
Quando nel 2008 appare il Barcellona di Guardiola tutti guardano il dito, pochissimi ammirano la luna che c'è dietro lo slogan tiki taka, i gol a raffica, il centravanti è lo spazio e così via.
Si inizia a capire con molta difficoltà che giocando in quel modo il primissimo effetto è subire un numero davvero misero di gol e quindi ne beneficia la difesa. Chi mai poteva aspettarselo. Fino a quel momento il calcio definito come "bello" voleva dire tanti gol fatti e tanti gol subiti, da Guardiola in poi bel gioco vuol dire anche subire pochissimi gol.

Questa è la vera rivoluzione guardiolista, che prima di tutti noi non abbiamo capito. In Italia, patria della difesa e dei difensori, siamo rimasti fermi (ancora oggi se si guarda a Zenica), all'idea che difendere vuol dire ammassarsi nell'area di rigore, saper marcare bene a uomo, usare il corpo per disequilibrare e sfibrare i nervi dell'avversario e così via. L'idea di difendere con il pallone non l'abbiamo mai nemmeno considerata e ci è arrivata fra capo e collo con una scuola, la nostra, rimasta praticamente novecentesca e indietro di chissà ancora quante generazioni prima di arrivare a questi livelli.
La finale della Spagna contro l'Argentina è stata l'esaltazione massima di questo principio rivoluzionario del primo Guardiola, annullando del tutto un'Argentina sicuramente stanca e con poche idee che non venissero da Messi, ma che in una finale Mondiale è stata costretta a non fare un tiro in porta.
Il migliore in campo in finale è stato Pau Cubarsí, difensore capace di fare tanto altro, che apre un'altra parentesi laterale sul calcio italiano. Pau Cubarsí giocherebbe in Italia? In quale campionato? Con quale minutaggio? Con quali responsabilità? E in Nazionale, sarebbe stato messo al centro di tutto?
Certo, parliamo di un fenomeno, ma se i fenomeni si tappano in culla non riemergeremo mai.

Ma torniamo alla difesa messa in campo dalla Spagna nella finale ma anche in tutto il resto del torneo. Tenere il pallone non solo ti fa gestire il ritmo di una partita, ti fa capire come muovere gli avversari per trovare gli spazi giusti, ma riesce anche a desertificare ogni volontà offensiva degli altri, non solo per la facile equazione "se il pallone l'abbiamo noi, non ce l'hanno gli altri", ma anche perché se sai gestire il pallone sai anche come preventivamente posizionarti e intervenire nel caso in cui il pallone stesso lo perdi o ti viene tolto.
Questo vuol dire difendere con il pallone, gestire e organizzare la propria squadra, mentre allo stesso tempo viene azzerata ogni possibilità all'altra squadra. Solo per un piccolo errore di Porro contro il Belgio questa squadra non ha concluso i Mondiali con zero gol subiti. Se non siamo all'apoteosi, come vogliamo chiamarla?
Tutto nasce quindi da quel Guardiola, che prende in mano le idee di Cruijff e in maniera geniale le rilancia con questa nuova attenzione al controllo difensivo con il pallone. Poi tutto doveva continuare con Tito Vilanova ma la morte ha purtroppo interrotto il suo nuovo capitolo.
Qui però siamo ancora nell'incubatrice Barcellona e poteva serenamente finire tutto lì. Invece la grandezza del movimento calcistico spagnolo è stato quello di prendere quelle idee e farne sistema, espandendone le possibilità all'interno delle squadre nazionali e creando giocatori così adatti a questo calcio da diffondersi poi anche nelle altre squadre di club spagnole, ormai tutte intrise di questa filosofia.

Altro rimbalzo con la nostra storia per capire dove invece noi abbiamo fallito. Il nostro Guardiola è stato Sacchi e nei suoi anni abbiamo avuto un partito avverso alla rivoluzione davvero difficile da scalfire. Questo continuo guardare all'indietro di una parte del nostro movimento non ha permesso alla rivoluzione di diffondersi per poi trasformarsi, incenerendosi in un gioco fisico e lottato nei primi anni 2000, quando abbiamo retto grazie a una genia di campioni che sarà difficile riavere ancora una volta tutti insieme contemporaneamente, disperdendosi poi completamente quando la fiamma si è spenta.
Anche in Spagna c'era chi voleva affogare la rivoluzione, anzi c'era il riferimento e il potere massimo, quello del Real Madrid, ma nemmeno i più grandi sono riusciti a fermare le idee di Guardiola e oggi la Spagna vince un Mondiale senza alcun convocato del Real Madrid.
Cosa ci insegna quindi questa vittoria spagnola dei Mondiali 2026? Si potrebbe, scherzosamente ma non troppo, tirare in ballo il vecchio proverbio: "L'attacco fa vendere i biglietti e la difesa fa vincere i campionati". È stato proprio così questa volta, ma per difesa oggi si fa riferimento a qualcosa di completamente diverso rispetto al Novecento calcistico, anche perché, magari non ve (ce) ne siamo resi conto, ma siamo all'alba degli anni '30 del nuovo Millennio, è ora di cambiare sul serio e non restare sempre fermi con la testa girata all'indietro.