Opinioni
23 Gennaio 2014
18:37

Su fiscal compact e debito Grillo pare avere idee confuse

Beppe Grillo prova a spiegare alla stampa estera le sue proposte in tema di fiscal compact e debito publico, ma ottiene scarsa eco. Meglio così, perchè con oltre 2.100 miliardi di debito è meglio non creare tensioni e cercare di far ripartire la crescita…
A cura di Luca Spoldi

Beppe Grillo convoca una conferenza stampa riservata però alla stampa estera, promettendo di parlare tra le altre cose di fiscal compact e debito pubblico. Ma a distanza di alcune ore se cercate sul web del comico genovese “guru” di M5S non c’è traccia sui siti dei maggiori quotidiani finanziari mondiali, dal Financial Times (l’ultima citazione rintracciabile è in un articolo del primo di gennaio scorso) al Wall Street Journal (dove l’ultima volta ha fatto capolino nel maggio del 2013) e forse è meglio così. Difficile dunque sapere con certezza cosa possa aver detto di nuovo il leader di M5S, salvo una battuta che lo stesso Grillo rilancia su Twitter: “Noi del M5S siamo stati i primi a chiedere di rinegoziare il Fiscal Compact con una mozione. Il Pd ha votato no e se ne vanta”.

Sembrerebbe una considerazione sacrosanta, peccato che si tratti di una strada impraticabile, almeno quanto l’altra idea, molto “popolare” (o populista che dir si voglia) ma decisamente pericolosa, di imitare il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa che ha detto che “il debito che abbiamo contratto non lo paghiamo perché è immorale”. Perché si tratta di posizioni impraticabili, che è un bene che la stampa estera non abbia rilanciato? Andiamo con ordine: la rinegoziazione del Fiscal Compact chiesta con una mozione votata il 15 gennaio scorso dalla Camera dei Deputati (che l’ha respinta) chiedeva di “avviare una immediata consultazione per rinegoziare le condizioni imposte dal Fiscal Compact e dal Mes” prima ancora di sollevare eventuali problemi giuridici causerebbe a detta di qualsiasi analista, trader e gestore di mia conoscenza diretta o indiretta immediate tensioni.

Tensioni che si tradurrebbero vuoi in vendite di titoli di stato e immediato conseguente aumento del costo sul debito (sceso faticosamente al 3,5%-4% grazie soprattutto alla pressione esercitata sui tassi a breve dalla Bce ma comunque ancora ampiamente superiore alla crescita del Pil) ed esplosione di nuove tensioni nei bilanci bancari, vuoi in deflussi di depositi dal sistema bancario italiano così come avvenuto nei momenti di maggiore tensione in tutti i paesi del Sud Europa, dalla Grecia alla Spagna. Il che in una crisi banco-sovrana che faticosamente sembra avviarsi a una lenta soluzione non è esattamente uno scenario auspicabile, tanto più con un sistema bancario che già di suo ha almeno 149,5 miliardi di euro di sofferenze in pancia. Grillo ha certamente ragione quando dice (lo ha fatto sul suo blog l’1 settembre scorso) che “con una crescita futura pari a zero (e non negativa come ora) rispettare il Fiscal Compact significa manovre da 50-60 miliardi di euro di riduzione del debito” ma sbaglia bersaglio e soluzione al problema quando fa balenare l’alternativa di smettere semplicemente di rispettarne le condizioni e dichiarare default sul debito unilateralmente.

In primis perche le condizioni del Fiscal Compact (perseguimento del pareggio di bilancio, deficit strutturale non superiore allo 0,5% del Pil, ossia all’1% se il debito/Pil è inferiore al 60%, riduzione del debito pubblico di un ventesimo all’anno per 20 anni della quota eccedente tale 60%) possono apparire severe e sono sicuramente pro-cicliche (ossia tendenzialmente peggiorano la situazione in fase di recessione), ma con un minimo di crescita sono più facilmente sostenibili di quanto non si pensi come già spiegato molto bene da Mario Seminerio rileggendo e commentando un pezzo di Giuseppe Pisauro nel quale si notava che una crescita nominale del Pil del 2,5% basterebbe a rispettare le sopracitate condizioni quando si parta da un debito/Pil del 120%, con manovre via via più leggere man mano che si procede nella riduzione del rapporto.

Certo, l’Italia parte da un debito/Pil attorno al 133% e da una crescita prossima a zero per cui il cammino potrebbe essere più tortuoso specie all’inizio, ma è esattamente sul versante della crescita che vanno fatti tutti gli sforzi possibili, lasciando perdere le chiacchiere sul debito che a nulla possono portare. Salvo che non si ritenga di poter “giocare a poker” con i mercati finanziari e i partner europei per strappare condizioni leggermente meno onerose, ipotesi a mio avviso pericolosa e che comunque non cambierebbero la sostanza del discorso. Il problema italiano è dato dal debito pregresso e dalla mancanza di crescita reale degna di tale nome da un quindicennio. Quest’ultimo punto a sua volta deriva da una cattiva gestione della spesa pubblica, il cui ritorno nessuno si è mai azzardato a calcolare ma è prevedibilmente stato nullo se non negativo, e da una progressiva perdita di competitività delle aziende private a sua volta causata sia da un costo del lavoro crescente in gran parte a causa di un sempre più pesante cuneo fiscale sul medesimo, sia da insufficienti investimenti in innovazione.

Un paese come l'Italia che ha 2104 miliardi di euro di debito pubblico, per i due terzi in mano a banche e investitori privati domestici, e che di fatto non dispone di grandi margini di manovra per incentivi o riduzioni d’imposta di alcun genere dovrebbe anzitutto mostrare di voler fare riforme a favore della buona gestione della cosa pubblica (riducendo dunque la burocrazia e la selva di oneri inutili che gravano su imprese e famiglie, specie ma non solo in campo fiscale), quindi dovrebbe ridefinire i contorni del welfare, aprire maggiormente i propri settori economici, possibilmente dando i necessari incentivi per spostarsi verso nuove produzioni di beni e servizi (come fanno da sempre multinazionali come Intel o Ibm) ed evitando di dissipare risorse nella “gestione” di dossier come Alitalia, Ilva o Sulcis che hanno in questi anni rappresentato unicamente dei buchi neri per i conti pubblici senza mai aver avuto prospettive di rilancio.

Sarebbe anche utile, specie se si volesse dare una migliore prospettiva agli italiani anche in tema di lavoro, trovare il modo (con incentivi o semplificazioni normative) di rilanciare gli investimenti stranieri e italiani sul proprio territorio ma su questo punto (come sul fronte della riduzione del cuneo fisclale e del pagamento degli arretrati della PA alle aziende private) va dato atto al governo in carica di aver iniziato a muovere i primi e sia pure ancora largamente insufficienti passi. Il tutto va fatto tenendo presente che comunque molte esogene limitano e per molti anni limiteranno ancora il raggio d'azione di qualsivoglia governo, a partire dai partner europei e dai mercati del debito. Se non lo si farà a pagare il conto più salato saranno gli italiani, piaccia o non piaccia a Grillo, a Renzi a Berlusconi o a qualsiasi altro protagonista della nostra “classe digerente” (imprenditori e banchieri compresi e correi della situazione attuale, sia chiaro).

Luca Spoldi nasce ad Alessandria nel 1967. Dopo la laurea in Bocconi è stato analista finanziario (è socio Aiaf dal 1998) e gestore di fondi comuni e gestioni patrimoniali a Milano e Napoli. Nel 2002 ha vinto il Premio Marrama per i risultati ottenuti dalla sua società, 6 In Rete Consulting. Autore di articoli e pubblicazioni economiche, è stato docente di Economia e Organizzazione al Politecnico di Napoli dal 2002 al 2009. Appassionato del web2.0 ha fondato e dirige il sito www.mondivirtuali.it.
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