile'".
È così che Iacopo Luzi, collaboratore dalla Casa Bianca per La Stampa, racconta a Fanpage.it i momenti immediatamente successivi all'attentato al Presidente americano Donald Trump durante la cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca che si è tenuta ieri, sabato 25 aprile, nella lobby dell'hotel Hilton di Washington.
Nessuna vittima, il Presidente ne è uscito indenne e il presunto attentatore – il 31enne californiano Cole Tomas Allen – che ha aperto fuoco a pochi metri dalla sala dell'evento, è stato arrestato. Le autorità stanno indagando sulle motivazioni del gesto avvenuto durante la festa annuale per la libertà di stampa, la prima a cui ha preso parte Trump nel corso dei suoi due mandati.

Delle oltre 2mila persone presenti alla cena, la maggior parte erano giornalisti: "Era chiaramente un'occasione d'oro per chi appunto volesse fare un attentato contro il Presidente e la presenza dei giornalisti poteva amplificare il significato di questo gesto perché, chiaramente, è stato riportato molto rapidamente e molto intensamente", spiega a Fanpage.it Paolo Mastrolilli, capo della redazione Usa di Repubblica, seduto al tavolo 219, vicino alla porta che l'attentatore voleva raggiungere.
"La cena dei corrispondenti per la Casa Bianca era appena cominciata, il presidente Trump era appena arrivato sul tavolo degli ospiti delle autorità e si sono sentiti circa quattro, cinque botti". Il giornalista, come molti dei presenti, all'inizio non aveva capito cosa fosse accaduto, "fino a quando un vicino mi ha dato una spinta e mi ha fatto cadere dalla sedia, dicendo di gettarmi per terra ed è quello che hanno fatto tutte le persone. Non sapevamo dove fosse chi stava sparando, ma i rumori erano molto vicini al [nostro, ndr] tavolo".
Il Presidente Trump e il Vicepresidente J.D. Vance sono stati immediatamente scortati fuori dalla sala dagli agenti dei servizi segreti, mentre gli ospiti sono rimasti sdraiati a terra, nascosti dietro le colonne o sotto le sedie per circa una mezz'ora, "dopodiché abbiamo visto che non succedeva altro e quindi una volta che le persone si sono alzate, essendo una sala piena di giornalisti tutti hanno iniziato a fare reporting su quello che stava accadendo".
Anche Iacopo Luzi racconta di aver preso subito il telefono per iniziare a riprendere la scena e "nel frattempo sono entrati un mare di agenti. L'obiettivo non era proteggere noi, perché la priorità dei servizi segreti è proteggere Trump, il vice presidente e la moglie. Io ho visto passare il direttore dell'FBI, Kash Patel, con il telefono all'orecchio e la faccia bianca".

Le modalità che avrebbero consentito all'attentatore di arrivare nei pressi della sala dell'evento sono ancora da chiarire, quello che si sa è che è riuscito a eludere la sicurezza al primo checkpoint, prima di essere fermato dagli agenti.
Il Washington Hilton Hotel non è nuovo a questo genere di eventi: anche il presidente Ronald Reagan aveva subito un attentato alla vita lì durante il suo mandato.
"La sicurezza in realtà ha funzionato perché l'attentatore è stato fermato prima di poter entrare nella sala, è anche vero però che forse se ci fosse stato un livello di sicurezza maggiore non sarebbe neanche arrivato al primo stadio dei controlli, quindi sicuramente qualcosa in più forse si poteva fare", dice ancora Mastrolilli.

La sicurezza per l'evento, infatti, era strutturata con diversi checkpoint. Nel primo bisognava mostrare il biglietto, poi si poteva scendere alle scale che portavano alla sala in cui si teneva la cena. Poi, al piano superiore rispetto alla sala si trovavano i metal detector e una schiera di agenti e, solo dopo altre scale, si arrivava all'ingresso della sala, dove si doveva mostrare nuovamente il biglietto.
Il perimetro dell'evento "secondo me, era sicuro […], ma fuori c'era solo isolato chiuso. Diciamo che forse il perimetro andava esteso, forse andava applicato doppio perimetro. […] Adesso sicuramente cambieranno i protocolli, i parametri".