Con la richiesta di Giuseppe Conte al Parlamento di prorogare lo stato di emergenza al 31 gennaio 2021 è come se si chiudesse un cerchio: l'Italia esce definitivamente dal torpore e si riscopre debole, esposta, in emergenza appunto. Negli ultimi mesi, il dibattito intorno al prolungamento dello stato di emergenza a causa del persistere del pericolo di recrudescenza dell'epidemia di Covid-19 è stato incredibilmente divisivo, con banalizzazioni e semplificazioni che hanno inquinato del tutto la discussione pubblica. In gioco non vi sono soltanto le necessità di dotare il governo di strumenti efficaci per contrastare la pandemia e di garantire il completamento degli interventi impostati nei mesi scorsi, ma anche questioni centrali per la vita democratica del Paese e per il modello di società che vogliamo costruire nel prossimo futuro. Il problema, semmai, è che pur non volendo sottovalutare implicazioni e conseguenze di quella che non può essere considerata solo una decisione scontata e inevitabile, non possiamo sminuire o addirittura omettere il contesto di fondo.

Negli ultimi giorni, alcuni eventi di grande impatto sono serviti a risvegliare l’opinione pubblica e a riaccendere l’attenzione sulla necessità di non abbassare la guardia. L’esplodere dei contagi in nazioni molto simili alla nostra dal punto di vista culturale e demografico come Spagna e Francia, l’emergere dei limiti nei protocolli di sicurezza per la ripresa delle attività ludiche e sportive (discoteche, movida e campionato di calcio di serie A) e i casi che hanno investito le istituzioni centrali e territoriali, hanno avuto la funzione di sbattere in faccia a opinione pubblica, settori produttivi e classe dirigente la realtà delle cose: la pandemia è tutt’altro che finita, i contagi a livello globale sono su numeri importanti e il nostro Paese non è affatto al sicuro, anche in relazione all’arrivo dell’autunno e dell’influenza stagionale. Il problema è che nel dibattito con toni da stadio tra negazionisti e allarmisti, tra faciloni e tifosi del lockdown, abbiamo seriamente rischiato di perdere quell’equilibrio e quella lucidità che sarebbero fondamentali nel dibattito pubblico. E che, banalmente, ci consentirebbero di guardare anche ai dati, agli eventi e alle ipotesi sul campo con una certa dose di serietà.

Ci siamo risvegliati di colpo e abbiamo capito di non essere al sicuro, che non lo siamo mai stati e che non avremmo potuto esserlo. Non sarà mai più marzo, aprile o maggio 2020, per fortuna, ma non per questo possiamo dimenticare ciò che marzo, aprile e maggio 2020 sono stati.

L’Italia attraversa una fase di lenta crescita dei contagi, più marcata in Regioni densamente popolate, che erano state toccate solo marginalmente dalla prima ondata (Campania e Lazio, in particolare). È cresciuto praticamente ovunque il numero dei test giornalieri (ancora in modo insufficiente, però) e abbiamo fatto lenti progressi nella capacità di tracciamento dei contatti dei contagiati. Al momento, i reparti ospedalieri non sono sotto stress e anche le proiezioni più pessimistiche indicano che non lo saranno nel breve periodo. Ci sono protocolli più efficaci nella gestione dei malati, abbiamo imparato a proteggere i più fragili e la diffusione dell'utilizzo dei dispositivi di protezione è considerevolmente maggiore rispetto a qualche mese fa. Nel complesso, dunque, è vero che i dati italiani sono molto più rassicuranti di quelli francesi, inglesi o spagnoli e praticamente in linea con quelli tedeschi. Ma ciò andrebbe declinato in modo diverso, utilizzando anche un’altra chiave interpretativa: il tempo.

Abbiamo una sorta di “vantaggio” nei confronti degli altri Paesi, che rappresentano una finestra su ciò che potrebbe accadere nelle prossime due o tre settimane. È la situazione inversa rispetto a ciò che si era determinato tra marzo e aprile, quando l’Italia era stata colpita con violenza dalla pandemia e aveva tristemente anticipato ciò che sarebbe accaduto praticamente ovunque. Non sappiamo con precisione da cosa dipenda la diversa conformazione dei dati riguardanti contagi, terapie intensive e asintomatici, sappiamo però che nelle ultime settimane abbiamo “messo in moto” meccanismi destinati ad aumentare anche considerevolmente i numeri della pandemia in Italia. Lo abbiamo fatto in alcuni casi consapevolmente, in altri meno, ma resta un dato inoppugnabile.

Riaprire le scuole, malgrado tutte le simulazioni indicassero “in modo significativo il rischio di ottenere una nuova grande ondata epidemica con conseguenze potenzialmente molto critiche sulla tenuta del sistema sanitario nazionale”, è stato un rischio consapevole: il Governo (con il via libera del CTS, l’appoggio della quasi totalità dell’opinione pubblica e l’orientamento favorevole di tutte le forze politiche) ha ritenuto necessario consentire il ritorno in classe di milioni di studenti, perché indispensabile per la vita pubblica e perché fondamentale nell’ottica della costruzione della “nuova normalità” in attesa del vaccino e della fase 3. Ciò non toglie che non ci sia la minima possibilità che la riapertura delle scuole possa avere un impatto marginale sull’aumento dei contagi, per l'esistenza di complessità su cui intervenire è quasi impossibile: milioni di italiani in movimento, milioni di studenti negli stessi ambienti per ore, impossibilità di garantire il rischio zero per tutti gli operatori del settore, difficoltà nell’implementazione di test efficaci e affidabili, incapacità tecnica nell'intercettare gli asintomatici, nonché la banale questione del distanziamento sociale sui mezzi pubblici e nei luoghi di ritrovo degli studenti.

Discorso in parte diverso per la riapertura degli stadi, per la ripresa delle attività agonistiche e più in generale dell'ambito ludico, dell'intrattenimento, del tempo libero. Come per la questione della "movida", a lungo ci si è interrogati sull'essenzialità di tali attività nella vita collettiva, ad esempio su quanto possiamo essere disposti a rischiare per garantire quello che è stato definito "il diritto allo spritz", oppure su come tenere insieme emergenza e voglia di normalità di milioni di cittadini cui per mesi è stato chiesto di non uscire di casa se non per lavorare e fare la spesa. In estate tale dibattito è stato più semplice, anche se non meno divisivo: il calo dei contagi e la sensazione che il peggio fosse alle spalle hanno contribuito ad allentare le maglie del controllo e delle limitazioni, tanto che milioni di persone sono andate in vacanza a prezzo di sacrifici minimi. E se pure non abbiamo riscontri scientifici e statistici inoppugnabili sul peso che le vacanze e la movida abbiano avuto nella risalita della curva dei contagi, di certo sappiamo che il clima agostano ha determinato un generale rilassamento della popolazione e di certo non ha messo pressione a politica e istituzioni per lavorare pancia a terra alla risoluzione dei problemi strutturali che da mesi ci portiamo dietro (ne abbiamo parlato qui e qui).

Ora ci sembra di essere di nuovo al punto di partenza, con la curva dei contagi che non potrà fare altro che salire, quella delle morti crescere, mentre il tempo per farsi trovare pronti sembra essere sempre di meno. E siamo di nuovo al punto in cui c'è chi vuole chiudere tutto, chi vuole fare lo sceriffo, chi se la prende con l'ormai mitologica categoria dei giovani, chi maledice gli spritz, mentre dall'altra parte cresce il fronte di quelli che non ne possono più, che non credono più a nulla e che percepiscono come abnormi i provvedimenti restrittivi. In mezzo, milioni di cittadini su una barca alle prese con una tempesta imminente.

Non è semplice uscirne, non può essere semplice proprio perché non abbiamo alcuna certezza sui modi e sui tempi in cui la barca sarà finalmente in un porto sicuro. Né se esista in fondo questo porto sicuro. Avere consapevolezza della difficoltà della sfida, avere chiaro che con l'emergenza dovremo convivere ancora a lungo, però, non significa affatto "rinunciare a vivere" per un tempo indefinito. Significa proprio che dobbiamo essere preparati a una fase di "altra normalità", in cui la convivenza con il virus può essere gestita grazie a uno sforzo di responsabilità collettiva: rispettare le norme del distanziamento sociale, attenersi alle regole di condotta sui luoghi di lavoro e di divertimento, utilizzare correttamente i dispositivi di protezione individuale, avere cura dell'altro come di noi stessi, vigilare affinché istituzioni e politica facciano l'interesse della collettività e non oltrepassino le loro competenze mettendo a repentaglio i diritti individuali. Non dobbiamo rinunciare a vivere, ma non possiamo vivere come prima. Nella consapevolezza che non siamo al sicuro dal virus e che il nostro compito primario deve essere quello di difendere e proteggere le vulnerabilità e le debolezze. Prima lo capiamo, prima cominceremo a ripensare il nostro futuro.