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Opinioni
5 Marzo 2014
15:57

Social Card all’italiana: dopo due anni ancora nessuna famiglia ha visto un euro

Due anni dopo la definizione della nuova Social Card, ancora nessuna famiglia ha ricevuto il sussidio. E si tratta solo di 50 milioni di euro complessivi…
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È ancora una volta il monitoraggio effettuato da Caritas Italiana e Save the Children a restituirci l'immagine della farraginosità e della lentezza del sistema burocratico italiano: "A due anni dal provvedimento che istituiva la Nuova Social Card per le famiglie povere con bambini e a fronte di 50 milioni di euro stanziati, ancora nessuna famiglia ha ricevuto il sostegno". Le due associazioni hanno infatti presentato il nuovo monitoraggio sull'implementazione della Nuova Social Card che parte proprio dalla considerazione dei tempi "biblici" per la consegna alle famiglie, per nulla sveltiti dai decreti attuativi del Ministero del Lavoro (Governo Monti, 10 gennaio 2013). La situazione, nelle 12 città nelle quali è prevista la sperimentazione, è praticamente paradossale (qui la tabella specifica): a Roma il bando è partito solo il 20 gennaio 2014 e le domande stimate sono oltre 30mila; a Napoli la graduatoria delle sole 800 domande accolte non è ancora pubblicata, nonostante il bando si sia chiuso l'otto agosto 2013; a Milano e Torino è stata pubblicata solo una graduatoria provvisoria; a Catania non si conosce nemmeno il numero delle domande stimate.

Insomma, il solito pasticcio all'italiana, peraltro con la necessità di una seria discussione sulla scelta di merito ancora tutta da avviare. Prima di tutto sullo strumento in se, la nuova Social Card varata nel febbraio del 2012 e finanziata con soli 50 milioni di euro per i 12 Comuni più popolosi d'Italia, che avrebbe dovuto "affiancare la Social Card ordinaria, senza possibilità di sovrapposizione e  la cui attivazione si sarebbe dovuta inserire in un’ottica di welfare mix implementato dai Comuni che uniscono l’accesso alla carta all’avvio di percorsi personalizzati di inserimento formativo/lavorativo". "Buone" intenzioni che sono lettera morta, ad ora.

Poi resta da riflettere, come suggeriva un report di febbraio sempre di Save The Children e Caritas, sui criteri adottati (indicatore ISEE sotto i 3000 euro, valore Ici dell'abitazione sotto i 30.000 euro, assenza di rapporti di lavoro e al tempo stesso almeno un componente del nucleo che abbia perso il lavoro nei precedenti 36 mesi o, in alternativa, che abbia un contratto di lavoro con un reddito inferiore a 4.000 euro nei sei mesi), dal momento che si tratta di vincoli troppo stringenti e alla lunga inefficaci. Ad esempio, "il criterio della perdita del lavoro negli ultimi 36 mesi, ovvero del lavoro con un salario di 4mila euro totali negli ultimi 6 mesi, potrebbe aver escluso dalla graduatoria molti nuclei familiari in situazione di povertà  assoluta e cronica, ossia laddove nessuno dei due genitori ha un lavoro ". Senza considerare il controsenso dell'esclusione dei cittadini stranieri con regolare permesso di soggiorno, ma che non hanno il permesso CE di lungo periodo.

Infine altri due aspetti, non correlati ma tristemente esemplificativi del modo in cui è nato il provvedimento. Da un lato l'esiguità dei fondi, che non garantiranno nemmeno "l'effetto palliativo" (e che dovrebbero essere integrati con altri 250 milioni impostati dal Governo Letta), dall'altro la poca chiarezza del procedimento di individuazione dei beneficiari e di attivazione del sussidio, con i Comuni che "attendono vanamente indicazioni più specifiche dai ministeri".

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