Gipo Arbino: “Sinner al Roland Garros ha avuto uno scompenso, non era il caldo. Deve indagare assolutamente”

Il Roland Garros ha perso improvvisamente quello che sembrava essere il suo faro. Il crollo fisico e inaspettato di Jannik Sinner, fermatosi bruscamente per un malessere quando sembrava in totale controllo del match contro Cerundolo, ha lasciato un vuoto nel tabellone parigino e tanti interrogativi tra gli appassionati. Il campione azzurro ha dimostrato di essere umano, riaprendo i giochi in uno Slam che ora cerca disperatamente un nuovo padrone. Per capire cosa scatti nel corpo e nella mente di un tennista in quei frangenti, Fanpage.it ha interpellato una delle voci più sagge, genuine ed esperte del panorama italiano: Gipo Arbino.
Storico allenatore di Lorenzo Sonego, che ha plasmato e accompagnato dai campi regionali torinesi fino all'élite del tennis mondiale, Arbino è un tecnico che ha vissuto sulla propria pelle l'evoluzione di questo sport. Sempre sul pezzo e capace di evolversi di pari passo con il tennis, il coach piemontese, che segue oggi atleti esperti come Travaglia e giovani promettenti come Filippo Romano, non si è limitato a un'analisi lucida sul "caso Sinner" e sulle nuove gerarchie parigine che vedono Zverev tra i favoriti.
L'allenatore ha parlato del dietro le quinte del tennis moderno: dal pericolo rappresentato dai genitori troppo invadenti ("il rischio è voler emulare i campioni troppo presto"), alla necessità di imporre regole ferree ai giovani talenti, fino a una grande lezione di sport, dove l'essere un "grande uomo" è il prerequisito fondamentale per diventare un grande atleta. Senza dimenticare un sorriso per il suo Sonego e una dura condanna per le ombre del recente derby calcistico di Torino.
Gipo che idea si è fatto dei problemi di Sinner?
"Una cosa incredibile. Non è il caldo, questo è poco ma sicuro. Già al mattino non stava benissimo. Probabilmente ha avuto uno scompenso legato a qualcosa di generale, che gli ha provocato anche il vomito. Improvvisamente gli sono mancate completamente le forze. Non c'è stato neppure un accenno di crampi. All'inizio è stato proprio male. Infatti lui sta facendo giustamente tutta una serie di esami approfonditi, perché è una cosa che va indagata assolutamente".

Ha dato proprio l'impressione di percepire che le cose non potessero finire bene, al contrario delle altre occasioni in cui ha accusato dei problemi.
"Sì, sembrava quasi che stesse per svenire. Secondo me durante l'interruzione gli hanno dato qualcosa e lui ha continuato sperando che facesse effetto. Anche perché lui, giocando al 30%, normalmente vince comunque. Il problema è che non stava giocando neanche al 30%. Non riusciva a muoversi, non riusciva a prendere una palla a un metro di distanza. L'altro, giustamente, ha fatto il suo mestiere: palla alta, profonda, scambi lunghi da una parte all'altra. E non stiamo parlando dell'ultimo arrivato, ma di un giocatore da Top 100. È normale che, se tu non stai bene, lui ne approfitti".
Anche in quelle condizioni ha costretto Cerundolo a giocare al massimo sbagliando pochissimo. Questo rende ancor più merito a Jannik, per la facilità con cui vince quando sta bene.
"Ma lui è proprio superiore a tutti. Non c'è niente da fare. Lo si vede anche dai risultati che stanno arrivando in questa fase del torneo. Adesso può vincere chiunque. Io, per esempio, vedevo favoriti Ruud o Zverev, e Ruud è già uscito. Non saprei davvero chi indicare. Spero di essere smentito e che vinca un italiano, magari Cobolli o qualcun altro. Però adesso il torneo è aperto a tutti. Secondo me questa è l'occasione di Zverev per vincere finalmente uno Slam. Se gioca il suo tennis, può impensierire chiunque".
Zverev è indubbiamente il favorito, anche se ora dovrà reggere la pressione di esserlo. Non può essere un problema questo?
"È la sua grande occasione. Penso che sia leggermente superiore agli altri rimasti in corsa. Non di tantissimo, ma quel tanto che basta per vincere il torneo. Ormai la sua bestia nera era Sinner. Con gli altri ha già dimostrato di poter vincere. Adesso però si aprono dinamiche diverse e sicuramente non è una situazione semplice da gestire".

Questa vicenda ci restituisce un Sinner più normale: non è una macchina. Che ne pensa?
"Secondo me lui ha dato la risposta giusta. Ha detto: ‘Amici cari, ce l'ho messa tutta, ma non sono un robot. Sono un essere umano anch'io. Se sto male, sto male. Può capitare. E lui è stato corretto anche nel non ritirarsi subito. Chiunque altro avrebbe probabilmente pensato a tutelarsi ritirandosi immediatamente. Invece lui ci ha creduto fino in fondo, perché sa di essere nettamente superiore a questo avversario. E lo dico con rispetto per il ragazzo, che ha fatto un percorso straordinario. Sinceramente non mi aspettavo neppure che entrasse nei primi cento del mondo. Però tra lui e Sinner c'è un abisso. Adesso è tutto un po' sballato, perché quando esce di scena il numero uno del mondo cambia completamente l'equilibrio del torneo".
Sembra esserci una certezza, visto anche il suo passato: Sinner ritornerà più forte di prima e saprà imparare da questa esperienza?
"Assolutamente sì. Lui non è ancora arrivato alla sua forma definitiva come giocatore e come uomo. È ancora in fase di crescita. Aspettiamoci che resti al vertice per tanti anni, come hanno fatto Djokovic e Nadal. È giovane, può ancora migliorare sotto tanti aspetti. Può acquisire più forza, imparare nuove soluzioni tattiche, migliorare ulteriormente la smorzata, aggiungere qualche serve and volley in più, diventare ancora più sicuro a rete. E poi arriverà anche una maggiore potenza fisica, magari con qualche chilo di muscoli in più. Se già oggi è quello che io definisco un rullo compressore, perché letteralmente trita gli avversari, immaginate cosa potrà diventare tra qualche anno".
E rispetto ai nuovi emergenti come Fonseca, Jodar, Mensik e così via?
"Sono bravissimi, ci mancherebbe. Fonseca è fortissimo. Però basta guardare le partite. Hanno ancora dei punti deboli: magari la rapidità in certe situazioni, la solidità di alcuni colpi, la continuità. Sono ragazzi normali che stanno diventando grandi giocatori. Lui invece è un fenomeno".
Lei è in una fase della sua lunghissima carriera in cui è alle prese sia con dei giocatori di esperienza che con dei giocatori anche molto giovani. È difficile lavorare con questa doppia tipologia di profili oppure è più facile di quello che si crede?
"Diciamo che sono due situazioni un po' diverse perché ovviamente quando alleni un giocatore di esperienza tante cose sono già acquisite, specialmente a livello organizzativo, di vivibilità con l’allenatore. Però c’è anche la difficoltà che sono già radicati determinati messaggi e determinate abitudini, sia a livello tecnico che tattico e umano. Quindi bisogna differenziare un po’ il modo di approccio, perché con il giocatore giovane bisogna farlo crescere continuamente anche fuori dal campo. Si parla tanto e si cerca di indirizzarlo anche dal punto di vista della vita, verso un’attività che è tutt’altro che facile, quindi è un lavoro un po’ più delicato. Però è anche vero che lo formi e lo fai crescere un po’ come vuoi tu, e quindi alla fine è anche più soddisfacente. Io ho sempre avuto al 90% giocatori che ho preso da piccoli, quindi per me è stata una soddisfazione doppia".

Chi lavora con i giovani ha sottolineato spesso il rischio da evitare, ovvero quello di bruciare le tappe per cercare il tutto e subito nei risultati.
"Avere dei campioni da emulare è molto bello, è molto importante, e si è visto perché proprio in questo momento siamo sul tetto del mondo come Italia tennistica. Però è normale che a volte si vogliano emulare situazioni troppo prematuramente. Mi vengono a chiedere, per esempio, il coach privato quando i ragazzi hanno 12-13 anni, quando magari non hanno ancora il livello. E non è una questione prettamente economica, perché è ovvio che chi ha possibilità vorrebbe che tutto fosse rivolto verso il proprio figlio".
Sembra quasi che sia più difficile lavorare sui genitori che sui ragazzi, non è vero?
"Il problema, in giovane età, sono spesso i genitori, che però sono anche fondamentali. Bisogna educarli, bisogna fargli capire loro che tutta la fase giovanile, anche quando si è molto bravi a livello under, è solo una semina per il futuro. Quindi bisogna tenerli tranquilli. È molto importante avere l’esperienza per gestirli senza doverli escludere, perché l’idea di escluderli secondo me è proprio sbagliata. Bisogna fare in modo che capiscano che in questo momento bisogna fare determinate cose e non altre".
Come è cambiato il circuito in questi anni, lei cosa ha percepito?
"Le cose sono molto cambiate perché io, prima di Lorenzo, ho cresciuto tanti ragazzi che sono arrivati 200, 300, 400, 1000 del mondo e così via. Tutti questi risultati li abbiamo raggiunti con situazioni molto casalinghe, nel senso che inizialmente si toccavano anche due, tre, quattro ragazzi per campo e gli accompagnamenti ai tornei erano molto rari. Eppure sono riusciti comunque ad arrivare a una certa classifica. Anche da parte mia mi ci metto in mezzo: non ero così pronto a seguire ragazzi che avevo portato a un livello alto, perché quando uno arriva a essere 500, 400 del mondo e così via, necessita di attenzioni diverse rispetto a quando sei a livello iniziale o regionale".
Questo le fa onore e sottolinea quanto sia importante non fermarsi mai vero?
"Tutta questa cosa l’ho gestita come potevo, ho fatto i miei errori e ovviamente il fatto di avere un giocatore che mi ha fatto entrare in un livello più alto mi ha permesso di apprendere dinamiche completamente diverse da quelle che avevo adottato per portarli a essere 300 o 400 del mondo. Questo anche grazie alla Federazione e soprattutto alla persona di Umberto Rianna, che mi ha affiancato nella crescita di Lorenzo e con il quale abbiamo fatto ore e ore di discorsi e confronti, situazioni nelle quali anch’io ho dovuto mediare e cambiare il mio modo di essere, trasformandomi da maestro di tennis a coach, che è una cosa completamente diversa".

D'altronde anche i giocatori cambiano, si evolvono. Basti pensare per esempio al recente exploit di Andrea Pellegrino.
"Andrea Pellegrino ha sempre giocato bene. Però gli mancava qualcosa. E ovviamente avere il numero uno del mondo e il numero uno d’Italia, un amico che è amico di tutti e che ti dà l’esempio, è stato un aiuto enorme non solo per i giocatori, ma anche per i vari team che allenano i ragazzi. Avere un bell’esempio è sempre importante. Tantissime cose che oggi si fanno, anche quando Pellegrino giocava bene, non si conoscevano. E lui non le faceva non perché non gli fossero state insegnate, ma anche perché i caratteri sono diversi. In quel momento aveva altre priorità. Adesso è maturato. Considerando che ha sempre curato il fisico in maniera straordinaria, perché è una cosa di famiglia, diciamo che l’età conta fino a un certo punto. Se il fisico è buono, puoi giocare e ti regge. Ha uno spirito completamente diverso, più professionale, più organizzato. Ormai hanno tutti dei team. Già gli Under 14 hanno intorno a loro uno staff che si occupa di loro".
Quanto incide poi essere brave persone ancor prima di bravi tennisti?
"Tantissimo. Sinner per esempio oltre al fatto di essere forte, è veramente un bravo ragazzo. Ha una buonissima famiglia alle spalle, ha un’umiltà proprio insita di natura oppure che gli è stata insegnata. E io non l’ho mai visto cambiare. Cosa che invece è successa ad altri, perché poi è anche umano: raggiungi determinati traguardi, determinate posizioni, determinate possibilità economiche ed è abbastanza normale cambiare un po’. Lui no. Lui continua a essere un esempio, soprattutto fuori dal campo. Ed è la cosa che io cerco sempre e che sto cercando di fare con i miei allievi, perché è fondamentale. Se tu sei una grande persona, come lo sono i primi del mondo, probabilmente diventerai anche un grande atleta. Se invece sei solo uno che colpisce bene la palla, che gioca bene a tennis, ma fuori dal campo non sei una persona equilibrata, organizzata, con dei valori, soprattutto valori umani, è difficile che tu possa reggere in questo ambiente e soprattutto a quel livello difficilissimo dove si trovano i primi 50 del mondo".
Ma lei avrebbe mai pensato che Sinner sarebbe potuto diventare questo giocatore così dominante?
"Io ho avuto la fortuna di vedere Jannik giocare dei tornei Open vicino Torino. Aveva avuto la fortuna di avere ottimi maestri all’inizio, quindi aveva già una buona tecnica. Ma soprattutto aveva una sorta di orologio interno che gli creava un timing incredibile. Già da piccolissimo, anche quando era ancora piccolo e magro, colpiva soprattutto il rovescio con una coordinazione e appunto un timing fuori dal comune. Quando vedi un ragazzino così, soprattutto un esperto come Sartori o come Riccardo Piatti, ti rendi subito conto di avere davanti una perla rara, un diamante. E poi lui è finito nelle mani giuste, in mani molto esperte, e questa è stata una fortuna, ma anche una scelta intelligente fatta da chi lo seguiva".
Tornando al discorso di prima come si comporta lei quando questi ragazzi hanno al seguito qualcuno che pensa più al risultato e pretende?
"Io personalmente non alleno più ragazzi che non hanno una famiglia centrata alle spalle. Perché tanto è inutile, si perde solo tempo. Io non pretendo niente, ma voglio una famiglia rispettosa, che capisca e che non interferisca, che si fidi dello staff a cui ha affidato il figlio. Io dico sempre: prima di scegliere, girate, informatevi, controllate, perché è il vostro compito. Ma una volta fatta la scelta, lasciate lavorare. Altrimenti non c’è possibilità. Ho un’età per cui sinceramente non voglio più accettare situazioni che secondo me non sono valide. A volte capita: hai un ragazzino bravo, ma con un padre che interviene sempre, una madre che lo critica se perde, che vuole fare a modo suo. E allora il maestro, per non perdere il ragazzo, fa l’errore gravissimo di assecondare".
Qual è il consiglio che vuole dare ai suoi colleghi più giovani?
"Il consiglio che posso dare a tutti i maestri è avere il coraggio, per il bene del ragazzo e anche per il proprio, perché il maestro in certe situazioni si stressa tantissimo, di stabilire regole precise. Regole ferree, fin dall’inizio. E se si esce da quelle regole, non si può continuare. Perché tanto non si arriva da nessuna parte. Questo lo posso dire veramente con la massima certezza".

Quando Lorenzo Sonego gioca e vince alla sua maniera, come accaduto al Roland Garros contro Herbert, la immagino sorridente nell'apprezzare ancora una volta le doti del suo ex allievo.
"È stato potentissimo e ha vinto questa partita in condizioni molto difficili, perché comunque giocare con un francese in casa, anche se la classifica può sembrare lontana, no? Perché in realtà Lorenzo è numero 60 del mondo e l’altro 220, uno dice: sì, però è sempre un giocatore molto fastidioso, un buonissimo attaccante, in casa si impegna al 2000%. Quindi è stata una buonissima vittoria che senz’altro gli dà fiducia. È riuscito a portare a casa la partita con la solita grinta e il suo solito carattere, che lo hanno sempre contraddistinto".
Poi Lorenzo ha vinto nella serata del derby di Torino funestato dagli incidenti tra tifosi. Ci voleva proprio una bella notizia che dice?
"Io non sono un grandissimo tifoso. Da sempre, da ragazzino, tifavo Toro, sono del Toro, ma non sono uno che… guardi, non conosco neanche i calciatori della Juve o del Torino, ne conosco forse due. Però queste cose qui le condanno totalmente. Totalmente. Queste tifoserie guidate e comandate dall’esterno da non so quali fazioni sono vergognose e molto, molto gravi. Molto gravi. E non si dovrebbero permettere. Secondo me dovevano assolutamente annullare la partita. Così forse capiscono un pochino. Perché questi qui che si mettono lì, così allo sbaraglio, a fare determinate cose così gravi, così sbagliate, non sono certo persone intelligenti. Però se blocchi una partita perché ci sono stati fatti molto gravi, forse qualcosa lo potrebbero capire".