Ci sono domande che da giorni monopolizzavano il dibattito pubblico e rimbalzvaano di bacheca in bacheca, di chat in chat, di talk show in talk show. Perché il Governo "non ha fatto nulla" nei mesi intercorsi fra la fine del lockdown e la seconda ondata? Perché tutta questa lentezza nel prende decisioni incisive per contenere la crescita dei contagi? Perché un governo che si è mosso con prudenza estrema nei mesi scorsi ora sembra adottare un approccio riduzionista rispetto alla gravità della situazione? Come fanno a non rendersi conto che mascherine obbligatorie e coprifuoco notturni non possono bastare per fermare la Covid-19? Come è possibile non accorgersi che la curva dei contagi non può far altro che crescere?

Domande più che legittime, considerata la brutale evidenza dei numeri, che però restavano sostanzialmente senza risposte da parte delle istituzioni centrali (ma non solo). Che, essenzialmente, prendono tempo da settimane in attesa (tralasceremo per carità di patria gli spin dati in pasto ai giornali su "decisioni imminenti", anzi "fra 10 giorni", oppure "dopo il 27").

Come vi ripetiamo da settimane, non c'è uno scenario alternativo a quello che vede la crescita esponenziale dei contagi, l'insostenibilità della pressione sul sistema sanitario, il raggiungimento della soglia critica nelle terapie intensive e l’aumento del numero di decessi. I tassi di crescita dei principali indicatori della pandemia sono ben oltre il livello di guardia e siamo già in quella che l'ISS chiama la fase 3, ovvero "Rt regionali sistematicamente e significativamente compresi fra 1 e 1,5 con la possibilità di limitare solo modestamente il potenziale di trasmissione di SARS-CoV-2 con misure di contenimento/mitigazione ordinarie e straordinarie: in queste situazioni, potremmo non essere in grado di tenere traccia di tutti i focolai, inclusi quelli scolastici, portando a un sovraccarico dei servizi assistenziali nell’arco di 2 o al massimo mesi" (FONTE). Oltre ai report dell'ISS, poi, ci sono i pareri di studiosi autorevoli, gli orientamenti delle organizzazioni internazionali e di altri Stati alle prese con la seconda ondata, ma anche gli appelli della comunità scientifica. Insomma, siamo precisamente nello scenario in cui, escluso qualche imbecille o qualche irriducibile, "tutti sanno" cosa sta succedendo e quanto stia costando in termini di vite umane il ritardo nel prendere decisioni drastiche.

E allora, cosa stava aspettando il Governo? Perché ha continuato a "non fare nulla" per giorni?

La risposta è tutt'altro che scontata, ammesso che non ci si voglia accontentare di qualche frase buona per i talk show o per un post sui social. Pensare che a Chigi si riunisca una banda di incompetenti in grado di non distinguere un'esponenziale da una logistica, o di non capire che non ha senso aumentare i posti letto senza agire sul numero dei contagi, è indice di grande disonestà intellettuale e di certo non aiuta a ricostruire cosa stia accadendo. Così come sarebbe miope non considerare il fatto che la seconda mano abbia colto di sorpresa non solo il nostro Governo, ma quelli dell'intera Europa (per non parlare neanche della disastrosa gestione al di là dell'Atlantico). La struttura stessa della società occidentale parrebbe rendere complesso interrompere le dinamiche di trasmissione del virus (questo grafico è piuttosto esplicativo), che peraltro conosciamo soltanto in minima parte. Ciò non vuol dire affatto che le istituzioni italiane siano esenti da qualsiasi responsabilità, sia chiaro, ma se non inscriviamo ciò che sta accadendo nel quadro più ampio possibile, rischiamo di adottare un punto di vista parziale e potenzialmente erroneo. Anche perché il governo italiano ha avuto la possibilità di "guardare" a ciò che stava già avvenendo in Spagna e soprattutto Francia: una sorta di finestra temporale che avrebbe potuto indirizzare le scelte e limitare i danni.

Tempo sprecato, con misure di impatto scarso o nullo, e con scelte molto discutibili. Si poteva fare di più e meglio, non c'è dubbio alcuno. Si poteva resettare il sistema quando ancora c'era tempo per farlo. Si poteva evitare il caos normativo e si doveva evitare di scaricare la responsabilità di scelte impopolari unicamente sulle spalle delle Regioni per mero calcolo politico. Si dovevano mettere in campo sistemi di monitoraggio e gestione dei dati più efficaci e funzionali. E soprattutto si doveva parlare il linguaggio della verità con i cittadini, cui si è delegato in modo pressoché totale la "cura dell'altro", mentre parallelamente si consentiva di tornare sui luoghi di lavoro, prendere autobus strapieni e condurre una vita normale, tra feste, cene e vacanze. Per poi incolparli della subitanea risalita della curva dei contagi.

Il nuovo Dpcm arriva con colpevole ritardo, quindi, ma va nella direzione giusta (anche se Conte continua a tenere il punto sull'apertura delle scuole: un'ostinazione che rischia di costarci carissimo e che sembra rispondere più a equilibri interni alla maggioranza o a illusioni ideologiche che a inappuntabili criteri logico-scientifici).

Dal punto di vista politico, Conte archivia la linea del "niente panico", che neanche una settimana fa era stata ribadita in diretta televisiva addirittura da Franco Locatelli, presidente CSS. È il fallimento totale della strategia di utilizzare misure soft puntando quasi esclusivamente sulla responsabilizzazione dei cittadini, ma è anche una presa di coscienza definitiva del fatto che siano saltati completamente i sistemi di monitoraggio che avrebbe dovuto portare a misure selettive, scalabili e proporzionate per tenere sotto controllo la seconda ondata. Dopo il generale rilassamento estivo, quello che i cittadini europei stanno pagando, insomma, è il tentativo di tenere bassa la diffusione del virus esclusivamente attraverso l'utilizzo delle pratiche di distanziamento sociale, della riduzione delle occasioni di socialità e dell'adozione di timidi protocolli di sicurezza sui luoghi di lavoro e sui trasporti pubblici. Non aver preparato adeguatamente la fase di "convivenza con il virus", illudendosi e illudendo i cittadini che si potesse condurre una vita normale e facendosi scudo di minimi miglioramenti sul piano della risposta del sistema sanitario, è stato l'errore più grande, che il governo Conte condivide con gli altri partner europei.

Al netto di ritardi e inefficienze (qualcuno tra governo, ministri, commissari e Regioni prima o poi dovrebbe darci qualche spiegazione su scelte e disfunzioni indegne di un Paese moderno), si tratta però di un errore figlio della necessità / volontà di bilanciare "salute ed economia", come Conte si è trovato quasi costretto ad  ammettere nella precedente conferenza stampa. Il primo lockdown ha lasciato una ferita profonda non solo nel tessuto economico e produttivo, ma anche nelle casse dello Stato, ed è "non replicabile" anche in tal senso. In queste settimane la pressione di ambienti produttivi, parti sociali, lobby, gruppi di interesse e via discorrendo è stata enorme, tanto che molti consiglieri di Palazzo Chigi hanno descritto un quadro a tinte fosche, una vera e propria bomba sociale sul punto di scoppiare. L'adozione di misure graduali, però, si è rivelata un totale fallimento: la curva dei contagi non ha subito variazioni sostanziali, la pressione sui sistemi sanitari ha raggiunto livelli record (tanto che è saltata la possibilità stessa di tracciare contatti in modo sistemico), è cresciuta l'incertezza tra i cittadini.

Il virus, insomma, ha spazzato via calcoli e ragionamenti di questo tipo e ha riproposto la solita questione: puntare a un equilibrio fra salute ed economia significa mettere in conto decine di migliaia di morti. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma si arriva sempre allo stesso punto: se vogliamo tutelare la salute dei cittadini, proteggere i più deboli e limitare le perdite di vite umane, dobbiamo piegare la curva dei contagi, strozzare la circolazione del virus e salvaguardare la tenuta del sistema sanitario. Farlo conducendo una vita normale semplicemente non è possibile. Quale sarà l'impatto economico di queste restrizioni e delle altre che inevitabilmente seguiranno non lo sappiamo. Ma sappiamo cosa avrebbe comportato non far nulla e continuare a scommettere contro un'esponenziale: decine di migliaia di morti, il collasso del sistema sanitario e il tracollo complessivo del sistema economico. Direi che, in fondo, una scelta vera e proprio non l'abbiamo mai avuta.