L’aumento del numero dei nuovi casi di positività alla Covid-19, sia in valore assoluto che in percentuale sul numero di tamponi effettuato, è da giorni al centro di un complesso dibattito, che coinvolge analisti, medici e politici, ma che soprattutto viene recepito in vario modo da un’opinione pubblica sempre più divisa e confusa. In effetti, appare complicato anche per gli addetti ai lavori e per gli operatori di settore riuscire a tenere le fila della marea di informazioni, dichiarazioni, ipotesi e boutade immesse in circolo in queste settimane. L’effetto è quello di un frullatore impazzito che, anche quando alimentato da contenuti di grande profondità e complessità, sembra riuscire a produrre due sole bevande a uso e consumo dell’opinione pubblica: quella dell’allarmismo catastrofista e quella del negazionismo complottista. Detto in altre parole: c’è un ampio dibattito all’interno della comunità scientifica e ci sono questioni di capitale importanza dal punto di vista politico – istituzionale, il problema è che la narrazione si è appiattita su una dicotomia senza senso, che si porta dietro tifosi e truppe cammellate, strumentalizzazioni e comportamenti pericolosi. Non è un fatto secondario, perché l’adozione di comportamenti virtuosi, l’efficacia delle politiche di contrasto e prevenzione e l’incisività delle azioni del sistema nel suo complesso dipendono anche dalla nostra capacità di ritrovare equilibrio e lucidità nei giudizi, precondizione per accettare come necessarie ma anche eque, giuste e commisurate alla situazione tutte quelle indicazioni, privazioni e rinunce che dovrebbero servire a tutelare il bene collettivo. Una comunità in grado di avere cura di se stessa è anche una comunità informata, consapevole e in grado di stabilire un rapporto di reciproca fiducia con i propri rappresentanti nelle istituzioni.

Se la faciloneria sfocia nel complottismo e avalla ragionamenti pericolosi e antiscientifici, anche un approccio immotivatamente allarmista può far danni perché rischia di far apparire come abnormi, ingiustificate ed esagerate anche misure necessarie e di buonsenso. La superficialità con cui qualche settimana fa si è descritta come "completamente sotto controllo" una situazione ancora in evoluzione, non può essere sostituita da immagini da tempesta epocale o da catastrofe imminente, ma dal linguaggio della verità, senza secondi fini o retropensieri.

In queste settimane, stiamo assistendo in Italia a uno scontro neanche troppo tenero fra noti clinici, epidemiologici e virologi, alimentato anche da una sovraesposizione mediatica francamente piuttosto imbarazzante. Il duello che ha occupato più spazio è stato quello fra Zangrillo (inizialmente anche Palù, che ora pare aver ammorbidito la sua posizione) e un gruppo di colleghi, fra cui Crisanti e Lopalco. Il primario dell'Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione Generale del san Raffaele di Milano, al netto di qualche esagerazione e di qualche giudizio tagliato con l'accetta, sostiene da tempo che “il virus non sta più producendo una malattia clinicamente significativa”, che il miglioramento della situazione nelle terapie intensive e nei reparti sia un chiaro segnale della mutata situazione clinica; in aggiunta ha pubblicato uno studio “Decreased in-hospital mortality in patients with COVID-19 pneumonia”, che mostra il calo del tasso di mortalità tra i pazienti del San Raffaele nel corso del tempo. La tesi di Zangrillo, che non è affatto un "negazionista", è contestata con forza da altri medici, che sottolineano come sia un errore parlare di "differenza fra contagiati e malati" e come le ultime settimane stiano mostrando una chiara inversione di tendenza, con la crescita dei casi e l'abbassamento dell'età mediana dei contagiati. L'appiattimento delle posizioni a uso e consumo di media e social network è disastroso, non solo per l'effetto straniante che produce all'interno dell'opinione pubblica, ma anche perché polarizza ulteriormente le posizioni e rafforza i bias cognitivi. Ci sentiamo quasi costretti a prendere parte alla contesa e, nei fatti, cominciamo ad ascoltare ciò che più ci fa comodo: i negazionisti riprendono fiato ascrivendo al loro campo anche studiosi di grande qualità (e mettendo sullo stesso piano un Tarro e uno Zangrillo, per dire), i burioniani non perdono occasione per insultare chiunque non sposi completamente la loro impostazione, a esperti di livello assoluto si chiede di prendere posizione (non sui singoli aspetti o sulla loro materia di competenza, ma su uno scontro ideologico, che poi diventa immancabilmente politico).

La divisione in tifoserie contrapposte ci fa dimenticare la questione principale: la nostra ancora parzialissima conoscenza dell’evoluzione della pandemia, del comportamento del virus e delle specificità dei meccanismi di contagio, ma anche dei tempi entro i quali sarà a disposizione un vaccino sicuro ed efficace, nonché di quale sia il punto di rottura dei sistemi sanitari. Come è normale che sia, ad esempio, sappiamo poco  del “ciclo” della pandemia e non ci sono evidenze certe su aspetti di grande rilevanza, come ad esempio l'attenuarsi o meno della carica virale nei contagiati delle ultime settimane. Per avere un'idea, basti solo pensare che il direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino di Genova Matteo Bassetti parla al Corsera di un pre-print che dimostrerebbe come il virus sia diventato meno aggressivo, mentre il professor Massimo Galli descrive il fenomeno opposto, rivelando la presenza di una forte carica virale nei tamponi effettuati recentemente. E ancora, in questo thread su Twitter, Vincent Rajkumar, Editor in Chief Blood Cancer Journal, si concentra ad esempio sulle 4 possibili ragioni dietro la presenza di contagi con sintomi scarsi o inesistenti: una risposta immunitaria rapida al virus da parte di una certa tipologia di soggetti, l’immunità crociata che sembrerebbero avere alcuni pazienti mai esposti prima al coronavirus, fattori genetici che “contrasterebbero” il virus (e che potrebbero spiegare i sintomi mediamente più attenuati nelle donne), una carica virale minore al momento del contagio (quest’ultimo punto è molto interessante, perché potrebbe chiamare in causa anche l’utilizzo delle mascherine, come spiega Ali Nouri, medico e presidente della federazione degli scienziati americani). Ipotesi contestate da altri studiosi, che segnalano come bisognerebbe allargare la prospettiva a un intervallo di tempo maggiore, per non trarre conclusioni da quelli che potrebbero essere solo cicli della pandemia da coronavirsu. Insomma, gli esempi di quanto sia ampio e vario il dibattito scientifico sono infiniti: il punto è che siamo ancora in una fase di studio, stiamo imparando a conoscere il virus e tuttavia siamo ben lontani dall'aver risolto tutti gli enigmi a esso correlati. Questa consapevolezza non dovrebbe mai abbandonarci, bensì spingerci alla cautela, cercando di partire da ciò che sappiamo, da ciò che abbiamo imparato.

Quello che sappiamo è che dopo il picco di vittime e contagiati, in Italia abbiamo registrato numeri in calo per settimane (anche se il virus non è mai scomparso e si sono susseguiti piccoli focolai in diverse zone del Paese), per riscontrare una lieve ma chiara inversione di tendenza in questi ultimi giorni, in gran parte determinata dall’accertamento di “casi di importazione” e dal miglioramento dei meccanismi di tracing, che permettono di ricostruire le catene di contatti di un singolo contagiato. Sappiamo anche altre cose: la pressione sul sistema ospedaliero è a livelli pienamente sostenibili, le terapie intensive sono occupate in minima parte, i protocolli per la gestione dei contagiati sono migliorati notevolmente, le tempistiche per la fase di test sono molto più rapide, è aumentata la capacità di diagnosticare precocemente la malattia, i trattamenti clinici dei sintomi sono più efficaci, i contagi nelle strutture sanitarie sono ridotti ai minimi. Sappiamo però che la pandemia è tutt’altro che finita, che i contagi nel mondo sono ancora in espansione e che basta poco perché nuovi focolai complichino nuovamente le cose in Italia: di conseguenza, bisogna continuare con responsabilità a osservare le regole del distanziamento sociale e della prevenzione dei contagi, evitando pratiche irresponsabili e antiscientifiche; parallelamente, la politica dovrebbe governare questa fase di transizione verso la nuova normalità, evitando di subire passivamente gli eventi e assumendosi la responsabilità delle scelte necessarie per tutelare la salute dei cittadini senza creare dualismi opprimenti e senza andare oltre il quadro del diritto (sgombrando il campo dai dubbi di legittimità e dalla confusione che hanno caratterizzato gli ultimi provvedimenti). Dobbiamo farci trovare pronti, nella consapevolezza che dire "non sarà come febbraio" non vuol dire che sia tutto finito, che possiamo dimenticare ciò che abbiamo appreso e che ci aspetta un autunno tranquillo.

In questo contesto, la comunicazione riveste un ruolo fondamentale, poiché determina gli stessi messaggi che veicola. Allarmismo, faciloneria, strumentalizzazioni, personalismi, speculazioni, approssimazioni, banalizzazioni e retorica contribuiscono a inquinare i pozzi del dibattito pubblico. Equilibrio nei giudizi, cautela nel prendere posizione, lucidità nell'intraprendere azioni, fermezza nel perseguire comportamenti virtuosi, serietà nell'approcciarci a un dibattito che è tutt'altro che definito, fiducia nelle istituzioni e cura della nostra comunità: concetti che non riguardano solo i media, la politica o gli altri, ma che dovrebbero guidare ognuno di noi e vincolare le nostre azioni quotidiane, da una condivisione a una chiacchiera tra colleghi o amici. La lotta alla pandemia è ancora lunga e complessa, autosabotarci non è proprio la scelta più intelligente che possiamo fare.