Magistrato contro Meloni: “Nana borgatara non ha tempo di firmare decreto”. Ma poi nega: “Mi hanno hackerato”
‘‘La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia". È il messaggio apparso sul profilo Facebook di Alessandro Di Cicco, magistrato in servizio presso la Procura di Roma. Il post, che ora non è più visibile, sarebbe legato alla decisione della premier Giorgia Meloni di non firmare il Dpcm per sbloccare gli aumenti di stipendio dei magistrati, per circa 1 miliardo di euro, previsti in base ad alcune sentenze del Consiglio di Stato. Il magistrato ha poi negato di aver scritto il post e ha deciso di sporgere denuncia, sostenendo di esser stato hackerato.
La questione degli aumenti di stipendi ai magistrati sta facendo discutere. Ieri Meloni ha fatto sapere che non firmerà il Dpcm che riconosce alle toghe le somme dovute dopo che il Consiglio di Stato ha accertato un errore di calcolo da parte dell'Inps. L'Associazione nazionale magistrati però, sostiene che gli importi siano più bassi e rivendica il diritto a ricevere le differenze retributive previste dalla legge.
Proprio a questa questione sembra riferirsi il post pubblicato da Di Cicco e rilanciato dal responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli: "L'attacco choc della toga contro la premier Meloni. Vogliono un miliardo di aumenti di stipendi. Inaccettabile".
Il commento è poi scomparso dall'account del magistrato, il quale ha smentito di averlo scritto. "In data 19 ottobre 2026 alle ore 12 ricevevo sul mio account personale, avente nome ‘Di Cicco Alessandro', della piattaforma social Facebook alcune notifiche riconducibili ad attività non compiute da me su tale piattaforma, pertanto mi rendevo conto che ignoti vi avevano fatto accesso a mia insaputa senza essere autorizzati", si legge nella denuncia che il magistrato ha depositato oggi in commissariato.
Ad Adnkronos, Di Cicco ha raccontato che qualcuno gli avrebbe hackerato il profilo. "Non sono stato io a scrivere quel post sulla premier, ero in viaggio e quando mi sono accorto di quanto successo, e cioè che qualcuno aveva scritto quel testo sul mio profilo, ho provveduto subito a cancellarlo. Non immaginavo questo clamore, adesso sto andando a denunciare quanto successo al commissariato. Una cosa è non condividere le posizioni della premier, altro è insultare".
L'Anm ha rapidamente preso le distanze da quanto accaduto. "Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole rivolte alla presidente del Consiglio sui social da un magistrato di Roma. Ne prendiamo le distanze con fermezza", è la nota diffusa dall'associazione delle toghe.
Ora Di Cicco rischia provvedimenti disciplinari. Enrico Aimi, componente laico del Consiglio superiore della magistratura, ha fatto sapere di aver aperto una pratica sulla vicenda. "La libertà di espressione è un diritto fondamentale e deve essere garantita a tutti, magistrati compresi. Ma chi esercita una funzione così delicata come quella giudiziaria è tenuto a osservare doveri di equilibrio, correttezza e rispetto delle istituzioni, anche quando interviene nel dibattito pubblico. Per questo ho chiesto l'apertura di una pratica al Consiglio superiore della magistratura, affinché siano verificati i fatti e valutata l'eventuale sussistenza di profili disciplinari", ha affermato. "Il fatto merita un'attenta valutazione".
Aimi ha riferito inoltre, di aver richiesto la trasmissione alla Quarta Commissione per gli aspetti eventualmente rilevanti ai fini delle valutazioni di professionalità, nel rispetto delle competenze dei diversi organi. "Non si tratta di limitare il diritto di critica né di introdurre privilegi o censure, ma di affermare un principio essenziale: il prestigio e la credibilità della magistratura si tutelano anche attraverso comportamenti pubblici improntati alla misura e al rispetto istituzionale. Le istituzioni meritano rispetto, sempre. E questo vale per tutti, senza eccezioni".