C'è un dato chiaro e netto che emerge dal voto su Rousseau: gli attivisti del Movimento 5 Stelle, i militanti veri, lo zoccolo duro, hanno chiesto a Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti di smetterla con i giochetti e chiudere quell'accordo di cui si parla da settimane. Lo hanno fatto in massa, con una percentuale bulgara e non esattamente nelle migliori condizioni possibili, dato il ritardo con cui si è giunti alla consultazione, il peso specifico della stessa e la spaccatura evidente ai vertici del partito. La base grillina, insomma, ha detto chiaramente ai vertici che il futuro è con il PD, che è prioritario il sostegno a Giuseppe Conte, e che, a differenza di quanto fanno in molti tra i big del Movimento, non rimpiange l'alleanza con Matteo Salvini. In un partito normale, prendere atto di questo dato significherebbe rimettere in discussione tutto, linea politica e classe dirigente in primis. Certo, magari scelte di questo tipo andrebbero prese con discussioni più ampie, non limitate a qualche click last minute, ma una riflessione appare ineludibile, soprattutto alla vigilia di un percorso così complesso.

Nel Movimento 5 Stelle, invece, si continua a difendere l'alleanza con la Lega, l'esperienza di 14 mesi di governo, la ratio alla base del contratto e non si scorgono segnali di autocritica per lo schiacciamento sulle posizioni di Salvini: tutti elementi che hanno contribuito al travaso dei consensi verso il Carroccio alle ultime Europee. Piaccia o meno all'ala oltranzista dei 5 Stelle, il segnale che arriva dalla base è chiaro: si cambi pagina, è il momento della serietà e responsabilità. E soprattutto quello che gli 80mila su Rousseau hanno detto con chiarezza è che ci sono, che il percorso verso la definizione di una identità chiara e forte del M5s non può che passare dalla base, che è ora di ripensare modi e tempi del loro coinvolgimento. È una sfida che il gruppo dirigente deve prima capire e poi valutare nei diversi aspetti.

Di Maio ha tenuto il punto con il PD su alcune scelte programmatiche (e i bene informati dicono anche sulle nomine), riuscendo a portare a casa un programma in cui la discontinuità evocata da Zingaretti è relegata nella zona "varie ed eventuali". Ha gestito la crisi confidando nel fatto che la quasi totalità dei suoi interlocutori fosse disposta ad accettare qualunque cosa pur di non andare alle urne, cedendo solo ed esclusivamente sul ruolo del vicepresidente del Consiglio (legato a doppio mandato alla collocazione di Conte e dunque alla sua leadership nel Movimento). In questi anni è stato bravo nel ripensare il ruolo del M5s, trasformandolo nella forza che è garanzia della stabilità dell'assetto istituzionale e democratico. Per il Movimento si è trattato di una vera e propria rivoluzione, una mutazione genetica, avvenuta sulla scia dei risultati elettorali e dello scoppio della bolla renziana. Ma trasformare il movimento "fieramente populista" in una specie di Democrazia Cristiana 2.0, ovvero usare il feticcio del "post-ideologismo" per avallare qualunque porcata consentisse di non rompere con l'alleato e restare al potere, ha fatto esplodere le contraddizioni intrinseche al progetto. Tra cui quella della democrazia diretta predicata ma non praticata, dell'idea "uno vale uno" che è servita solo a mettere a tacere il dissenso, della preminenza dei programmi finita sempre in secondo piano rispetto alla realpolitik, della trasparenza come mero orpello retorico, mentre le decisioni erano prese in circoletti ristretti. Quanto accaduto in questi giorni è in tal senso emblematico.

Nella giornata di oggi Di Maio non ha voluto dire ai cronisti per cosa avesse votato, se per la chiusura definitiva del dialogo con il Partito Democratico o per l’abbraccio a Zingaretti al fine di sostenere il ritorno a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte. Di fatto, il capo politico non ha espresso una posizione in merito alla scelta più importante della storia recente del partito che guida. Un unicum nella storia politica italiana che francamente non è spiegabile soltanto con il "non siamo né di destra né di sinistra" ma semplici portavoce dei cittadini che hanno il compito di esaudirne il volere e applicare il programma del Movimento. Il punto è che in queste settimane, parallelamente alla crisi di governo, si è determinata una profonda spaccatura interna ai 5 Stelle, che ha visto su fazioni contrapposte i leader di ieri, di oggi e di domani. E se il Movimento non è esploso è stato grazie agli interventi di Grillo, alle scelte dolorosissime di Di Maio (la rinuncia alla vicepresidenza del Consiglio) e alla consapevolezza dell'abisso che si sarebbe determinato in caso di nuovo ritorno alle urne (anche per le decine e decine di parlamentari che non sarebbero mai più stati rieletti).

È l’elemento centrale da cui partire per capire cosa è successo in questi giorni, qual è stata la dinamica delle trattative e perché questo accordo nasce debole già in partenza e solo un deciso cambio di paradigma e di senso potrà garantire a Conte e alla sua squadra quella stabilità e fiducia di cui hanno necessariamente bisogno per affrontare le impegnative sfide delle prossime settimane. Di Maio e Zingaretti hanno condotto una trattativa per un accordo su cui entrambi nutrivano dei dubbi (per usare un eufemismo). Il segretario del Partito Democratico, che si era detto contrario a ogni ipotesi di dialogo con i 5 Stelle (e che solo qualche settimana prima, nelle sedi di partito, si era addirittura dovuto difendere dall'accusa di "tenere aperto un canale di comunicazione" coi grillini), è stato costretto a un triplo salto carpiato rovesciato dalla pressione combinata di parlamentari, dirigenti e media vicini al partito, cedendo praticamente su tutta la linea: no accordo, no Conte, discontinuità netta con la precedente esperienza e via discorrendo. Il capo politico dei Cinque Stelle ha condotto una trattativa tra ultimatum ai futuri alleati e vertici con le varie anime del Movimento, rendendo chiaro a tutti quanto fossero distanti le posizioni e non perdendo occasione per ribadire quanto trovasse incomprensibile lo strappo di Salvini. Persino poco dopo la comunicazione dell'esito del voto, ha ripetuto al leader leghista il solito concetto: avresti potuto esserci ancora tu al governo, invece hai voluto lasciarmi e ora…

Ecco, rivolgersi in questo modo all'ex non è esattamente il modo migliore per cominciare una nuova storia d'amore.