di Adriano Biondi, Annalisa Girardi

È passato un anno da quando in Italia sono stati registrati i primi casi di coronavirus. A febbraio 2020 non avevamo ancora idea della portata della crisi che allora aveva appena iniziato a scatenarsi. Nessun Paese occidentale si era ancora scontrato così violentemente con il "virus di Wuhan", come veniva definito. E se le esitazioni e i tentennamenti sulle misure di chiusura e sulle pesanti restrizioni potevano essere comprensibili allora, nonostante i protocolli internazionali sulla gestione delle epidemie indicassero comunque una traiettoria, i ritardi e gli indugi davanti alla seconda ondata hanno delle precise responsabilità. Oggi diversi esperti del mondo medico e scientifico, preoccupati a causa della rapida diffusione delle varianti, tornano a chiedere il lockdown totale, anche di poche settimane, per abbattere la curva e interrompere la circolazione del virus. E sottolineano come la scorsa estate non si sarebbe dovuto riaprire tutto così velocemente, lasciando che si propagasse (oltre all'infezione) anche l'illusione che il Paese potesse tornare presto alla normalità.

È il 18 maggio quando, a lockdown appena terminato, Giuseppe Conte tiene una conferenza stampa per illustrare il decreto che testuale "ci consente di entrare a pieno regime nella fase due": ora, dice Conte, "si può andare dove si vuole: in un negozio, in montagna, al lago, al mare. Riprende anche la vita sociale, riprendono gli incontri con gli amici". Il 3 giugno arriverà la riapertura degli spostamenti tra le Regioni e il ritorno dei turisti in Italia. Qualche giorno dopo, l’11 giugno, c’è il Dpcm con cui si autorizza la riapertura di terme, centri benessere, sale giochi e tutta una serie di altre attività.

All’inizio di giugno l’Italia viaggia intorno ai 150 casi al giorno, il numero dei decessi giornalieri è in costante diminuzione e tutti gli indicatori evidenziano che il peggio è passato. Dopo 3 mesi e mezzo dall’inizio della pandemia, oltre 33mila morti accertati (quelli reali saranno molti di più) e 230mila contagi accertati, dopo un durissimo lockdown, l’Italia è pronta per la fase due, è pronta per ripartire.

Il virus però non è sparito. Non c'è ancora un vaccino, non c'è una cura, non c'è un protocollo unico per la gestione dei pazienti Covid. Abbiamo ancora negli occhi le immagini degli ospedali lombardi, le bare trasportate dai camion dell'esercito, dunque la parola d'ordine dovrebbe essere prudenza: il coronavirus circola ancora, ne abbiamo impedito la diffusione semplicemente chiudendoci in casa (abbiamo piegato artificialmente la curva dei contagi), lo abbiamo isolato, ma non lo abbiamo sconfitto. Prudenza, ma anche prevenzione: la pandemia ha messo a nudo i limiti del sistema sanitario italiano, gli errori di anni e anni, l'impreparazione delle Regioni, l'assenza di posti letto e terapie intensive, l'inconsistenza dei protocolli di sicurezza nelle Rsa, negli ospedali, per non parlare dei luoghi di lavoro e delle scuole. Insomma, per ripartire e soprattutto per impedire una seconda ondata, ci sarà bisogno di due cose: non abbassare la guardia e farsi trovare pronti.

È andata così? No. Abbiamo passato l'estate facendo di tutto per scordare le immagini degli ospedali stracolmi di pazienti intubati e per dimenticare i numeri dei contagi. Abbiamo finto di non sapere come si diffondano i virus e non abbiamo ascoltato gli allarmi che lanciavano medici e virologi. Alcuni, almeno: perché al tempo stesso non sono mancati gli esponenti della comunità scientifica che hanno parlato di "virus clinicamente morto", negando che una seconda ondata fosse alle porte. Anche diversi politici hanno passato l'estate a dire ai cittadini che comportarsi normalmente andasse bene, come se non avessimo appena passato due mesi chiusi in casa per proteggerci. Le restrizioni agli spostamenti vengono revocate, bar e ristoranti sono pieni, riaprono addirittura le discoteche. Ma poi l'estate finisce e arriviamo all'autunno, la stagione dell'influenza. Le temperature scendono e ci troviamo a passare molto più tempo al chiuso: in altre parole, tornano tutta una serie di condizioni che fisiologicamente sono terreno fertile per un virus come il Sars-Cov-2.

E infatti nei Paesi attorno all'Italia le curve dei contagi iniziano a impennarsi. I contagi in diversi Stati europei superano quota 10 mila in pochissimi giorni. Di colpo ci rendiamo conto che la pandemia non è finita, che non siamo al sicuro e non lo siamo mai stati durante l'estate. Ma la risposta dell'Italia non è immediata: si cerca in tutti i modi di evitare misure drastiche, per timore del tracollo tanto economico quanto sociale. A fine ottobre ancora si lanciavano appelli alla responsabilità dei singoli, senza intervenire però con una concreta stretta alle misure anti-contagio. Il governo di Giuseppe Conte va avanti a non-scelte e la linea di prudenza tanto decantata dal ministro Speranza e dallo stesso Conte è inconsistente.

La prima ondata avrebbe dovuto insegnarci cosa succede quando la curva dei contagi inizia a impennarsi in modo esponenziale. E se la politica non è in grado di prendere le decisioni, è il virus che lo fa per lei. A cavallo tra ottobre e novembre, dopo diverse settimane in cui i bollettini quotidiani del ministero della Salute raccontavano sempre la stessa storia, si susseguono in pochi giorni Dpcm a raffica: si cerca in tutti i modi di evitare misure drastiche, ma queste si fanno sempre più necessarie. Con il Dpcm del 25 ottobre il governo inizia a chiudere: "Facciamo sacrifici ora per poter passare un Natale più sereno", dice Conte. Il Natale poi i cittadini lo passeranno in zona rossa. E non avrebbe mai dovuto esserci l'illusione che le cose potessero andare diversamente.

Oggi, un anno dopo, ci troviamo a combattere le varianti. E ciò che è andato storto tra la prima e la seconda ondata, tra i ritardi, tempo sprecato, responsabilità scaricate a destra e a sinistra e negazionismi, dovrebbe essere un potente reminder. Su ciò che non possiamo permetterci fino a quando non avremo vaccinato tutta la popolazione.