Un altro colpo al Jobs act, questa volta da Strasburgo: il Comitato europeo dei diritti sociali si è infatti espresso sul reclamo collettivo proposto dalla Cgil, con il sostegno della Confederazione Europea dei Sindacati, affermando che, con la riforma del lavoro renziana, l'Italia viola il diritto di lavoratrici e lavoratori di ricevere un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione in caso di licenziamento illegittimo.

Il Comitato del Consiglio d'Europa ha accolto le contestazioni espresse dal sindacato, riconoscendo che il decreto legislativo 23/2015 è in contrasto con l'articolo 24 della Carta sociale europea. L'articolo in questione è scarno e netto: "Tutti i lavoratori hanno diritto ad una tutela in caso di licenziamento". La tutela, in caso di licenziamento ingiusto, è il diritto del lavoratore di essere reintegrato sul posto di lavoro o, se la reintegra non è concretamente praticabile, di poter ottenere un risarcimento commisurato al danno subito.

L'inadeguatezza del Jobs act nella tutela dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo, secondo il Comitato di Strasburgo, resta anche dopo le modifiche del legislatore (l'aumento dei tetti minimi e massimi dell'indennità, a opera del cosiddetto decreto Dignità) e dopo la censura della Corte costituzionale, con la sentenza dello scorso anno. I lavoratori italiani assunti a partire dal 7 marzo 2015, in caso di licenziamento ingiustificato, possono ottenere al massimo 36 mesi di indennità, senza alcuna valutazione da parte del giudice sull'effettivo danno subito dal lavoratore o sul capitale dell'azienda. Per i lavoratori di piccole imprese (quasi la metà della forza lavoro italiana, precisa la nota della Cgil), l'importo massimo di indennizzo è di 6 mesi. L'inadeguatezza della tutela prevista dal Jobs act non risiede però solo nei tetti massimi di indennità, ma anche nel ruolo del meccanismo di conciliazione, che ridurrebbe ulteriormente la possibilità per il lavoratore di ottenere una adeguata riparazione: il datore di lavoro può infatti evitare il giudizio offrendo al lavoratore una somma pari a una mensilità di retribuzione per ogni anno di servizio, senza oneri fiscali né contributivi.

Il contrasto con l'articolo 24 della Carta sociale europea era già stato individuato lo scorso anno dalla Consulta, che aveva dichiarato incostituzionale il meccanismo centrale del Jobs act, cioè l'automatismo di calcolo dell'indennità in caso di licenziamento illegittimo. Nella sentenza, la Corte aveva infatti rilevato "l’inidoneità dell’indennità medesima a costituire un adeguato ristoro del concreto pregiudizio subito dal lavoratore a causa del licenziamento illegittimo e un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare illegittimamente". L'indennità standardizzata prevista dal Jobs act risultava inadeguata sotto due profili: da un lato non riparava il danno subito dal lavoratore, dall'altro non agiva come deterrente per evitare ulteriori licenziamenti illegittimi, così violando diversi principi costituzionali e anche l'articolo 24 della Carta sociale europea su cui ora si è espresso il Comitato.

Insomma, dopo essere stato scardinato lo scorso anno dalla Consulta, e con diverse cause pendenti, anche davanti alla Corte di Giustizia dell'Unione europea, il Jobs act subisce un altro duro colpo. "Il monito arrivato da Strasburgo – dichiara la Cgil, che ha promosso il reclamo al Comitato – è netto e ineludibile, smentisce l’impianto teorico del Jobs Act. Ora va ripensata la disciplina del licenziamento non domandandosi quale sia il regime più favorevole per le imprese, ma quali siano le tutele più adeguate per i lavoratori e le lavoratrici".