Primo maggio, il governo Meloni lancia il salario giusto e dice no al salario minimo: le differenze

Il decreto Primo maggio è arrivato al via libera del governo. La misura varata dal Consiglio dei ministri oggi contiene la proroga di diversi bonus per le assunzioni: bonus giovani, donne, Zes. Ma c'è un paletto aggiuntivo, che per Giorgia Meloni è una "novità molto, molto importante". Questi incentivi andranno solo alle aziende che applicano un "salario giusto", per quanto riguarda i dipendenti privati.
Questa è la mossa con cui il governo prova a respingere le accuse dell'opposizione sul lavoro povero, e spuntare gli attacchi di continua a proporre il salario minimo a 9 euro l'ora – un'idea che aveva unito gran parte del campo largo quasi tre anni fa, e che la maggioranza decise di cestinare. Il "salario giusto" permette all'esecutivo di rivendicare un provvedimento che aiuta anche chi lavora prendendo stipendi da fame. Ma in cosa consiste, e quali sono le differenze con il salario minimo?
Cos'è il salario giusto introdotto dal governo Meloni e come si calcola
"Con salario giusto s'intende il trattamento economico complessivo percepito dal lavoratore, non solo dal salario orario ma da tutti gli elementi economici". La presidente del Consiglio ha iniziato così la spiegazione della misura, prima di lanciarsi in una critica al salario minimo. In parole povere, il "salario giusto" non deve tenere conto solo della paga oraria, ma di tutte le parti che compongono la busta paga, incluse le somme accessorie, eventuali indennità, bonus aziendali e così via. Per questo si parla di trattamento economico "complessivo".
Ma dove si fissa l'asticella? A determinare il salario "giusto" è "la contrattazione collettiva", come si legge nel decreto. "Noi crediamo nella contrattazione come strumento per costruire questo benchmark, non può essere il governo a stabilirlo. Per noi il parametro di riferimento sono i contratti collettivi nazionali stipulati dai sindacati e dalle imprese", ha confermato Meloni.
Per andare nel tecnico, si fa riferimento "al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale". Quindi, per ciascuna categoria – sono esclusi i dipendenti pubblici – si guarderà al Ccnl che è stato firmato dai sindacati più rappresentativi.
Chi applica un trattamento economico complessivo (non solo il salario orario, ma tutte le somme che finiscono in busta paga) che vale meno di quello fissato da tali contratti, è automaticamente escluso dagli incentivi per le assunzioni. Per i settori in cui un contratto collettivo non c'è, si guarderà al Ccnl per l'ambito più simile.
L'idea è di mettere pressione alle aziende: se vogliono avere gli sgravi contributivi per le assunzioni, saranno tenute ad applicare i contratti collettivi più rappresentativi che già esistono, o almeno un trattamento equivalente. Chi non lo fa rinuncerà agli incentivi. Rispetto alla norma per il salario minimo, non c'è un'asticella fissata dalla politica e non c'è una spinta ai contratti collettivi perché si avvicinino a quell'asticella.
Le differenze con il salario minimo per legge
La proposta per il salario minimo era impostata in modo decisamente diverso. L'idea era di fissare una soglia di pagamento orario a 9 euro lordi l'ora, sotto il quale i contratti non potessero essere considerati validi. L'introduzione sarebbe stata graduale, nel giro di qualche anno.
Per i lavori che già sono pagati di più, non sarebbe cambiato nulla. Per chi invece prende meno di 9 euro l'ora ci sarebbe stata una lenta salita, con incentivi statali per "accompagnare" la crescita delle somme. Lo strumento per spingere questi aumenti di stipendio sarebbe comunque stata la contrattazione collettiva. Lo Stato avrebbe fissato però un'asticella sotto la quale sarebbe stato impossibile scendere. Quel provvedimento, presentato nel 2023 dalle opposizioni, venne poi smontato dalla maggioranza.
Negli ultimi anni, più di una Regione governata dal centrosinistra si è impegnata a introdurre un salario minimo per gli appalti pubblici. Lo hanno fatto Toscana, Puglia e Sardegna, e sta lavorando a una misura simile la Campania. La presidente del Consiglio Meloni ha usato proprio la Puglia come esempio per criticare la norma.
"Nel caso dell'introduzione di un salario minimo orario, noi rischieremmo di costruire non un ulteriore parametro di garanzia ma, per paradosso, un parametro sostitutivo di un ammontare complessivo che oggi i contratti chiaramente rappresentano e costruiscono", ha detto, sostenendo in sostanza che si rischia "di rivedere a ribasso i diritti dei lavoratori". Qui il riferimento alla Puglia: "La giunta regionale ha deciso di applicare la misura del salario minimo orario nel bando per i servizi di portierato nelle sedi regionali: il risultato ottenuto è che i lavoratori si sono visti corrispondere una retribuzione più bassa".