Siamo davvero giunti al punto di dover ricorrere a un blocco navale per “fermare le ONG” che salvano i migranti in mare aperto sulla rotta migratoria più letale del mondo? Pare di sì, o almeno ci si sta ragionando. All’ultimo stadio della polemica contro le attività delle organizzazioni non governative ci si è arrivati con una accelerazione, peraltro dai contorni non proprio chiarissimi. Dopo il caso della Sea Watch 3 e di quella che alcuni media hanno definito la “sfida di Carola Rackete a Matteo Salvini” (seguendo un copione del tutto funzionale alla propaganda del ministro dell’Interno), nel pieno delle polemiche sulla gestione del caso Alex (con il blocco di una nave battente bandiera italiana, con a bordo un parlamentare e 43 naufraghi), l’annuncio di un ulteriore provvedimento repressivo era tutto sommato atteso e coincide con una serie di misure inserite nel decreto sicurezza bis.

Lunedì sera, infatti, Matteo Salvini ha pensato bene di convocare il Comitato nazionale ordine e sicurezza per cominciare a impostare la nuova strategia per affrontare le ONG, evidentemente in cima alla lista dei suoi nemici. Fonti del Viminale hanno spiegato ad AdnKronos quali saranno le linee di azione: "Incremento dei controlli per ridurre le partenze (con utilizzo di radar, mezzi aerei e navali), presenza delle navi della Marina e della Guardia di Finanza per difendere i porti italiani, contatti con la Tunisia per migliorare e aumentare i rimpatri e per ridurre le partenze, invio di dieci motovedette italiane da consegnare alla Guardia Costiera Libica entro l'estate ed emendamenti al Decreto Sicurezza Bis per rendere più efficace il contrasto al traffico di esseri umani e aumentare le pene per scafisti e trafficanti".

Sull’ultima questione siamo già a buon punto (con il via libera a una serie di emendamenti in Parlamento, tra cui l'arresto per i comandanti delle navi), l’invio di nuove motovedette alla Libia è praticamente una formalità (dopo la prima discussione in Aula), per quanto concerne la Tunisia si registra già un primo passo di Salvini, con una lettera ufficiale per gettare le basi di un rafforzamento della cooperazione per rimpatri e sorveglianza. Più complessa l’ultima questione, quella che sembra interessare di più a Salvini: questa specie di blocco navale, che non sarà la versione della Meloni, ma che in ogni caso appare idea piuttosto singolare. E bizzarra. E senza alcun senso.

Qualche giorno fa la ministra della Difesa Trenta aveva sollevato la questione da un punto di vista teoricamente diverso, rivelando un colloquio con il quale aveva “avvertito” il ministro dell’Interno del fatto che “senza la missione Sophia” sarebbero tornate le ONG. In questo contesto, la ministra si dichiarava pronta a inviare le navi militari italiane per operare una azione di contrasto agli scafisti. Per capire di che parla Trenta bisogna fare un piccolo passo indietro. Nel maggio del 2015 il Consiglio Europeo trovava l’accordo sul quadro generale dell'operazione di gestione militare della crisi dei migranti, con il mandato “volto ad adottare misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso imbarcazioni e mezzi usati o sospettati di essere usati dai trafficanti di esseri umani nel pieno rispetto del diritto internazionale”. Alla fine di giugno partiva la prima fase di Sophia, la raccolta di informazioni sul modus operandi dei trafficanti, che si completava in circa un mese e apriva la strada alla partenza della seconda fase, che nell’ottobre del 2015 diventava ufficialmente EUNAVFOR MED – operazione Sophia, che teoricamente è ancora in corso (il mandato terminerà a settembre 2019) e vede(va) la partecipazione di 26 UE paesi su 28. La seconda fase veniva integrata con l’addestramento della Guardia Costiera libica, poi con la collaborazione con Frontex ed Europol e con la sorveglianza al traffico di petrolio. Il comanda è italiano e la fase tre, che difficilmente partirà (anche perché necessita di una risoluzione delle Nazioni Unite), si propone di “neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra”. Sophia ha determinato un controllo maggiore dell’area, contribuendo a mettere in salvo circa 45mila persone in due anni e mezzo, tutte portate in Italia. Come ha calcolato AGI, si tratta del 10% circa dei migranti sbarcati complessivamente in Italia. È importante sottolineare due punti: la missione non aveva il compito di fare search and rescue e non poteva (e non doveva) costituire un argine alla presenza delle ONG nello stesso tratto di mare.

La missione è stata de facto privata di senso dalle attività del governo italiano e dal 31 marzo (scadenza del mandato emesso dal Consiglio d’Europa) di fatto Sophia è praticamente ferma. Il legame tra le attività di Sophia e le partenze è insussistente, come si può leggere facilmente qui, così come il legame tra sbarchi e ONG non presenta solide basi statistiche.

Il blocco navale del governo italiano

È difficile capire cosa voglia fare davvero il governo italiano in questo contesto. L’ipotesi di fare una missione militare “simile” all’operazione Sophia è quantomeno bislacca, considerando che proprio l’Italia ha affossato Sophia e proprio l’Italia si troverebbe poi necessariamente a operare la search and rescue (aka portare i migranti in Italia) che pare essere diventata il vero problema del governo Conte. Peraltro, non si capisce in che modo possano essere superati quegli ostacoli che hanno impedito il varo della terza fase della missione europea (la necessità di una risoluzione ONU in primo luogo) e come si possa anche solo giustificare un’azione militare che contrasti non solo i trafficanti ma anche chi fa search and rescue. Lo ha spiegato Fabrizio Coticchia, professore di Relazioni internazionali, al Foglio:

Nella zona abbiamo già altre missioni militari, inclusa Mare sicuro […] e infine Sophia, che però è rimasta attiva soltanto come sorveglianza aerea. Adesso vogliamo cominciare una nuova missione che in qualche modo dovrebbe essere diversa da Sophia, ma non si vede come potrebbe finire a fare cose diverse.

Dunque, il governo sembrerebbe orientato a fare qualcosa di diverso, almeno stando alle indiscrezioni che arrivano da ambienti della Lega. Una specie di blocco navale per sbarrare i porti alle navi delle organizzazioni non governative e per provare a intercettare prima possibile i barchini fantasma, l’emergenza silenziosa di cui Salvini e i suoi parlano poco. Una misura spot, sostanzialmente, che servirebbe solo a replicare il caos determinatosi nelle ultime settimane a seguito dei casi Alex e Sea Watch 3, con la flotta schierata contro nevi delle ONG che trasportano naufraghi o contro barchini di migranti tunisini che dovrebbero comunque essere accolti in Italia, identificati e schedati, prima di essere poi rimpatriati. Un'idea che creerebbe situazioni di grande complessità e problematicità in mare, con la presenza di navi militari di stazza superiore a quella delle motovedette della GC o della Finanza che potrebbe costituire un pericolo per l'incolumità di tutti i soggetti presenti, militari, operatori delle ONG e migranti. Senza contare un particolare (non proprio di piccola entità), ovvero l'impossibilità di effettuare respingimenti, vietati dalla CEDU e della Convenzioni internazionali.

L'ennesimo tassello nel processo di criminalizzazione della solidarietà, stavolta con l'unico scopo di restituire l'idea di un paese in guerra contro qualche centinaio di migranti che cercano una vita migliore e contro qualche organizzazione non governativa che sta semplicemente facendo il lavoro che gli stati europei non fanno più. Il blocco navale come atto finale della propaganda, insomma.

Dal punto di vista legale, poi, la cosa è molto più complessa di quanto sembrerebbe. Un blocco navale richiederebbe un consenso pressoché unanime all’interno del governo e alcuni passaggi non di poco conto dal punto di vista legislativo. Trenta e Salvini dovrebbero trovare un accordo, avvertendo anche Toninelli, Tria garantire le coperture economiche, Conte dare il via libera e probabilmente anche Mattarella sarebbe chiamato in causa, come spiega Il Sole 24 Ore:

Ferma restando la libera scelta dell’esecutivo di pianificare la politica dell’immigrazione e l’impiego dei mezzi per il contrasto ai flussi di irregolari, un ricorso così imponente allo strumento militare non può non prevedere un passaggio anche con gli uffici del Quirinale visto, com'è noto, che il presidente della Repubblica è il capo supremo delle Forze armate. L’impiego in grande stile delle navi della Marina, poi, è costoso, e Salvini dovrà fare i conti con il collega titolare del Mef, Giovanni Tria. Comunque, secondo gli articoli 111 e 115 del Codice dell’ordinamento militare, la Marina svolge vigilanza «al di là del limite esterno del mare territoriale» e può integrare il ruolo della Guardia Costiera «in base alle direttive emanate d’intesa fra il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e il Ministro della difesa, sentite, se occorre, le altre amministrazioni interessate». La rivisitazione dell’impegno della Marina, se possibile, non sarà uno scherzo.

Unità di intenti che al momento non esiste all'interno del governo. AdnKronos anticipava il contenuto di una lettera di Conte che invitava all’unità e alla cooperazione i ministri: “Da alcune settimane stiamo assistendo a un progressivo incremento del numero di imbarcazioni che trasportano migranti che si approssimano alle nostre coste e sollecitano un attracco nei nostri porti. Diventa pertanto ancora più urgente coordinare le iniziative dei ministeri competenti, anche al fine di evitare che possano ingenerarsi sovrapposizioni o malintesi che finirebbero per nuocere alla nostra azione”.

Se i dissidi fermeranno questa follia, per una volta, non potremmo che esserne contenti.