La riapertura della mobilità fra le Regioni, il via libera alla ripresa della quasi totalità delle attività pre-lockdown e i piani per la ripartenza dei settori bloccati completamente dalla pandemia sono stati interpretati come un momento di svolta nel percorso di ritorno alla normalità. Anche autorevoli analisti e media di indiscusso prestigio hanno cominciato a utilizzare la dicitura “Fase 3”, come se il 3 giugno avesse rappresentato un momento di svolta non solo nelle strategie politiche e gestionali, ma anche dal punto di vista del quadro epidemiologico. In realtà, tale approccio è confondente ed errato, oltre che pericoloso per le conseguenze che potrebbe avere nella disposizione d’animo dell’opinione pubblica. Se i cittadini italiani continuano a dimostrare enorme senso di responsabilità, lo stesso non si può dire del livello istituzionale e accademico, che continua a dare informazioni confuse e in alcuni casi contraddittorie. Senza entrare nel complesso e aspro dibattito in corso fra epidemiologici e clinici, statistici e virologi, andrebbe almeno chiarito un concetto cardine: non siamo ancora nella Fase 3, non esistono le condizioni per allentare la guardia e la pandemia non è ancora un ricordo.

Tecnicamente la questione delle fasi è disciplinata da un decreto del ministero della Salute, che alla voce “principi per il monitoraggio del rischio sanitario” sintetizza quali sono i criteri per i passaggi da una fase all’altra. Si tratta dello schema che dovrebbe in qualche modo guidare le scelte del decisore politico. Il passaggio alla Fase due è stato possibile perché il ministero della Sanità, acquisiti i pareri del Comitato Tecnico Scientifico e le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, ha ritenuto soddisfatti 5 criteri: la stabilità della trasmissione, la fine del sovraccarico dei servizi sanitari, l’implementazione dell’attività di readiness, l’abilità nel testare tempestivamente tutti i casi sospetti, la possibilità di garantire adeguate risorse per il contaci-tracing, l’isolamento e la quarantena. Il quadro "positivo" è stato confermato finora dai dati del monitoraggio (i famosi 21 parametri), che hanno evidenziato il decongestionamento degli ospedali, la diminuzione dei casi di terapia intensiva e un costante calo della curva dei contagi, sia pure in modo non omogeneo sul territorio nazionale (anche a causa di una raccolta dati confusionaria e dell'assenza di policy comuni tra le Regioni per quel che concerne gli screening e i test).

Questo però non vuol dire affatto che si sia pronti a passare alla Fase 3. Lo spiega sempre il ministero della Salute: la fase 2 è quella della convivenza con il virus e dell'adozione di comportamenti che possano garantire il contenimento "artificiale" dei contagi, la fase 3 sarà raggiunta solo quando avremo a disposizione o il vaccino o una cura efficace in grado di abbattere le infezioni, la fase 4 solo quando la pandemia sarà finita.

Non è un dato di poco conto, perché il mantenimento della Fase 2 comporta anche l'adozione di protocolli stringenti per le autorità sanitarie territoriali e lascia aperta la possibilità di nuovi lockdown selettivi se le cose dovessero peggiorare. Il riferimento obbligato è alla Lombardia, che continua a rappresentare il problema principale, con contagi in numero assoluto ancora elevato e un numero di casi attivi "individuati" che resta ancora alto. A consigliare un supplemento di prudenza, però, dovrebbe essere anche la consapevolezza che i meccanismi di trace, test and treat non funzionano ancora in modo corretto ed efficace. Come ha sottolineato più volte la Fondazione GIMBE, infatti, se avessimo davvero implementato un sistema di test and tracing avremmo fisiologicamente dovuto rilevare un aumento dei casi o comunque avremmo dovuto assistere alla crescita dei test su base giornaliera: nulla di ciò è avvenuto, avallando il sospetto che ci siano Regioni in cui qualcosa non sta funzionando come dovrebbe. In altre parole, il rischio è che la percezione di maggiore sicurezza si tramuti in un pericolo per la stessa sicurezza.