Nadya delle Pussy Riot: “Mosca usa l’Italia e l’Ue per fingere che in Russia esista ancora libertà culturale”

“Sono da sempre di sinistra, il balaclava rosso delle Pussy Riot si ispira allo zapatismo e al subcomandante Marcos. Ma mi accusano di essere finanziata dalla CIA perché combatto Putin”. Nadezhda “Nadya” Tolokonnikova si sente privata anche della patria politica, oltre che della sua Russia. Musicista, artista concettuale e attivista politica, Nadya è la fondatrice del collettivo femminista Pussy Riot. È diventata un simbolo globale della dissidenza anti-Putin dopo essere stata condannata nel 2012 a due anni di colonia penale per una performance di protesta nella cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca. Oggi vive in esilio e continua a unire arte, femminismo e attivismo contro l’autoritarismo russo.
“La nostra azione alla Biennale di Venezia era arte”, spiega Nadya a Fanpage.it. Il blitz antagonista delle Pussy Riot davanti al padiglione della Russia di Putin è stato seguito dal terremoto e dai licenziamenti al ministero della Cultura. Non è dato sapere quanto abbia contribuito. Di sicuro, la performance punk ha fatto del “pasticcio” deplorato dal ministro Giuli un disastro mediatico da antologia. “Col ritorno della Russia la Biennale rischia di diventare irrilevante”, ha titolato il Financial Times a tutta pagina su una grande foto dell’irruzione, pugni chiusi in primo piano. “Biennale Riot” era invece il taglio centrale in prima pagina della Stampa. E via dicendo.

Nadya, avete assaltato la Biennale e immediatamente si è parlato solo delle Pussy Riot e non delle opere esposte. La vostra irruzione era un’opera d’arte?
"Sì, certo. Le Pussy Riot sono sempre state un collettivo artistico. Il nostro linguaggio è quello della performance e dell’“actionism”: arte come azione politica nello spazio pubblico. Anche quello alla Biennale di Venezia era un gesto artistico".
Se fossi incaricata di creare il padiglione russo del 2028, cosa vedrebbero i visitatori?
"Vedrebbero opere realizzate da prigionieri politici, da oppositori del regime. Possono essere anche post sui social. O disegni e piccoli oggetti creati in carcere. Molte opere sono minuscole, perché devono essere fatte uscire di nascosto dalle celle".
Come?
"Attraverso gli avvocati, i parenti, gli assistenti volontari. È un processo complicato: bisogna prima far uscire l’opera dal carcere e poi dalla Russia. E se vieni fermato rischi un procedimento penale. Sono piccoli artefatti che raccontano storie enormi".
Qual è la prima cosa che il carcere cerca di uccidere in una persona?
"La libertà interiore. Il carcere ti toglie la libertà fisica, ma non si ferma lì. Cerca di distruggere anche quella mentale, costringendoti a lavorare per ore in condizioni terribili, immergendoti continuamente nella paura e nell’aggressività. Alla fine il sistema prova a ridurti a una creatura spaventata, incapace perfino di immaginare qualcosa di diverso".
Hai minacciato di denunciare il padiglione russo…alle autorità russe. Perché ha mostrato un video delle Pussy Riot, cosa proibita dal regime. Di che li accusi, davvero?
"Ipocrisia e appropriazione. Parole che descrivono il regime di Putin. È paradossale che usino immagini e opere di persone che continuano a perseguitare. Io ho passato quasi due anni in carcere e ho ancora procedimenti penali aperti, in Russia. Le Pussy Riot sono state dichiarate “organizzazione estremista”. Questo significa che condividere le nostre immagini, sostenere pubblicamente il nostro lavoro o persino dire che apprezzi la nostra arte può diventare un reato.
Ma il Cremlino usa l’Italia e l’Europa per fingere che in Russia esista ancora libertà culturale. Ho voluto riportare questa contraddizione alla realtà: in Russia non si potrebbe nemmeno guardare quel materiale senza rischiare il carcere".

La Russia sta combattendo la guerra ibrida anche attraverso la cultura?
"Sì, e lo fa in modo molto intelligente. Quella di Putin è una nuova forma di dittatura: continua a definirsi democrazia e parla di libertà d’espressione mentre reprime chi dissente. È questo che rende il sistema così pericoloso: chi lo sostiene può dire di stare difendendo la libertà contro la censura occidentale. A volte ho la sensazione che usino la cultura per manipolare psicologicamente anche me. Il guaio è che in molti finiscono davvero per credere che Putin sia il leader della lotta contro la censura".
Tanti giovani in Italia criticano il neoliberismo e l’ipocrisia occidentale…
"A chi lo dici, è quel che faccio da quando avevo sedici anni…".
Ma il fatto è che spesso vedono la Russia di Putin come un contrappeso legittimo al sistema neoliberale dell’Occidente.
"Il regime di Putin economicamente fa parte dello stesso sistema contro cui queste persone credono di ribellarsi. È una vecchia storia: chi rifiuta il proprio sistema politico spesso finisce per idealizzare un dittatore “alternativo”. È successo anche nel Novecento. Amo Jean-Paul Sartre (Nadya ha studiato filosofia all’università statale Lomonosov di Mosca, ndr) ma anche lui rimase intrappolato in questa logica, lodando l’Unione Sovietica che però perseguitava intellettuali e filosofi.
Io sono sempre stata di sinistra. L’immaginario dei balaclava rossi delle Pussy Riot viene dagli zapatisti e dal subcomandante Marcos. Ma oggi mi sento politicamente senza patria, perché molti ambienti che consideravo “miei” mi accusano di essere finanziata dalla CIA solo perché combatto Putin".
Cosa diresti a una giovane progressista europea che vede il Cremlino come un alleato del Sud globale?
"Non vedo nessun vero sostegno al Sud globale da parte della Russia. Vedo sfruttamento economico e violenza. In Africa, la Russia si comporta come qualsiasi altra potenza predatoria. Spesso peggio. Giornalisti che indagavano sulle attività dei mercenari russi nella Repubblica Centrafricana sono stati uccisi. E il Cremlino reprime anche le comunità native delle diverse regioni della Federazione. Attiviste e attivisti per i loro diritti vengono arrestati, mentre il governo sfrutta l’immagine dei nativi a fini propagandistici. Vengono trattate come figure simboliche, per mostrare una falsa immagine di inclusione. La Russia è profondamente razzista. Un problema mai affrontato seriamente dal potere. Ogni Paese ha il suo lato oscuro. Ma in Russia il razzismo è spesso legittimato dallo Stato, che allo stesso tempo pretende di presentarsi come anti-coloniale. È una contraddizione enorme".
Sei una femminista. Perché i regimi autoritari sono così ossessionati dal controllo del corpo femminile, dalla sessualità e dai “valori familiari”? Com’è oggi la condizione delle donne in Russia?
"Non è più sicuro essere femministe in Russia. Prima del 2022 si poteva ancora parlare di diritti delle donne senza entrare direttamente in conflitto col potere. Ora non più. Il regime ha bisogno di nuovi corpi da mandare in guerra e quindi glorifica la maternità. Incoraggia persino le adolescenti ad avere figli. Si viene educate fin da piccole a pensarsi prima di tutto come future madri. Succede in molti sistemi autoritari: il controllo del corpo della donna diventa uno strumento politico".
Quando hai iniziato nei collettivi artistici antagonisti cercavi il cambiamento politico o la libertà personale?
"Per me le due cose sono inseparabili. Fin da adolescente ho capito che libertà personale e libertà politica si intrecciano continuamente. La performance era anche un modo per liberarmi dai condizionamenti imposti alle femmine. Sono cresciuta negli anni ’90, che pure furono un periodo relativamente libero per le donne russe. Ma mi era stato insegnato che il sesso fosse qualcosa di sporco e che una donna dovesse stare zitta e non occupare troppo spazio. Attraverso l’arte e l’attivismo ho imparato a essere “troppo”: troppo rumorosa, troppo visibile, troppo presente".
Sei su OnlyFans. La cosa ha schoccato chi voleva vederti solo come dissidente. Capitalismo digitale, sfruttamento del corpo femminile o dichiarazione politica sul corpo e l’autonomia?
"È una continuazione della mia esplorazione della sessualità, dei confini personali e del consenso. È uno spazio dove posso parlare apertamente di cose che normalmente vengono considerate tabù. Mi capita di dover spiegare a certi uomini il significato del consenso e dei limiti personali. C’è anche un elemento di gioco e di esplorazione del desiderio femminile, del potere e dei ruoli imposti dal patriarcato. E poi c’è l’aspetto pratico: mi garantisce indipendenza economica. Dedico tutte le mie energie all’arte, alla musica, all’attivismo e a mia figlia. Non voglio perdere tempo a inseguire finanziamenti o assegni di ricerca. E quei famosi soldi della CIA mica li ho mai visti, uffa".