Sinner al San Raffaele, il dott. Di Giacomo: “Esami per capire se c’è un substrato. Oltre i limiti non si va”

Il tennis moderno è uno sport che spinge il corpo e la mente oltre i limiti dell'immaginabile e quanto accaduto al Roland Garros a Jannik Sinner forse ne è la prova. Ma cosa succede esattamente quando la "macchina umana" si spegne all'improvviso? Per trovare risposte lontane dagli allarmismi e improntate al buon senso, abbiamo attinto alla professionalità e alle conoscenze del Dottor Giovanni Di Giacomo. Luminare internazionale della chirurgia ortopedica, specialista indiscusso della spalla e storico Responsabile Medico degli Internazionali BNL d'Italia e delle ATP Finals, il Dottor Di Giacomo ha avuto modo di vedere da vicino generazioni di fenomeni: dai tempi di Sampras e Agassi, passando per l'eleganza di Federer, fino all'agonismo di Nadal e Djokovic.
Pochi, al mondo, conoscono la biomeccanica e i segreti clinici dei tennisti di vertice meglio di lui. Con il suo occhio privilegiato da "medico dei campioni" nonché da grande appassionato, ci ha guidato in un affascinante viaggio dietro le quinte del circuito ATP. In questa lunga chiacchierata abbiamo affrontato i temi medici e sportivi più caldi del momento, partendo ovviamente da quanto accaduto a Parigi al numero uno del mondo sottopostosi in questi giorni a tutti gli esami del caso all'ospedale San Raffaele di Milano.
Paradossalmente Sinner era vicino alla vittoria, ma ha dato fin da subito l'impressione di non riuscire più a ragionare in prospettiva sulla partita e sul risultato. Che idea si è fatto dell'accaduto?
"Lui ha vinto i primi set, e poi dopo ha avuto questo problema su cui sta facendo anche dei test e dunque bisogna aspettare. Personalmente non ho trovato così anomala questa situazione, perché ogni organismo reagisce in maniera diversa al controllo del calore e alla perdita di elettroliti. Sodio, cloro e potassio vengono persi in quantità differenti in base anche a caratteristiche genetiche individuali. E lui aveva già avuto un paio di episodi di questo tipo. Probabilmente il sovraccarico di lavoro accumulato nelle settimane precedenti, l'intensità della partita e il caldo hanno favorito un'eccessiva perdita di potassio e cloro, provocando questo tipo di reazioni, che possono manifestarsi come avete visto tutti".

I controlli a cui si sta sottoponendo dunque rientrano pienamente nelle norme giusto?
"Poi è chiaro, è giusto quello che stanno facendo i medici: devono accertarsi, devono verificare se c'è un substrato di qualcos'altro. Va valutato tutto anche per poterlo aiutare in modo ulteriore rispetto a quello che sicuramente gli specialisti avranno già fatto. Però, al momento, non mi sembra una cosa così particolare".
Insomma si può stare tranquilli su Sinner?
"Sì Poi, in medicina, tutto può succedere e so che Sinner sta effettuando tutti gli accertamenti del caso. È giusto approfondire, come merita qualunque essere umano e, a maggior ragione, un atleta sottoposto a stress psicofisici di questo livello. Probabilmente, però, più che individuare una patologia, il vero obiettivo sarà capire come prevenire in futuro episodi di questo tipo".
Possiamo dire che rientra nelle normali dinamiche di un atleta, che non è certo un robot non crede?
"L'osservazione che sta facendo è intelligentissima. Esattamente, questo è il messaggio che deve trapelare. Non esiste un essere umano al mondo che possa andare oltre certi limiti. Lei pensa che qualcuno correrà mai i 100 metri in cinque secondi? No. Ci sono dei limiti oltre i quali non si può andare".

Lei ha seguito, monitorato e anche aiutato Novak Djokovic. La longevità di un atleta così è un caso sporadico? Si può lavorare su questo aspetto oppure stiamo parlando di un alieno, anche in ottica Sinner?
"La risposta è tutta nella genetica. I campioni longevi hanno due fattori che devono coincidere: la genetica e l'intelligenza, tra parentesi il buon senso. Ci sono soggetti che hanno un'ottima genetica ma la distruggono. Ci sono soggetti che sono ottimi ma non hanno una buona genetica e quindi più di tanto non possono fare. E poi c'è il fuoriclasse: quei campioni che hanno un'ottima genetica e la sanno gestire al meglio. Djokovic è un esempio eccelso".
Lei mi fornisce un assist, possiamo dire che la capacità di programmarsi è una forma di talento?
"Assolutamente. È esattamente quello che sta dicendo. Quando io parlo di genetica, nella genetica c'è anche il buon senso. Ci sono soggetti che geneticamente sono fortissimi, senza fare nomi nell'ambito dei calciatori, ma che non hanno avuto il buon senso di gestirsi al meglio. Sarebbero stati ancora più leggenda di quanto già non siano stati, se nella loro genetica ci fosse stato anche un po' di buon senso".
La programmazione è importante, l'abbiamo visto anche nel tennis. A tal proposito si parla tanto dei ritmi sempre più intensi. Lei ha un'esperienza lunghissima, anche per i ruoli che ha ricoperto. Cosa è cambiato rispetto al passato?
"Non è cambiato nulla. Mi ricordo già ai tempi di Sampras e Agassi, addirittura ai tempi di Corretja, quando esisteva già un'associazione dei giocatori che cercava di gestire meglio le dinamiche e i flussi delle partite e dei tornei. Parliamo degli anni Novanta, quando Corretja era presidente, ai tempi di Moyá e prima ancora di Nadal. Già allora il sindacato dei giocatori chiedeva una programmazione diversa. Ma questo non si è mai verificato per mille motivazioni e per i tantissimi interessi che ruotano attorno al tennis. Le problematiche, quindi, non sono cambiate: sono sempre le stesse".

Tornando un attimo su Sinner, lei che ha un occhio privilegiato da questo punto di vista è stupito dalla sua capacità atletica e mentale? Anche alla luce di quello che ci siamo detti sulla sua umanità?
"Io ho vissuto l'epoca di Nadal, quella di Djokovic e ho passato ore negli spogliatoi con Federer, fin da quando vinse il suo primo torneo indoor a Milano. Sono ragazzi che conosco bene. Il fuoriclasse è questo. Sono loro. Gli altri sono ottimi giocatori, ma loro appartengono a un'altra categoria: fanno la storia. Per questo Sinner non mi stupisce. Appartiene esattamente a quella categoria di campioni".
Ho letto della sua grande passione per il tennis e della sua lunghissima esperienza professionale: qual è lo sportivo al quale è più affezionato o che l'ha impressionata di più in tutti questi anni?
"Dal punto di vista personale sono particolarmente affezionato a Rafa Nadal, perché è stato l'unico giocatore che mi ha scritto una dedica sull'unico libro al mondo di medicina dello sport dedicato esclusivamente al tennis. È un libro che ho scritto insieme a colleghi americani e tratta tutte le patologie più frequenti nel tennis, dalla prevenzione al trattamento, sia dal punto di vista medico sia chirurgico. Rafa mi ha lasciato una bellissima dedica e, quindi, se devo rispondere sul piano personale, dico sicuramente lui. Detto questo, tutti i nomi che abbiamo citato prima sono ragazzi eccezionali, dai quali c'è sempre qualcosa da imparare".

Dottore come possiamo rendere l'idea di quanto sia difficile per un atleta diabetico con Zverev giocare a questi livelli e vincere?
"Assolutamente sì. È difficilissimo, nel modo più assoluto. Sono campioni, altrimenti non si chiamerebbero campioni. Per questo rappresentano un esempio straordinario, soprattutto per le nuove generazioni. Poi consideri un'altra cosa: i top 10 del tennis mondiale sono soltanto dieci. Quanti calciatori famosi conosce nel mondo? Centinaia. Un ragazzo che sogna di diventare calciatore ha centinaia di possibilità di giocare in Italia, in Francia, in Germania. Solo tra Serie A e Serie B italiane ci sono circa 500-600 professionisti. Faccia lo stesso ragionamento per Argentina, Brasile, Germania, Francia: parliamo di migliaia di giocatori che possono realizzarsi come professionisti. Nel tennis, invece, le possibilità sono pochissime. Dopo il numero 15 o 16 del mondo, probabilmente anche lei farebbe fatica a ricordare tutti i nomi".
Com'è cambiato l'atleta negli anni? Lei lo ha osservato da una prospettiva diversa rispetto a noi appassionati o giornalisti.
"È cambiato, su questo ha ragione.Perché oggi ha molte più possibilità di informarsi. Penso, ad esempio, a Djokovic: studia, si informa e quando ha un problema alla spalla viene a parlarti di anatomia della spalla e di biomeccanica. Gli atleti hanno capito l'importanza di conoscere direttamente il proprio corpo, senza troppi intermediari. E oggi, rispetto a trent'anni fa, è molto più semplice aggiornarsi: c'è internet, c'è l'intelligenza artificiale e un atleta che vuole capire cosa gli sta succedendo può farlo con estrema facilità e con informazioni anche piuttosto attendibili. Da questo punto di vista è cambiato sicuramente".