
Ogni quattro anni i Mondiali non sono solo un torneo di calcio ma un punto fermo nella memoria collettiva, una specie di calendario emotivo che attraversa le generazioni. Anche quando l’Italia non c’è, ormai sta diventando una cattiva abitudine, per gli appassionati restano le notti viste sul divano, le sveglie all’alba, le partite ricordate per sempre insieme a un luogo preciso, una persona, una sensazione. “Dove eri quando…?” è la domanda che ogni Coppa del Mondo si porta dietro, perché finisce sempre per diventare più grande del calcio stesso.
Ed è proprio per questo che l’avvicinamento ai Mondiali 2026 colpisce in modo diverso. Perché non sta raccontando soltanto l’attesa sportiva, ma anche una serie di tensioni, ostacoli e contraddizioni che rischiano di offuscare l’idea stessa di evento globale. Tra visti negati, controlli serrati, delegazioni bloccate e decisioni controverse, la sensazione è che questa Coppa del Mondo stia iniziando molto prima del primo calcio d’inizio, e non necessariamente nel modo in cui il calcio vorrebbe raccontarsi.
I vertici della FIFA e gli organizzatori del torneo, che si giocherà per la prima volta su tre paesi (USA, Canada e Messico), hanno parlato per anni di festa universale fatta di incontro tra popoli e culture ma la realtà di questi ultimi mesi cozza pesantemente con questa narrazione. Non è una questione di moduli o di forma fisica, ma di controlli e decisioni politiche che stanno definendo un clima tutt'altro che piacevole intorno alla manifestazione calcistica più bella e più attesa.
Mondiali 2026, polemiche prima del via tra visti negati e tensioni politiche
Negli ultimi giorni si è accumulata una sequenza di episodi che, letti insieme, disegnano un quadro difficile da ignorare. Il calciatore della Svizzera, Breel Embolo, ha dovuto attendere la revisione del visto prima di raggiungere la propria nazionale, con un ritardo che ha inciso sulla preparazione. Un dettaglio solo in apparenza tecnico, ma che mostra quanto anche le delegazioni europee non siano immuni da una macchina burocratica sempre più rigida.

Poi c’è il caso del giocatore dell'Iraq, Aymen Hussein, fermato all’ingresso negli Stati Uniti e trattenuto per quasi sette ore tra interrogatori e verifiche. Un episodio che racconta un’altra faccia del Mondiale che non ha nulla a che vedere con lo sport e l'inclusione che spesso è stata nominata dagli alti vertici della FIFA e del principale paese ospitante.
La situazione della nazionale iraniana è ancora più complessa ma fa capire ancora meglio come si è arrivati a questo torneo. Giorni interi trascorsi tra pratiche consolari in Turchia, ingressi concessi solo a ridosso delle partite, e quindici membri della delegazione respinti. Una partecipazione ridotta all’essenziale, quasi compressa dentro finestre temporali rigidissime. Lo sport, in questo caso, sembra adattarsi alle vicende politiche e alle restrizioni più che il contrario.

A questo si aggiunge il caso più simbolico di tutti: Omar Abdulkadir Artan, miglior arbitro africano del 2025, arrivato fino a Miami con passaporto diplomatico e poi respinto. La FIFA ha confermato che non potrà prendere parte al torneo. Un Mondiale senza uno dei migliori arbitri del continente africano è già, di per sé, una contraddizione evidente rispetto all’idea di universalità che il calcio pretende di incarnare.
Non mancano poi episodi che coinvolgono altre nazionali: il Sudafrica costretto a ritardare l’arrivo per problemi di visti, la delegazione del Senegal sottoposta a controlli prolungati sulla pista subito dopo l'atterraggio, la nazionale dell'Uzbekistan perquisita con unità cinofile in scene finite sui media internazionali. Perfino alcuni tifosi scozzesi, pur in possesso dei requisiti per entrare negli Stati Uniti tramite ESTA, hanno visto revocata l’autorizzazione all’ultimo momento, mentre molti altri hanno perso viaggi e prenotazioni già pagate.
A tutto questo si aggiungono le proteste degli insegnanti a Città del Messico che colpiscono anche i simboli dei Mondiali 2026: abbattute e incendiate alcune statue dedicate alle nazionali, con il sindacato minaccia nuove manifestazioni durante il torneo se il governo non accoglierà le richieste su salari e pensioni.
La Coppa del Mondo di Infantino e Trump: tanta politica e poco calcio
Questo scenario si inserisce in un contesto politico più ampio, che è impossibile da ignorare. Il rapporto sempre più stretto tra Gianni Infantino e Donald Trump ha contribuito a spostare il baricentro del Mondiale, con la FIFA che appare sempre più dentro logiche di equilibrio politico e relazioni di potere e meno centrata sulla tutela dell’evento sportivo in sé e sulla sua accessibilità reale per i tifosi e gli appassionati.
Il numero uno della FIFA pochi mesi fa ha premiato il presidente americano con il premio FIFA per la Pace e nelle settimane successive Trump è stato capace di impegnarsi su diversi fronti di guerra mettendo a disagio molti vertici dell'ente che governa il calcio mondiale. Tanta politica, tanta diplomazia, e poca attenzione al calcio.

Il risultato è una Coppa del Mondo che, al momento, sembra raccontare più esclusioni che inclusioni. E il paradosso è sempre più evidente: mentre si celebra il torneo come il ‘più globale di sempre', cresce la sensazione che non tutti avranno le stesse condizioni per viverlo. La palla inizierà a rotolare il giorno 11 e alcune cose verranno messe nel dimenticatoio ma questo è un Mondiale già profondamente segnato da ciò che accade fuori dal campo, sia a livello sociale che politico.
Sappiamo benissimo che il calcio, a tutti i livelli, lavora a stretto contatto con diplomazia e politica ma ci sono delle situazioni che riguardano i diritti sociali, i diritti umani, i diritti civili e le libertà degli individui che chi occupa posizioni di potere non può mettere da parte per essere vicino al ‘potente di turno'. La storia dello sport e del calcio, dei Mondiali in particolare, è piena di questi episodi e, per questo motivo, quando qualcuno vi dirà "tenete la politica fuori dal calcio", potrete rispondergli in maniera elegante di chiederlo prima al presidente della FIFA. Poi via via a tutti gli altri.