“Sinner non soffre il caldo per i capelli rossi, ma certi limiti non si cancellano”: parla l’esperto

Il malessere accusato da Jannik Sinner durante il Roland Garros ha riacceso il dibattito pubblico sulle condizioni di gioco estreme nel tennis professionistico e, più in generale, sul rapporto tra genetica, prestazione sportiva, stress ambientale e protocolli sportivi. In particolare, si è diffusa l'ipotesi che alcuni tratti genetici, come quelli associati ai capelli rossi, possano incidere sulla tolleranza al caldo e spiegare episodi di affaticamento improvviso in campo. Nell'intervista a Fanpage.it, il professor Alessandro Miani (esperto di Medicina Ambientale) affronta questi temi con un approccio rigorosamente scientifico, invitando alla prudenza e mettendo in guardia da letture semplificate. L'analisi si allarga alle dinamiche più ampie che influenzano la performance atletica: caldo, umidità, idratazione, carico agonistico, acclimatazione e condizioni del campo. Un insieme di fattori che rende ogni caso clinico complesso e non riducibile a una sola causa, genetica o psicologica che sia.
Professore, il gene legato ai capelli rossi può influire anche sulla capacità del corpo di regolare la temperatura e spiegare malori improvvisi come quello di Sinner?
"La risposta deve essere molto prudente: allo stato attuale delle conoscenze non possiamo dire che il gene associato ai capelli rossi spieghi un malore da caldo o da sforzo. Il gene più spesso chiamato in causa è MC1R, coinvolto nella pigmentazione cutanea, nella maggiore sensibilità ai raggi ultravioletti e, secondo alcuni studi, anche in alcune differenze nella risposta al dolore o ad alcuni anestetici. Ma non esiste una prova scientifica solida che colleghi direttamente MC1R, capelli rossi o feomelanina a una minore capacità di termoregolazione durante una partita di tennis".
Cosa è successo a Jannik?
"Nel caso di Sinner, inoltre, non possiamo fare diagnosi a distanza. Nausea, debolezza, crampi o vertigini possono derivare da una combinazione di fattori: carico fisico, caldo, umidità, esposizione solare, durata del match, stato di idratazione, eventuale malessere preesistente, recupero e condizioni ambientali complessive del campo".
Alcuni studi ipotizzano differenze nella sintesi della vitamina D legate alla pigmentazione della pelle in condizioni di scarsa luce solare.
"La pigmentazione cutanea può influire sulla sintesi della vitamina D, perché la melanina modula la quantità di radiazione UVB che raggiunge gli strati cutanei coinvolti nella produzione di vitamina D. Questo però è un tema diverso dalla tolleranza al caldo durante uno sforzo atletico estremo".
Esiste una correlazione scientificamente dimostrata tra queste varianti genetiche e la capacità dell'organismo di tollerare caldo e umidità durante lo sforzo fisico, oppure i casi di malessere negli sportivi dipendono principalmente da fattori come allenamento, idratazione e condizioni ambientali?
"Oggi non possiamo affermare che le varianti genetiche legate al fenotipo rosso o alla pelle chiara determinino una minore capacità di tollerare caldo e umidità durante una partita. I casi di malessere negli sportivi sono spiegati soprattutto da fattori multifattoriali: temperatura dell'aria, umidità relativa, irraggiamento solare, ventilazione, temperatura della superficie di gioco, durata e intensità dello sforzo, idratazione, perdita di elettroliti, acclimatazione al caldo, stato di salute e recupero. La genetica può contribuire alla variabilità individuale, ma non può essere usata da sola per spiegare l'episodio".

Se la pelle chiara risponde in modo diverso al sole, lo staff medico di un top player come Sinner quanto deve personalizzare l'integrazione e la termoregolazione rispetto a un atleta con una genetica diversa?
"La personalizzazione è fondamentale, ma deve basarsi su dati clinici e fisiologici misurabili, non soltanto sul colore della pelle o dei capelli. Per un atleta con pelle chiara è certamente importante curare in modo particolare la fotoprotezione: protezione solare, abbigliamento, gestione dell'esposizione e prevenzione delle scottature. Ma l'integrazione e la termoregolazione vanno personalizzate su parametri oggettivi.
Cosa va fatto?
"Uno staff medico di alto livello dovrebbe valutare il tasso di sudorazione, la perdita di sodio, le variazioni del peso corporeo durante lo sforzo, la risposta al caldo in allenamento, la storia di crampi o malesseri, i livelli di vitamina D, gli esami ematici, lo stato di idratazione e le strategie di cooling più efficaci per quel singolo atleta. In altre parole: il fenotipo può suggerire attenzione, ma non sostituisce il monitoraggio medico-sportivo individuale".
Spesso si associa la pelle chiara solo al rischio di scottature. Qual è invece il legame biochimico tra la produzione di feomelanina, tipica dei rossi, e la predisposizione a crampi precoci e vertigini sotto sforzo estremo?
Qui bisogna essere molto chiari: un legame biochimico diretto tra feomelanina e predisposizione a crampi precoci o vertigini sotto sforzo estremo non è dimostrato. La feomelanina è rilevante soprattutto per la risposta cutanea ai raggi ultravioletti e per la minore fotoprotezione rispetto all'eumelanina. I crampi e le vertigini in condizioni di caldo e sforzo estremo dipendono invece da meccanismi diversi: fatica neuromuscolare, perdita di liquidi ed elettroliti, riduzione del volume plasmatico, stress cardiovascolare, ipertermia, difficoltà di dissipazione del calore, nausea, possibile riduzione della perfusione cerebrale e, in alcuni casi, uno stato di malessere già presente. Attribuire i crampi alla feomelanina sarebbe quindi scientificamente improprio".

Non è la prima volta che Jannik soffre in condizioni di caldo estremo. Questo suggerisce che il suo corpo ha una vera e propria "soglia di tolleranza termica" più bassa rispetto ai colleghi fototipo 3 o 4, come gli atleti sudamericani o mediterranei?
"Una storia di episodi ripetuti in condizioni di caldo merita attenzione medica, ma non autorizza a concludere che Sinner abbia una soglia termica più bassa perché ha pelle chiara o capelli rossi. Il fototipo non è un indicatore affidabile della tolleranza al caldo. È utile per valutare la risposta della pelle al sole, il rischio di eritema e la fotoprotezione, ma non misura da solo la capacità di sostenere uno sforzo in ambiente caldo-umido. La tolleranza al caldo è individuale e variabile. Dipende da acclimatazione, allenamento specifico, stato di salute, sonno, recupero, idratazione, perdita di sali, carico agonistico, stress psicologico e condizioni ambientali della giornata.
Quindi, sono altri i parametri da prendere in considerazione.
"In un atleta d'élite, più che confrontare fototipi, avrebbe senso misurare in modo oggettivo la risposta fisiologica personale al caldo attraverso test di acclimatazione, monitoraggio della sudorazione, strategie di raffreddamento e raccolta dati in allenamento e in gara".
Nel tennis moderno si cura ogni dettaglio, dall'alimentazione alla biomeccanica. Secondo lei, lo staff medico di un atleta d'élite con il fenotipo di Sinner può ‘ingannare' la genetica?
"Lo staff può ottimizzare moltissimo, ma non può cancellare i limiti biologici. Si può lavorare su acclimatazione al caldo, pre-cooling, cooling vest, ice towel, bevande fredde, idratazione personalizzata, apporto di sodio e carboidrati, recupero, sonno, abbigliamento tecnico e monitoraggio fisiologico. Tutto questo può migliorare la capacità dell'atleta di tollerare condizioni difficili. Ma quando il carico termico è molto elevato, soprattutto con umidità alta, forte irraggiamento solare, scarsa ventilazione e lunga durata del match, il corpo deve comunque dissipare calore. Se la produzione interna di calore supera la capacità di dispersione, nessuna strategia può garantire sicurezza assoluta".
Esiste un limite biologico invalicabile quando si superano i 32-34°C sul campo?
"Il limite non è un numero fisso, 32 o 34°C, ma la combinazione tra temperatura dell'aria, umidità, sole, vento, superficie del campo, durata dello sforzo e condizioni dell'atleta quel giorno".

L'affermazione "qualsiasi essere umano a quelle temperature soffrirà, rosso di capelli o no" azzera le differenze genetiche davanti all'estremizzazione del clima. È d'accordo?
"Quell'affermazione contiene una parte importante di verità: quando il carico termico diventa elevato, qualunque organismo umano viene messo sotto stress, indipendentemente dal fenotipo. Le differenze individuali esistono, ma non cancellano i limiti fisiologici della termoregolazione. Se il corpo produce molto calore con lo sforzo e l'ambiente non consente di disperderlo in modo efficace, il rischio aumenta per tutti".
Il tennis del futuro dovrà rassegnarsi a diventare uno sport indoor o serale per sopravvivere alla crisi climatica?
"Il tennis non dovrà necessariamente diventare solo indoor, ma dovrà adattarsi in modo più deciso alla crisi climatica. Serviranno più match serali, fasce orarie protette, maggiore uso dei campi coperti quando disponibili, zone d'ombra, aree di raffreddamento, idratazione accessibile e protocolli basati non solo sulla temperatura dell'aria, ma sul WBGT, cioè su un indicatore che integra temperatura, umidità, radiazione solare e vento. Dal punto di vista della Medicina Ambientale, il campo da tennis non è solo uno spazio sportivo: è un vero microambiente climatico. La temperatura del suolo, il tipo di superficie, terra battuta, erba, cemento, acrilico o materiali sintetici, la capacità del terreno di assorbire o riflettere calore, l'irraggiamento solare, la ventilazione, l'umidità relativa, l'ombra disponibile e perfino la temperatura percepita dagli operatori a bordo campo contribuiscono all'ecosistema complessivo dell'evento".
Il caso di Sinner al Roland Garros ha riacceso il dibattito sulla tutela della salute nel circuito ATP. Dal punto di vista della Medicina Ambientale, ritiene che i protocolli attuali contro il caldo estremo, come l'Extreme Weather Policy, siano ormai obsoleti di fronte al cambiamento climatico?
"Non direi che siano completamente obsoleti, ma certamente devono diventare più evoluti, dinamici e preventivi. Il WBGT è uno strumento molto più adeguato della sola temperatura dell'aria perché considera anche umidità, radiazione solare e vento. L'indice nasce negli Anni Cinquanta, è stato poi standardizzato e aggiornato nelle norme tecniche internazionali, tra cui la ISO 7243:2017. Nel tennis professionistico, l'ATP ha introdotto dal 2026 una Heat Policy basata su soglie WBGT, con misure di raffreddamento e possibile sospensione del gioco".
Tuttavia, la Medicina Ambientale ci invita a fare un passo ulteriore.
"Non basta misurare il caldo ‘generale', bisogna misurare e gestire il microclima reale del campo. Un campo in terra battuta non si comporta come un campo in erba o come una superficie dura sintetica. La superficie può trattenere calore, modificare la radiazione riflessa, cambiare la velocità del gioco e incidere sulla fatica. Anche la velocità dell'aria nell'area di gioco, la presenza o assenza di ombra, la temperatura del suolo e la durata dell'esposizione sono cofattori essenziali. Il protocollo, quindi, non dovrebbe proteggere solo il tennista, ma l'intero ecosistema umano dell'evento: giocatori, raccattapalle, giudici di linea, arbitri, staff tecnico, medici, fisioterapisti, operatori televisivi, personale di sicurezza e pubblico".

Alla luce del malessere accusato da Sinner e altri colleghi nello stesso torneo, la programmazione dei match e la durata dei tornei dello Slam, al meglio dei 5 set, è ancora sostenibile dal punto di vista medico-ambientale?
"È sostenibile solo se viene ripensata alla luce del cambiamento climatico. Il tennis al meglio dei cinque set è una tradizione sportiva importante, ma nelle giornate di caldo estremo può diventare un carico fisiologico molto rilevante. Dal punto di vista medico-ambientale, la sostenibilità non riguarda soltanto la durata del match, ma il contesto in cui quel match si svolge".
Ci spieghi meglio.
"Servono criteri più integrati: programmazione nelle ore meno calde, possibilità reale di spostare gli incontri, pause di raffreddamento, monitoraggio WBGT sul singolo campo, valutazione della temperatura della superficie, accesso a zone di raffreddamento e maggiore attenzione ai tempi di recupero. La domanda non è se il tennis debba rinunciare alla propria identità, ma se possa continuare a ignorare che il clima in cui quella identità si esprime è cambiato".
Sinner è rimasto in campo per orgoglio, sportività, professionalità: ma cosa ha rischiato e cosa gli sarebbe potuto accadere?
"In generale, quando un atleta continua a competere in presenza di debolezza marcata, nausea, crampi, vertigini o difficoltà di coordinazione, i rischi non sono banali. Si può andare da un esaurimento da calore a un collasso, fino a quadri più gravi come il colpo di calore da sforzo, che rappresenta una vera emergenza medica. Nei casi severi possono comparire alterazioni dello stato mentale, vomito persistente, perdita di coordinazione, danno muscolare, alterazioni elettrolitiche, problemi renali e, nei quadri estremi, danni multiorgano. Questo non significa che Sinner abbia avuto tutto questo, né possiamo affermarlo senza dati clinici. Ma spiega perché, in condizioni di caldo estremo, la tutela della salute deve prevalere sull'idea eroica del ‘restare in campo a tutti i costi'. La professionalità vera non è solo continuare a giocare: è anche riconoscere quando il corpo sta superando un limite di sicurezza".
Boris Becker e altri ex tennisti oggi opinionisti sostengono che il malessere di Sinner "non può essere un problema fisico, ma mentale". È plausibile?
"È plausibile che la componente mentale abbia avuto un ruolo, perché nei grandi match pressione, aspettative, tensione competitiva e difficoltà nei momenti decisivi possono influire sulla lucidità, sulla percezione della fatica e sulla gestione della prestazione. Ma sarebbe una semplificazione eccessiva dire che ‘non può essere fisico'. Nel caldo estremo corpo e mente non sono separati. Il caldo può ridurre lucidità, coordinazione, tempi di reazione e capacità decisionale. La fatica fisica può aumentare la vulnerabilità mentale, così come lo stress mentale può amplificare la percezione dello sforzo e peggiorare la gestione fisiologica della gara".
Quindi, è sbagliato ragionare su piani separati.
"In medicina dello sport e in medicina ambientale non si ragiona per compartimenti stagni: ambiente, corpo e mente interagiscono continuamente. Quindi l'ipotesi mentale è possibile, ma non può cancellare il dato ambientale e fisiologico. Senza dati clinici, metabolici e fisiologici, resta un'interpretazione giornalistica, non una conclusione medica".