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La bella estate, recensione del film: una storia di formazione al femminile dalla disarmante attualità

La recensione del film “La bella estate” diretto da Laura Luchetti e tratto dall’omonimo romanzo di Cesare Pavese. Un racconto di formazione al femminile, delicato, intenso che pur essendo ambientato negli Anni Trenta si rivela di un’attualità disarmante, dalla quale non possiamo far altro che imparare.
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A cura di Ilaria Costabile
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In uno dei suoi più celebri scritti di critica letteraria, Italo Calvino definiva (qui riassunto semplicisticamente) "un classico quel libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire", e mai definizione nel tempo si è rivelata più appropriata. Partendo da questo assunto, “La bella estate” di Cesare Pavese può essere annoverato nella categoria di quei romanzi che ad ogni lettura regalano nuovi spunti di riflessione, nuove epifanie. A dimostrarcelo, ancora una volta, è l’omonimo film diretto da Laura Luchetti, che arriva nelle sale dal 24 agosto.

Ginia e la scoperta del desiderio

In un’Italia che di lì a poco si sarebbe scontrata con gli orrori della guerra, Cesare Pavese racconta la storia di una ragazza, Ginia, che fa i conti con la potenza dei suoi desideri, facendosi travolgere dalle sensazioni che prova nel rapportarsi tanto agli uomini quanto alle donne, guardando in silenzio il suo corpo che esplode nel pieno della giovinezza e che pulsa a contatto con ciò che a prima vista gli è estraneo.

Ad accendere la sua curiosità è Amelia, una modella, che frequenta una Torino ancora bohémien, abitata da pittori e artisti, liberi e libertini, dai quali si fa ritrarre e che per la giovane Ginia, nel film sarta di un noto atelier torinese, diventano una continua fonte da cui attingere per spegnere quella sete, quel fremito, nel voler conoscere un mondo che non le appartiene. È il desiderio, nella sua forma più segreta, a dettare il ritmo di questo racconto di formazione interamente al femminile, delicato, ma schietto come non mai.

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Il legame che unisce Ginia, qui interpretata da un’intensa Yile Yara Vianello e Amelia, una bravissima Deva Cassel, al suo debutto sul grande schermo, passando da passeggiate in bicicletta a serate clandestine, diventa man mano più viscerale, indomito, ingarbugliato. Eppure, a ben guardare, così cristallino nel suo manifestarsi attraverso gli sguardi, i gesti, le parole, il contatto fisico, il sentimento di appartenenza reciproca, senza mai essere brutalmente esplicito.

Come in tutti i suoi scritti, Pavese non tratteggia una vera e propria trama, e allo stesso modo anche Laura Luchetti scandisce il tempo del racconto assecondando i sentimenti e le emozioni di Ginia, mediate da quelle del fratello Severino, che ha il volto di Nicolas Maupas, e qui assume un fare più dolce e meno giudicante rispetto a come viene tratteggiato nel romanzo. La sua presenza, mai invadente, rappresenta un porto sicuro per la giovane Ginia che scopre nel fratello una complicità insperata, che nasce dal desiderare solo il bene più puro per l'altro, nonostante la consapevolezza delle sofferenze patite nello sperimentare nuove parti di sé.

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Ginia inizia un viaggio dentro se stessa, le sue pulsioni e i suoi desideri. Le sue emozioni si fanno vivide nei suoi grandi occhi azzurri, che riempiono lo schermo e seguono famelici le vesti leggere di Amelia. Lei che con grazia e spregiudicatezza si aggira negli atelier per far di sé un opera d’arte, lei spavalda e ritrosa allo stesso tempo, lei che afferma di volta in volta la potenza del suo corpo, così attrattivo anche per Ginia che, da ragazza di campagna, è scombussolata dal ventaglio di nuove possibilità che la città sembra offrirle.

Il corpo, quindi, diventa centrale nel rapporto speciale tra le due amiche, insieme all'amore che prende forme diverse, acerbe. Ma sedotta dalle lusinghe di Guido e bramosa di essere voluta da qualcuno, Ginia si imbatte nell’incontro con l’altro sesso, freddo, doloroso, pudico, maturando la convinzione che il sentimento vero e puro che sente albergare dentro di sé, la spinga tra le braccia di Amelia e di nessun’altro. L'amore, infatti, mai sbandierato, lenirà il bruciore della delusione, della sofferenza e del distacco quando le due dovranno dividersi perché Amelia ha contratto la sifilide da una donna.

Il fil rouge tra il romanzo e il film

Ne La bella estate si racconta quella che potrebbe essere una storia di oggi: sebbene l’ambientazione sia quella minuziosamente studiata degli Anni Trenta, il sentire è più attuale che mai. I tormenti di Ginia, la sua confusione e la voglia di affermare se stessa, anche attraverso la ricerca di un riconoscimento che parta dalla fisicità, combaciano perfettamente con la congerie emotiva che caratterizza i ragazzi di oggi, alla costante ricerca di un posto nel mondo in cui si sentano amati e, soprattutto, visti.

La potenza del romanzo, come anche del film, sta nella capacità di essere atemporale. Pavese parlava di un amore senza paletti, senza mai chiamarlo per nome, parlava di quell’istinto che porta ogni individuo a seguire le proprie sensazioni, senza vergognarsene. Se nell’Italia di più di 70 anni fa, prossima alla Seconda Guerra Mondiale, questa disinvoltura poteva non essere compresa, in quella di oggi in cui parlare e confrontarsi è senza dubbio un'abitudine più frequente, i dissidi interiori degli adolescenti non sempre trovano spazio per essere ascoltati, ma allo stesso tempo acquisiscono un valore pregnante.

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Cesare Pavese aveva definito il romanzo come "la storia di una verginità che si difende", ma guardando il film, frammento dopo frammento, si ha invece l'impressione che sia la libertà di accogliere la propria identità, la propria unicità, a cercare affermazione. La gioventù è il momento più prolifico che esista, ricco di sfumature, di tempi, di momenti, di vite in una sola, ed è il periodo in cui ci si dovrebbe difendere solo da chi, per paura, impedisce all'altro di essere se stesso.

È quello che accade a Ginia e a suo modo anche ad Amelia, coraggiose nel viversi, spensierate nel loro essere giovani, donne, costrette come dice il personaggio di Gemma, la proprietaria dell'atelier, a pensare attentamente prima di compiere qualsiasi gesto, ma ferme nel voler vivere le proprie emozioni, nel volersi scoprire arrendendosi alla fragile umanità di certi sentimenti.

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Nata nel 1992, giornalista dal 2016. Ho sempre scritto di cultura e spettacolo spaziando dal teatro al cinema, alla televisione. Lavoro nell’area Spettacolo di Fanpage.it dal 2019.
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