Il ministero dell’Interno ha provveduto ad aggiornare la già molto controversa direttiva “per il coordinamento unificato dell'attività di sorveglianza delle frontiere marittime e il contrasto all'immigrazione illegale”, mettendo nero su bianco che il governo italiano considera la Libia un porto sicuro, un paese pienamente legittimato a operare nella search and rescue dei migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa. La conferma arriva da fonti del Viminale che citano quella che dovrebbe essere la posizione della Commissione Europea, secondo cui la Libia avrebbe ratificato la Convenzione di Amburgo del 1979 e sarebbe a pieno titolo inserita nell’Organizzazione marittima internazionale che “gestisce” le aree SAR (search and rescue). Secondo questa interpretazione, i libici avrebbero dimostrato di essere affidabili, avendo salvato e riportato a terra oltre 15mila persone ne 2018, sotto il controllo dell’OIM, l’organizzazione internazionale per le migrazioni, che garantirebbe il rispetto dei diritti umani.

Una posizione che ha dunque portato il ministro dell’Interno ad aggiornare la direttiva della scorsa settimana, ribadendo “la piena legittimità degli interventi di soccorso dei libici” e confermando il pugno duro nei confronti dei “privati” che si rifiutassero di collaborare con la cosiddetta Guardia Costiera libica per puntare poi verso le coste italiane.

La svolta trova fortemente contrarie le organizzazioni delle nazioni Unite che si occupano di rifugiati e migrazioni. Come riporta Avvenire, duro è stato il commento della portavoce dell’UNHCR Carlotta Sami: “Non consideriamo la Libia un porto sicuro e i rifugiati soccorsi e i migranti non dovrebbero essere riportati in quel Paese. Rimane una priorità per noi portare le persone fuori dalla detenzione, luoghi spaventosi dove non vengono garantiti i diritti mani e assicurare che abbiano accesso alla protezione internazionale. Questo è un imperativo umanitario”. E sulla questione delle ONG, aggiunge: “La capacità di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale è già stata ridotta negli ultimi due anni attraverso misure restrittive adottate contro le navi delle Ong. Noi abbiamo chiesto di porre fine a tali misure restrittive e di ristabilire e incrementare la capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”.