Sempre più spesso, nella narrazione mainstream di questa fase della pandemia nel nostro Paese, si tende a dimenticare un concetto piuttosto semplice: il virus circola ancora, dunque senza misure restrittive della circolazione, senza robuste limitazioni dei contatti sociali e senza pratiche decise per il mantenimento del distanziamento e l’adozione delle precauzioni individuali, non c’è alcuna possibilità che la curva dei contagi smetta di salire, soprattutto in un contesto di crescita della pandemia a livello globale. Era fisiologico e ampiamente previsto che l'allentamento delle restrizioni e dei vincoli alla mobilità potesse determinare una crescita dei contagi, la sfida era quella di riuscire a tenerli sotto il livello di guardia, monitorando la diffusione a livello territoriale e intervenendo immediatamente sui focolai, in modo da contenerne la diffusione e isolare i cluster in modo rapido ed efficace.

Al di là delle doverose riflessioni sul contesto, sul miglioramento della capacità diagnostica, sull’efficacia delle terapie e sulla maggiore preparazione del sistema sanitario italiano, il punto non è urlare all’apocalisse inevitabile, ma capire cosa non abbia funzionato in questi mesi, cosa non stia funzionando ora e se siamo ancora in tempo per porvi rimedio. C'era un piano molto dettagliato per la gestione del mantenimento della fase due: pressioni degli stakeholder e dell'opinione pubblica, oltre che un buon grado di confusione nei rapporti istituzionali, hanno determinato cedimenti e "concessioni", che ora rischiano di aprire uno scenario nuovo e pericoloso, al quale non siamo sicuri di essere preparati. È un discorso fondamentale in particolar modo per quel che concerne la questione della riapertura delle scuole, sulla quale non possiamo permetterci errori o debolezze, ma soprattutto non dobbiamo cedere a logiche partigiane o di bandiera: in poche parole, siamo di fronte a un problema da gestire con concretezza e realismo, senza impuntature ideologiche o pericolose strumentalizzazioni.

Alla fine di aprile, un report del Comitato Tecnico Scientifico convinceva il governo a posticipare la riapertura di qualche settimana, prendendo in considerazione una serie di scenari potenziali legati alla fine del lockdown e alla ripresa delle attività. Da tutte le simulazioni appariva evidente che la riapertura delle scuole non fosse un’opzione percorribile, poiché “aumenterebbe in modo significativo il rischio di ottenere una nuova grande ondata epidemica con conseguenze potenzialmente molto critiche sulla tenuta del sistema sanitario nazionale”. È bene ricordare, inoltre, che la decisione di allentare il lockdown è stata presa sulla scorta di simulazioni che prevedevano sempre le scuole chiuse, anche per limitare al minimo l’aumento dei contatti in comunità e il sovraffollamento sui mezzi pubblici. Del resto, c'è un'ampia letteratura "pre-pandemia" che considera incompatibile il contenimento di un'epidemia con la frequentazione delle scuole da parte di milioni di studenti (che, ricordiamolo, prendono mezzo pubblici, tendono a formare assembramenti all'esterno dei plessi scolastici e a condividere tempo e spazio, diventando poi, anche se asintomatici o paucisintomatici, un potenziale veicolo di contagio intrafamiliare).

Certo, il contesto attuale è radicalmente diverso, al punto che lo stesso Comitato Tecnico Scientifico ha avallato la possibilità della riapertura, ma è bene ricordare come si tratti di uno degli ambiti a più elevata complessità, proprio perché chiama in causa molteplici aspetti e incide in modo fondamentale sulla vita quotidiana delle famiglie. Pensare che il problema siano i nuovi banchi (peraltro utilissimi e comunque destinati a svecchiare arredi che salgono a decenni fa), è miope e ingeneroso. Rispetto a qualche mese fa abbiamo indicatori migliori da molti punti di vista: la pressione sul sistema ospedaliero è a livelli pienamente sostenibili, le terapie intensive sono occupate in minima parte, i protocolli per la gestione dei contagiati sono migliorati notevolmente, le tempistiche per la fase di test sono molto più rapide, è aumentata la capacità di diagnosticare precocemente la malattia, i trattamenti clinici dei sintomi sono più efficaci, i contagi nelle strutture sanitarie sono ridotti ai minimi. Ma nelle ultime settimane, sia per questioni “fisiologiche” che per un generale allentamento dell’attenzione rispetto alle pratiche di prevenzione, la curva dei contagi è tornata a salire e non c’è ragione di ipotizzare cambiamenti nel breve volgere di qualche giorno.

Dunque, alla vigilia dell’apertura delle scuole potremmo trovarci in una situazione di equilibrio precario, con un labile confine tra rischio e sicurezza, con tutto ciò che comporta a livello di percezione dell’opinione pubblica. Non sarebbe intellettualmente onesto dire che "nessuno ha pensato a come riaprire le scuole", considerando che da mesi si tratta di un tema all'ordine del giorno nel dibattito politico, tanto da convincere il Governo in carica a investirvi parte consistente della propria credibilità. Probabilmente, però, il calo dei contagi dei mesi di giugno e luglio ha contribuito a creare l'errato convincimento che si potesse trattare la scuola come un settore fra i tanti, la cui apertura potesse essere disciplinata da rigidi protocolli e da qualche piccolo aggiustamento collaterale (trasporti, assunzioni, sanificazioni e via discorrendo). Così non era, anche perché sono tornati a galla problemi strutturali e limiti sistemici mai realmente affrontati da ministri ed esecutivi che hanno preceduto Azzolina e Conte (carenze di organico, enorme livello di conflittualità coi sindacati di settore, inadeguatezza delle strutture e degli arredi scolastici, limiti nella possibilità di ricorrere alla didattica a distanza). Tare che potevano essere superate solo con uno sforzo "monstre", che il sistema Italia probabilmente in questo momento non è in grado di compiere. Il problema è che anche lavorare a un'alternativa seria ed efficace si è rivelato più complesso del previsto, in un Paese in cui l'accesso alla connessione non è ancora un diritto, in cui i plessi scolastici sono vecchi e inadeguati, in cui gli investimenti in istruzione e formazione sono risibili se paragonati al resto della Ue, in cui burocrazia e caos normativo determinano ritardi ed errori nella scelta e formazione dei docenti. Insomma, non c'è un altro tema come quello della riapertura delle scuole che sia lo specchio fedele di cos'è e cos'è stato il sistema Italia.

Ora, Governo e Cts ritengono che sussistano le condizioni per la riapertura e non c'è motivo di dubitarne, purché le nostre istituzioni non commettano l'errore di arroccarsi su posizioni ideologiche e potenzialmente pericolose. La scuola è il futuro, è l'anima stessa del nostro Paese. Ma la salute e la sicurezza dei cittadini vengono prima. E questa è l'unica lezione che avremmo dovuto imparare da questi ultimi mesi maledetti.