La spallata decisiva al governo non è arrivata neanche stavolta: dopo l’Emilia Romagna, il Partito Democratico tiene la Puglia e la Toscana, il Movimento 5 Stelle si consola con la vittoria al referendum sul taglio dei parlamentari, Italia Viva registra percentuali da prefisso telefonico che scoraggiano ogni velleità di rompere l’accordo con Conte. Per la maggioranza, insomma, il senso è quello del pericolo scampato. L’assalto di Salvini e Meloni è nuovamente respinto, ma nel frattempo le truppe del centrodestra piazzano altre bandierine sul territorio, lasciando agli altri solo l’Emilia Romagna, la Toscana, la Puglia e la Campania.

Se però Meloni si consola con la conquista delle Marche, ormai ex Regione rossa e ora feudo di Fratelli d’Italia, Salvini prende una mazzata finanche inaspettata. Per la seconda volta l’ex ministro dell’Interno manda una sua fedelissima, Ceccardi, a schiantarsi contro il muro rosso, senza riuscire a mettere il cappello sulle altre vittorie del centrodestra: oltre al già citato Acquaroli, infatti, né Toti né Zaia sono da considerarsi salviniani. Il voto veneto è inoltre un plebiscito per Luca Zaia, che raccoglie i frutti della gestione dell'emergenza coronavirus e consolida l'idea che "un altro leader sia possibile" in casa leghista. Salvini, però, canta vittoria e ringrazia tutti, felice come mai prima. Certo, il referendum porta a compimento una riforma avviata quando la Lega era al governo, inserita nelle linee programmatiche del primo governo Conte e sempre sostenuta e votata dal Carroccio in tutti i passaggi parlamentari, ma in questo momento dire "taglio dei parlamentari" significa dire "vittoria del Movimento 5 Stelle" e soprattutto di Luigi Di Maio, che più di tutti è riuscito a intestarsene la paternità.

Proprio il ministro degli Esteri è quello che esce maggiormente rafforzato dalla tornata elettorale. Non solo è stato in grado di presentarsi come il volto della riforma, grazie a una campagna elettorale a tappeto (quasi da unico leader in campo), ma è riuscito a scegliere anche il momento giusto per un riposizionamento strategico sul fronte delle alleanze. Di Maio, che in passato era stato tra i più restii a cedere all'abbraccio con il Partito Democratico, è da settimane il più alacre tessitore di un accordo strutturale con Nicola Zingaretti e ha più volte criticato il modo in cui è stata gestita la partita dell'alleanza con i democratici in Puglia e nelle Marche. E ora, ne siamo certi, farà pesare questa sorta di "io lo avevo detto" tanto nel dibattito interno al Movimento che nei dintorni di Palazzo Chigi, per un riavvicinamento con il Presidente del Consiglio che potrebbe ridisegnare gli equilibri interni al Governo. Certo, da qui alla vicepresidenza del Consiglio il cammino è ancora lungo…

Il Presidente del Consiglio è l'altro convitato di pietra nel dibattito sui dati di elezioni e referendum. Si legge un po' ovunque la tesi secondo cui questo voto abbia rafforzato il Governo, ma personalmente non la trovo condivisibile, se non in minima parte. La posizione di Conte, a mio avviso, non è mai stata in discussione in questa tornata elettorale, sia per la centralità della questione Covid-19 (impensabile cambiare guida in questi mesi), sia perché la partita decisiva si gioca tra Bruxelles e i ministeri romani, con la gestione dei fondi del Recovery Fund che si preannuncia quantomeno complessa (senza neanche parlare dello spauracchio MES). Conte, al limite, è più saldo nella misura in cui i principali partiti della maggioranza sono freezati dall'esito del voto: il M5s si intesta la vittoria al Referendum ma resta completamente balcanizzato in correnti e fazioni contrapposte, Italia Viva registra percentuali da prefisso telefonico che scoraggiano ogni velleità di rompere l’accordo, il PD tiene Toscana e Puglia, lascia a De Luca il feudo campano ma rimanda soltanto la resa dei conti interna. La maggioranza, però, dimostra di non aver costruito nulla se non un patto di governo: né una piattaforma programmatica comune, né un accordo politico che sia spendibile con gli italiani, né di avere una leadership decidente, che possa convincere gli alleati ad abbandonare polemiche recenti e contrasti storici. Conte, in questo, ha fallito o non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo e dirimere la questione: è una figura terza, un leader di partito o una specie di federatore di un nuovo centrosinistra a trazione PD-M5s?

Difficile dirlo, così come è difficile tacere dell'ennesima clamorosa debacle del Movimento 5 Stelle a livello regionale. Certo, il focus era sul referendum, ma ormai se c'è una certezza è che i candidati grillini sul territorio non sono più competitivi, non rappresentano alcuna novità e non si portano dietro una classe dirigente che sia in grado di fare la differenza. Quando i 5 Stelle optano per alleanze con i partiti tradizionali, come in Umbria e Liguria, lasciano per strada pezzi di elettorato e non riescono a incidere: un rompicapo, insomma.

In questa maggioranza costitutivamente debole, che si regge su faide interne ai partiti e sul terrore di andare a casa degli stessi parlamentari che si sono auto-riformati, è perfettamente a suo agio l'altro protagonista di queste elezioni: il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti. Dopo essere passato con agilità dal “francamente no” all’indispensabilità e urgenza di un accordo politico coi 5 Stelle, dopo aver portato il Partito Democratico a un clamoroso voltafaccia sulla riforma della Costituzione (con un Sì arrivato dopo 3 voti contrari, sulla scorta di “correttivi” che si sono persi come lacrime nella pioggia), il governatore del Lazio si è detto “molto, molto soddisfatto” del pareggio. In realtà il PD si trova a festeggiare di non essere riuscito a perdere una Regione in cui governa da sempre, di aver rieletto un governatore che ha imbarcato nelle proprie liste chiunque e che non lesina bordate a governo e ministri del suo stesso partito, di aver assistito alla vittoria di Emiliano, malgrado l’assoluta incapacità di convincere renziani e grillini ad appoggiarlo. Con tutta la buona volontà, parlare di trionfo mi pare eccessivo.

E quindi, chi resta? Probabilmente stiamo guardando dal lato sbagliato, i veri vincitori non dovremmo cercarli a Roma, ma sui territori. Zaia, Toti, De Luca ed Emiliano sono la dimostrazione del peso che ha il governo del territorio sulle fluttuazioni del consenso, per ragioni profonde e strutturali che spesso prescindono dalle dinamiche politiche romane. L'emergenza legata alla pandemia ha rafforzato ulteriormente la connessione fra cittadini e Governatori, in un contesto in cui nessuno si è sentito fino in fondo di compiere un salto nel vuoto. I governatori uscenti hanno vinto oltre i partiti, in alcuni casi senza i partiti. E questo è un fatto.