Due decreti sicurezza. Due provvedimenti voluti da Matteo Salvini per contrastare l’immigrazione e aumentare la sicurezza del Paese, sia dal fronte interno che da quello esterno, secondo l’ex ministro dell’Interno. Ma gli effetti sembrano essere ben diversi da quelli voluti dal leader leghista, secondo quanto emerge dal rapporto realizzato da Openpolis in collaborazione con Actionaid. Il report analizza le conseguenze dei decreti sicurezza varati dal primo governo Conte, sintetizzandoli in due grandi macro-aree e ritenendo queste conseguenze “potenzialmente esplosive”: “Da una parte l’aumento consistente del numero di irregolari, collegato all’abolizione della protezione umanitaria, diventa una vera e propria emergenza di cui occorrerà farsi carico”. Il secondo effetto, invece, è che “il taglio dei costi per la gestione dei centri di accoglienza crea non poche difficoltà nell’assegnare i nuovi bandi e favorisce il ritorno alla prassi disastrosa della concentrazione dei richiedenti asilo abbandonati nei grandi centri”.

In sostanza, secondo Openpolis, la politica in nome della sicurezza “rischia di produrre più illegalità e più emarginazione sociale, più sfruttamento e esclusione. I cui costi sono disseminati come tante bombe sociali innescate nei territori e nelle periferie delle città”. Il dossier suddivide la politica migratoria su un aspetto interno con “la stretta al sistema di accoglienza ed integrazione dei migranti” (decreto sicurezza) e su un aspetto esterno con “la progressiva chiusura delle frontiere e i porti chiusi” (decreto sicurezza bis). Le intenzioni di Salvini erano quelle di arrivare a “meno arrivi, meno diritti per chi arriva, più espulsioni”. Un disegno già promosso dal suo predecessore al Viminale, Marco Minniti. Una politica “che ha ottenuto i risultati sperati, visto il repentino calo degli sbarchi a partire dal secondo semestre 2017”. Una politica che però ha portato anche a una maggiore esposizione dei migranti alla violazione dei diritti umani e ad abusi. E che sembra proseguire con il nuovo governo, anche senza la Lega: “Il secondo governo Conte non sembra orientarsi verso una politica di discontinuità rispetto all’esecutivo precedente”.

La protezione umanitaria dopo i decreti sicurezza

Nel report si prende in considerazione uno degli aspetti principali del decreto sicurezza, l’abolizione della protezione umanitaria. L’andamento degli sbarchi – in calo – viene messo in relazione alle richieste di asilo, con una evidente riduzione di entrambi. Le domande esaminate, però, sono rimaste in numero costante nel 2018, a causa del carico degli anni precedenti. Le richieste pendenti, invece, si sono dimezzate nell’ultimo anno, passando da 135mila e 63mila nel 2019. Per cui si sottolinea che la scelta di abolire la protezione umanitaria arriva proprio nel momento in cui gli sbarchi sono al minimo dal 2010, cercando di contrastare una “emergenza che non c’è”.

Senza protezione umanitaria aumentano gli irregolari

La cancellazione della protezione umanitaria comporta un aumento dei dinieghi alle richieste presentate dai migranti arrivati in Italia. Nel 2019 sono l’80%, contro il 67% del 2018. Si stima che nel 2019 i dinieghi saranno circa 80mila, tutte persone che diventeranno irregolari. Un tasso in costante aumento. Nel 2019, quindi, gli irregolari potrebbero diventare circa 680mila, superando i 750mila nel gennaio 2021. Non solo, perché a questo va affiancato un altro dato: i rimpatri sono in diminuzione. E, comunque, anche se non arrivassero più irregolari in Italia per anni – continuando con il ritmo attuale – servirebbe più di un secolo (e anche 3,5 miliardi di euro) per rimpatriare tutti gli irregolari oggi presenti sul territorio.

L'accoglienza: gli Sprar e i Cas

Altro problema causato dai decreti sicurezza è il ridimensionamento del sistema Sprar. I richiedenti asilo finiscono così nei nuovi Cas, dove vengono privati dei servizi minimi necessari per l’inserimento economico e sociale.  Non a caso, nelle conclusioni del report, si formula un’accusa precisa a queste politiche: “Il disegno del Siproimi – in sostituzione dello Sprar – significa che l'integrazione non è più, neanche formalmente, un obiettivo generale del sistema di accoglienza ma diventa un privilegio per pochi, i soli rifugiati e titolari di forme residuali di protezione. Per la grande massa dei richiedenti asilo, invece, è stato tracciato un percorso di esclusione”.

Sono tre i tipi di Cas esistenti oggi: l’unità abitativa, quelli fino a 50 posti e quelli fino a 300 posti. Le prefetture attualmente puntano maggiormente sui centri più piccoli, soprattutto al Nord. Ma proprio questi bandi sono quelli con più problemi, con molte gare riproposte, spiega Openpolis. Quindi per i piccoli e medi operatori ci sono più difficoltà a partecipare ai nuovi bandi. Quello che succede ora è che il disegno va verso i grandi centri, ma è difficile adeguarsi perché si contrappone alla linea seguita fino a pochi mesi prima (e preferita dalle prefetture). D’altronde anche lo stesso Salvini, durante la relazione al Parlamento, riteneva che le concentrazioni di migranti in grandi strutture rendesse difficile la gestione del centro.

La spesa per l’accoglienza dei migranti

Un ultimo focus viene realizzato da Openpolis sulle spese per l’accoglienza. Spese che sono aumentate tra il 2016 e il 2018, passando da 1,6 a 2,7 miliardi di euro. Per il 2019, invece, non ci sono ancora dati certi, ma si stima una riduzione della spesa di circa 150 milioni di euro. Per quanto riguarda i fondi per i rimpatri, invece, si registra un aumento dai 3,9 milioni di euro nel 2018 a 11,4 milioni nel 2019, una cifra praticamente triplicata. Anche se ad aumentare è soprattutto la previsione, nonostante alla fine il rendiconto degli scorsi anni sia sempre stato nettamente superiore alla previsione (anche rispetto a quella, già più alta, del 2019).