Meloni a Fanpage: “Su spese difesa non devo giustificarmi con Trump”. Ma per il governo tornare indietro non sarà facile

Dopo la mancata uscita dalla procedura d’infrazione europea, il governo Meloni ha tirato il freno sul previsto aumento delle spese per la difesa. La premier Meloni a Fanpage.it dice che “nell’attuale contesto, la priorità è affrontare la crisi energetica”. Ma fare retromarcia sugli impegni per l’incremento del budget per il riarmo non è così semplice.
A cura di Marco Billeci
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In poche settimane, il governo Meloni è passato da considerare l'aumento delle spese militari una "scelta indispensabile" per difendere il Paese dalle nuove minacce, al tentativo di archiviare la pratica, almeno per quest'anno, perché "la priorità ora è il costo dell'energia" (Meloni dixit). Ma per il governo non sarà semplice rinunciare all'incremento dei fondi per la difesa, così come era previsto per il 2026. E non solo perché l'aumento risponde a impegni presi in sede Nato (e con l'amministrazione Trump). Ci sono altri motivi, che in queste ore agitano le stanze del ministro Crosetto.

Nel corso di una conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri a palazzo Chigi, Fanpage.it ha chiesto alla premier Meloni se un eventuale retromarcia sulle spese di Difesa nel 2026 sarebbe compatibile con le ‘promesse' fatte alla Nato e a Trump. "Non credo di dovermi giustificare per quello che faccio a difesa dell'interesse nazionale italiano" ha risposto Meloni. E ha continuato: "Non ho cambiato idea sul tema delle spese di difesa, considero che in questo scenario il tema della propria auto-capacità di difendersi non sia secondario, me ne assumo la responsabilità perché so che è un tema che non ha grandissima popolarità, ma penso che le persone responsabili debbano fare ciò che è giusto".

Poi però Meloni ha proseguito spiegando: "Oggi abbiamo un problema legato all'aumento dei prezzi del carburante, c'è il decreto accise in scadenza, c'è il tema degli autotrasportatori che mi preoccupa molto perché un aumento dei costi di trasporto finisce per impattare su tutta la catena di primo consumo e quindi diventa pesantissimo sul piano dell'inflazione". Quindi, "senza venire meno alle mie responsabilità sulle necessità di fare dei piccoli passi in avanti per rafforzare le spese di difesa, devo oggi dare la priorità a quello che accade a livello economico, perché se non ho più una nazione, non c'è neanche più bisogno che la difenda".

Conclusione del ragionamento della premier: "Magari non faremo tutto quello che potevamo fare o che dovevamo fare, cerchiamo di far quadrare i conti. Per me le spese per la difesa rimangono una priorità, ma nell'attuale contesto di crisi internazionale che noi abbiamo, il tema di calmierare i prezzi dell'energia, di impedire che impatti un'inflazione che ammazza la crescita, lo devo considerare un passo avanti".

La cautela di Giorgetti

La stessa cautela d'altronde è messa nero su bianco nel Documento di Finanza Pubblica (Dfp) approvato dal Consiglio dei Ministri il 22 Aprile scorso. Scrive il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti nel testo, che a causa della crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran "sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la difesa". L'incremento programmato era dello 0,15 percento quest'anno, a cui si sarebbe dovuto aggiungere un altro 0,15 nel 2027 e 0,2 nel 2028. Alla fine del triennio il budget della difesa avrebbe dovuto beneficiare di un innalzamento strutturale da 22,5 miliardi.

Nelle intenzioni della maggioranza, questo percorso sarebbe stato agevolato dell'uscita dalla procedura di infrazione, da raggiungere già nel 2026. Invece il rapporto deficit/pil è rimasto sopra il 3 percento. Attenzione, anche così, l'Italia potrebbe chiedere all'Europa l'attivazione della clausola di salvaguardia, che consente di spendere per la difesa l'uno e mezzo di pil in più all'anno, senza che questi soldi siano conteggiati nella spesa considerata per valutare il rispetto delle regole Ue.  L'esborso aggiuntivo però andrebbe calcolato all'interno del deficit, aggravando ulteriormente lo squilibrio nei conti pubblici italiani.

Una scelta impopolare

Più che tecnica però qui la questione è tutta politica, spiegano a Fanpage.it fonti di primo livello, che conoscono perfettamente i movimenti intorno al dossier. Nel pieno dell'incendio su energia e carburanti e con la campagna elettorale per le politiche alle porte, nessuno è pronto a intestarsi la battaglia per l'aumento della spesa militare. Non lo sono Giorgia Meloni e Fratelli d'Italia e tantomeno la Lega, da sempre ostile alla manovra. D'altra parte, anche dalle opposizioni, a parte qualche voce isolata, nessuno si incaricherà di rimproverare il governo per non aver rispettato gli impegni sulle armi.

E però tornare indietro sull'aumento della spesa militare per il governo vorrebbe dire rimangiarsi mesi di prese di posizione granitiche sul tema. Soprattutto da parte del ministro Crosetto, che da sempre descrive in maniera drammatica la situazione della sicurezza del Paese. "Il due per cento (di spese per la difesa ndr) non è più un punto di arrivo da tempo, ma solo di partenza"; "Dobbiamo recuperare un gap grande in tempi il più brevi possibile"; "L’aumento delle spese della difesa lo considero una necessità  per garantire la pace".

Queste sono solo una minima parte delle dichiarazioni rilasciate dal ministro nei mesi scorsi. Dal giorno dell'approvazione del Dfp, che prefigura la possibilità di ridimensionare gli impegni sul budget del suo ministero, però, Crosetto non ha ancora commentato l'ipotesi.  Sintomo di un imbarazzo e forse di una presa di distanza alla linea scelta dall'esecutivo. Sul tema delle spese militari, d'altronde, Crosetto e Giorgetti si erano scontrati pubblicamente anche nei mesi scorsi.

Il nodo dei programmi di riarmo da finanziare

La questione è destinata a riemergere nel corso del prossimo vertice Nato di luglio ad Ankara, dove Meloni sarà probabilmente chiamata a rendere conto delle sue scelte. Ma fonti di alto livello spiegano a Fanpage.it, che la questione non riguarda solo gli impegni internazionali. Ci sono anche i programmi pluriennali di riamo, già autorizzati dal parlamento, il cui avanzamento dipende dalla capacità di trovare le risorse necessarie nelle scadenze prestabilite. L'Osservatorio Milex ha calcolato che dall'inizio del governo Meloni le Camere hanno dato il via libera a 78 nuovi programmi d'investimento – caccia, fregate, carri armati etc… – per un totale di circa 36 miliardi totali previsti.

Sempre secondo i dati di Milex, gli impegni di spesa per questi progetti valgono 2 miliardi nel 2026 e 2,7 miliardi nel 2027. Piani che facevano affidamento sull'aumento delle spese militari, previsto dal governo. Se questo dovesse venire meno, spiegano le fonti a Fanpage.it, ci sono solo tre soluzioni possibili. Le prime due sono che i programmi vengano posticipati, oppure cancellati. Ma la più probabile – raccontano ancora le fonti a conoscenza del dossier – è che per trovare i soldi si spostino poste di bilancio da altri capitoli della Difesa, come il personale o i munizionamenti. E però, ad esempio, quello delle munizioni è un altro dei fronti su cui Crosetto ha più volte affermato che l'Italia oggi si trova scoperta.

In questo quadro si fa largo un'altra ipotesi, quella di far rientrare nello scostamento di bilancio da chiedere all'Europa per le spese della difesa, anche interventi in campo energetico. A ipotizzarlo è stata la stessa Meloni, nel corso della conferenza stampa a palazzo Chigi. "Se oggi chiedete a me che cosa siano le spese di difesa e sicurezza, il tema energetico ci sta dentro – ha detto la premier -. E quindi c'è anche il margine di lavorare su quello che è già stato autorizzato dal parlamento, modificando in parte le priorità verso cui ci si rivolge con quei provvedimenti".

In parole più semplici, si tratterebbe di chiedere che una parte del deficit autorizzato dall'Europa per le spese di difesa, possa essere utilizzato per interventi in tema di energia, perché anche questi impattano sulla sicurezza del Paese. A Fanpage.it che ha chiesto quali interventi potrebbero rientrare in questa manovra,  Meloni ha risposto: "Questo ancora lo dobbiamo definire". La mossa ricorda  – in un altro campo – il tentativo di comprendere negli investimenti per la difesa, progetti infrastrutturali come il Ponte sullo Stretto di Messina. In quel caso il tentativo non ha avuto successo. Vedremo se questa volta Meloni riuscirà a convincere l'Europa. E Trump.

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