Un leak non è una prova e il Manchester City salva il proprio posto in Champions League. La lotta che dura ormai da sei anni tra la Uefa e il club dello sceicco Mansour vede chiudersi un altro capitolo: il Tas di Losanna ha accolto il ricorso presentato dal club inglese a seguito della sentenza emessa lo scorso 14 febbraio dal Club Financial Control Body, organo indipendente dell'Uefa, per il mancato rispetto delle norme sul fair play finanziario. Un verdetto che prevedeva l'esclusione dei Citizens dalle coppe europee per le stagioni 2020/21 e 2021/22, con multa da 30 milioni di euro, ribaltato in appello dalla corte svizzera. Niente squalifiche, ma soltanto una sanzione ridotta a 10 milioni di euro, per non aver collaborato nel corso delle indagini. Ancora una volta, dunque, il pugno duro della Uefa si ammorbidisce dinanzi al giudizio del Tas, come già avvenuto un anno fa per il Paris Saint-Germain, che ottenne la chiusura del procedimento relativo alle acquisizioni di Neymar e Mbappé. Una strada tentata anche dal City, ma nel caso degli inglesi, il Tas giudicò inammissibile il ricorso.

Il giudizio della Uefa, emesso cinque mesi fa, si basava sui documenti svelati da Football Leaks e pubblicati su Der Spiegel, Reuters e Mediapart nel novembre 2018. L'intera inchiesta verteva attorno al valore reale delle sponsorizzazioni, una querelle che già nel maggio 2014 portò ad un'inchiesta da parte della Uefa. In quell'occasione, il Manchester City (così come il Paris Saint-Germain) ne uscì con un settlement agreement, che prevedeva una multa di 60 milioni di euro con limitazioni nell'organico da registrare per le competizioni europee e l'obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio in tre anni, senza incrementare i costi della rosa. A poco più di un anno dall'accordo, però, la Uefa stessa ha rivalutato il caso e di fatto ha annullato le restrizioni relative alla rosa, riducendo poi di due terzi l'ammontare della sanzione pecuniaria per aver "pienamente soddisfatto tutti i requisiti e l'obiettivo generale degli accordi".

Così la Uefa era arrivata alla squalifica del Manchester City

Nel 2018, il caso sponsorizzazioni torna alla luce con le rivelazioni di Football Leaks sugli accordi siglati tra il Manchester City e alcune società di Abu Dhabi, tra cui la Aabar, l'ente turistico di Abu Dhabi e la compagnia aerea Etihad (che dà anche il nome allo stadio dei Citizens). Citando alcune mail interne inviate dal direttore generale Simon Pearce, l'inchiesta pubblicata su Der Spiegel mette in risalto un presunto meccanismo di rifinanziamento posto in essere dalla proprietà del club tramite tali sponsor. Fino al 2012, il flusso di denaro giunto da Abu Dhabi sotto forma di sponsorizzazioni si sarebbe aggirato sui 149,5 milioni di sterline, a cui aggiungere altri 57 milioni di sterline nel 2013, contabilizzati sempre come sponsorizzazioni, ma che stando alle accuse proverrebbero (almeno per gran parte) direttamente dalla proprietà. La dipendenza del Manchester City dai ricavi da sponsorizzazioni, d'altronde, è evidente nei bilanci degli ultimi dieci anni: dai 18 milioni di sterline di ricavi commerciali ottenuti nel 2009 si è passati ai 227 milioni di sterline del 2019, col picco dei 232 milioni di sterline del 2018. Se nel primo anno di gestione Mansour i ricavi commerciali rappresentavano la fetta meno consistente del fatturato, già nel 2012 avevano superato per importanza il botteghino e i diritti tv, gerarchia mantenuta tale fino al 2018, col nuovo "sorpasso" dei proventi televisivi nel 2019.

I regolamenti sul fair play finanziario prevedono la possibilità di operazioni con parti correlate, come nel caso del Manchester City, ma nel rispetto di un "giusto valore", che in caso di indagini da parte del Club Financial Control Body viene stabilito tramite una perizia esterna. Per questo, a maggio 2019, l'investigatore capo del Club Financial Control Body ha deferito il club inglese, a seguito di un'indagine "per potenziali violazioni delle regolamentazioni sul fair play finanziario che sono state rese pubbliche in vari media". Una frase, quest'ultima, che ha costituito la base per la memoria difensiva di Mansour, dato che sin dall'inizio i Citizens hanno contestato la riapertura del caso, poiché basato su indiscrezioni mediatiche e accuse considerate "totalmente false". Il ricorso al Tas di Losanna per bloccare sul nascere il procedimento, però, non ha esito positivo.

Perché il Manchester City ha vinto il ricorso e giocherà la prossima Champions

Si arriva così alla sentenza della camera giudicante del Club Financial Control Body e al divieto di partecipare alle coppe europee per due anni, con conseguente ricorso del Manchester City al Tas di Losanna per annullare il verdetto della Uefa. Mentre sul campo, una volta ripresa la Premier League, la squadra di Pep Guardiola si è assicurata il piazzamento alla prossima Champions League, la possibilità di tornare in campo nella massima competizione continentale è in mano ai legali del club. Secondo la corte d'appello, il City ha violato soltanto l'articolo 56 dei regolamenti sul fair play finanziario, ostacolando le indagini della Uefa, mentre per quanto riguarda il caso sponsorizzazioni ne esce totalmente indenne: "la maggior parte delle presunte violazioni riportate dalla camera giudicante del CFCB erano infondate o prescritte". La prescrizione, da regolamento, scatta dopo cinque anni (e nel caso del Manchester City, i fatti risalgono a prima del 2013). Sulla fondatezza dei leak, la Uefa non è riuscita a fornire le prove necessarie.

In questo modo, il City continuerà a giocare in Champions League, una competizione che nella stagione 2018/19 ha garantito ricavi per oltre 93 milioni di euro tra premio di partecipazione e market pool. Soprattutto, dopo la sentenza del Tas, si apre un'ulteriore breccia sul fair play finanziario e sulla solidità della Uefa nel difendere il proprio meccanismo di controllo sui conti delle società. Un meccanismo che a breve verrà nuovamente messo alla prova, seppur per un caso differente. Il Trabzonspor (attualmente secondo nella Super Lig turca), a seguito del verdetto a favore del Manchester City, si è attivato per integrare la propria documentazione nel ricorso relativo all'esclusione dalle coppe per un anno, sempre per il mancato rispetto dei regolamenti sul fair play finanziario.

A differenza degli inglesi, le violazioni dei turchi riguardano gli accordi stabiliti col settlement agreement, che prevedevano il raggiungimento del pareggio di bilancio entro il 2019. L'udienza a Losanna è in programma giovedì e per la Uefa sarà un nuovo banco di prova, anche se più da un punto di vista mediatico che giudiziario: il rischio di apparire forte con i deboli (e debole con i forti) è alto, ma le casistiche prese in esame sono diverse. Più che il meccanismo del fair play finanziario, d'altronde, chi ne esce male da questa vicenda è la Uefa stessa, insieme ai suoi organi investigativi e giudicanti. Il verdetto del Tas, più che riabilitare il Manchester City, evidenzia infatti l'inconsistenza del materiale probatorio che ha portato alla sentenza di esclusione dalle competizioni europee. Eppure, i dubbi sulla gestione Mansour restano tali.