Come prevedibile, le Elezioni Regionali in Umbria hanno smesso da settimane di essere una consultazione locale, per trasformarsi in un test sul governo, sullo stato di salute della Lega di Matteo Salvini e sulla tenuta dell’alleanza politica fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. In tale direzione hanno remato gli esponenti del centrodestra, ma anche i principali leader di PD e Cinque Stelle, che in questi ultimi giorni hanno provato a coinvolgere il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, contando sulla sua figura di “primo antagonista” dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Solo Renzi e Italia Viva si sono tenuti fuori dalla contesa, evitando quasi di nominarla, l’Umbria, e parlando ossessivamente di manovra economica. Capiremo solo lunedì notte quale sia stata la scelta più saggia, quando arriveranno i risultati e saranno chiare le proporzioni di vittorie e sconfitte.

C’è però un aspetto di cui possiamo tranquillamente parlare, al netto dei sondaggi e delle aspettative sulla consultazione elettorale. Per la prima volta PD e Movimento 5 Stelle si presentano assieme, a sostegno dello stesso candidato e con un progetto comune di governo di una Regione italiana. Un fatto eclatante, impensabile fino a pochi mesi fa, che teoricamente contraddice tutto ciò in cui il M5s (da sempre) e il PD (da qualche anno) hanno sempre creduto e professato. Un progetto che è una traccia per il futuro, perché chi ha voluto fortemente questa alleanza lo ha fatto nella convinzione che si vada inesorabilmente verso un nuovo bipolarismo tra la destra e questa "creatura ibrida", e nella tesi che occorre unire le forze per impedire che i sovranisti prendano il potere. Seguendo coerentemente tali ragionamenti, ciò che è stato fatto in Umbria dovrebbe essere replicato a breve, in Calabria, Campania ed Emilia Romagna per cominciare. E poi chissà.

Dovrebbe, anzi meglio potrebbe. Perché sono in tanti a non condividere questo percorso, sia per legittime considerazioni di carattere politico – ideologico, sia per interessanti obiezioni sul piano strategico (strettamente legate ai sistemi elettorali), sia per ovvi interessi di tipo personale, legati alle singole esperienze politiche. In quest'ultima categoria rientrano anche alcuni esponenti del PD che non potrebbero trovare sponda nei 5 Stelle (a mero titolo di esempio, ce li vedete i grillini in Campania fare campagna elettorale per Vincenzo De Luca?) e i piccoli partiti che rischierebbero di essere schiacciati dal voto utile per la "cosa-che-si-oppone-a-Salvini". Se il progetto naufragasse, però, tutto tornerebbe in discussione e il campo si rimescolerebbe di nuovo, forse fatta eccezione per la tenuta di un governo per "totale assenza di alternative".

In tal senso le Elezioni Regionali in Umbria sono una trappola, che si basa anche su un clamoroso falso comunicativo, quello della Regione rossa. L'Umbria non lo è più, da anni ormai. È una regione in cui soffia forte il vento leghista e le dimissioni della Marini non depongono a favore di riscosse rosse o di rivendicazioni del "buongoverno" dei progressisti. È un campo minato per la "cosa-che-si-oppone-a-Salvini" e per coloro che si espongono in questa battaglia. E le scommesse contro, di amici e nemici, sono davvero tante.