Sabato sera, a pochi passi dal Duomo, davanti a una barricata di tavolini da bar e biciclette elettriche che bruciava da ore, un ragazzo di sedici anni ha indicato a un cronista del Fatto Quotidiano le vetrine alle sue spalle e ha detto che la merce esposta lì dentro "costa un mese di stipendio di mio padre che fa il ristoratore". Y. – il giornale ne ha pubblicato soltanto l'iniziale – ha una famiglia arrivata dall'Est Europa ma si dice italiano senza esitazioni, due genitori che lavorano e guadagnano tra i millecinquecento e i duemila euro al mese, una spesa fatta al discount, i vestiti comprati nei negozi cinesi e la sensazione di essere chiuso in una città da cui non può partire nemmeno per un viaggio, e ha spiegato che le manifestazioni pacifiche delle settimane precedenti non erano servite a niente e che quello che stava facendo lo faceva anche per i suoi genitori.
Il corteo contro il carovita – circa cinquemila persone, quasi tutte giovanissime, convocate su TikTok e Instagram da una rete che si chiama Italia in Piazza e si dichiara apartitica, contro il prezzo della benzina, la pressione fiscale e gli stipendi bassi, nello stesso giorno della grande mobilitazione francese – si era rotto quasi subito, in via Broletto, tra le prime bottiglie e le prime cariche, e per il resto del pomeriggio il centro di Milano era stato attraversato da gruppi di ragazzi incappucciati che attaccavano la polizia e arretravano, da piazza del Duomo a piazza dei Mercanti, da corso Vittorio Emanuele fino a San Babila.
Le vetrine sfondate di Milano
Le vetrine sfondate quel pomeriggio a colpi di mazza e di sassi, però, non erano quelle delle borse: allontanati dalla polizia dalla Galleria Vittorio Emanuele, dove hanno sede Prada e Louis Vuitton, i ragazzi hanno saccheggiato il Foot Locker di corso Vittorio Emanuele e, la domenica, tornati in centro a migliaia, il negozio Levi's e quello di Under Armour in via Orefici, la vetrina di Champion e il Carrefour di via Torino, da cui sono usciti con le bottiglie di superalcolici in mano, buttando il cibo in mezzo alla strada. Hanno preso, in altre parole, le scarpe e le tute che portavano addosso o avrebbero voluto portare: lo stesso abbigliamento sportivo con cui da anni giornali e televisioni li riconoscono e li raccolgono sotto un'unica parola, "maranza", nata nel gergo milanese per indicare il ragazzo di periferia vistoso e attaccabrighe e diventata, a forza di servizi e di dibattiti, la definizione corrente dei figli dell'immigrazione che si spostano in gruppo dall'hinterland al centro. Che il giorno dopo un quotidiano online abbia trovato "sospetto" che il Foot Locker fosse stato svuotato da ragazzi vestiti come i manichini del Foot Locker rivela soprattutto il criterio con cui li guardiamo, per cui il desiderio di possedere ciò che si indossa – lo stesso desiderio su cui si regge ogni vetrina di corso Vittorio Emanuele – nel loro caso diventa un indizio.
Milano, che della rabbia dei suoi ragazzi si era accorta poco fino a quel momento, ha reagito con notevole prontezza. Prima ancora che si chiudesse la conta dei feriti tra agenti e manifestanti – decine, secondo bilanci che cambiano da un giornale all'altro – e dei fermati, oltre settanta il solo sabato, molti dei quali minorenni, Confcommercio Milano, l'associazione dei commercianti, aveva già stimato in più di mezzo milione di euro i danni a negozi e locali, il sindaco Beppe Sala prometteva risarcimenti agli esercenti e sui giornali si tornava a evocare il «popolo delle spugnette», le migliaia di milanesi che nella primavera del 2015, due giorni dopo il corteo contro l'Expo in cui erano state incendiate auto e filiali di banca, erano scesi in strada con guanti, sgrassatori e le idropulitrici dell'Amsa, l'azienda municipale dei rifiuti, a ripulire i muri, compreso quello di via De Amicis su cui qualcuno aveva scritto «Carlo Vive», in memoria del ragazzo ucciso da un carabiniere a Genova durante il G8 del 2001.
LaPresse, intanto, dava conto degli arresti suddividendoli in "7 italiani, 5 stranieri e 5 minorenni"; Sky Tg24 sentiva il bisogno di precisare che anche tra i cognomi dei fermati ce n'erano di italiani, a dimostrazione di una rabbia trasversale. Il vicepremier Matteo Salvini, segretario della Lega, il partito di destra che governa con Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni e con Forza Italia, ha descritto la piazza come un impasto di centri sociali, maranza e "marciume sinistro avariato", mentre la presidente del Consiglio chiedeva alle opposizioni di condannare le violenze "senza ambiguità".
I ragazzi condannati se non protestano e condannati se lo fanno
Fino a una settimana prima il problema dei ragazzi italiani era il contrario: da quando, all'inizio dell'autunno, i liceali francesi avevano cominciato a bloccare centinaia di scuole contro classi sovraffollate, docenti che mancano ed edifici che cadono a pezzi, e la protesta si era estesa alle università, ai sindacati e ai gilet gialli fino a diventare una mobilitazione nazionale contro il carovita, sui giornali italiani ci si chiedeva perché i nostri non facessero altrettanto – il Fatto Quotidiano ha ospitato a pochi giorni di distanza due commenti che ponevano esattamente questa domanda – e personaggi noti come Filippo Caccamo irridevano una generazione che, a loro dire, non sapeva né fare né dire niente. A Udine Yasmine Zemmouchi, diciotto anni, tra le organizzatrici del corteo locale di Italia in Piazza, ha raccontato che a chi come lei aveva manifestato per Gaza veniva rimproverato di protestare "per gli altri, ma non per noi italiani", e ha chiesto ai partecipanti di portare il tricolore; nelle stesse settimane Giuseppe Cruciani, conduttore della Zanzara su Radio 24, l'emittente del gruppo del Sole 24 Ore, spiegava ai suoi ascoltatori che quelli in piazza a Parigi non erano studenti ma "criminali".
Il rimprovero e la condanna, insomma, erano pronti prima ancora che i ragazzi uscissero di casa – se restano fermi sono apatici, se manifestano per la Palestina non pensano agli italiani, se manifestano per il prezzo della benzina sfondano le vetrine – e una stessa generazione è passata in dieci giorni dalla prima accusa all'ultima senza che nessuno di quelli che la consideravano inerte abbia sentito il bisogno di correggersi.
Quello che è successo a Milano, a Torino, a Bologna, a Bergamo e a Brescia è la coda italiana di un autunno che attraversa mezza Europa. In Spagna lo sfratto di Maricarmen Abascal, un'ottantasettenne portata via in barella, davanti alle telecamere, dall'appartamento del Retiro, a Madrid, in cui viveva in affitto da settant'anni, dopo che la società che aveva comprato il palazzo le aveva moltiplicato il canone, ha riempito le piazze di una cinquantina di città; il Parlamento ha bocciato i decreti sulla casa del governo socialista di Pedro Sánchez, Abascal è morta in ospedale qualche giorno più tardi e il paese andrà a elezioni anticipate. A Tirana gli studenti si scontrano da giorni con la polizia davanti al ministero dell'Istruzione, a Liegi, sabato, i cortei sono stati dispersi con gli idranti. Le ragioni sono ovunque le stesse – il costo della vita, la casa, la scuola pubblica – e ovunque la convocazione passa dai social, senza leader riconosciuti e senza sigle; quello che cambia da un paese all'altro è ciò che la piazza trova davanti a sé quando arriva.
Perché in Francia si protesta e in Italia no: la risposta è nella storia
Alla domanda sul perché la Francia insorga e l'Italia no si risponde di solito evocando il carattere nazionale. Le ragioni, però, sono storiche e, prima ancora, istituzionali. La Repubblica francese ha come festa nazionale l'anniversario della presa della Bastiglia, ha attraversato l'Ottocento di rivoluzione in rivoluzione – il 1830, il 1848, la Comune del 1871 – e nel maggio del 1968 ha visto studenti e operai fermare il paese finché de Gaulle non sciolse l'Assemblea nazionale; nella sua memoria pubblica la sommossa occupa il posto delle origini, e lo Stato, che pure la reprime con una durezza che da noi farebbe scandalo – sabato a Saint-Étienne un manifestante ha perso una mano per l'esplosione di una granata della polizia, a Parigi un altro è morto per un arresto cardiaco, e i fermati in tutto il paese sono stati quasi duemila –, la tratta come una controparte.
Da vent'anni le banlieue, i grandi quartieri popolari costruiti ai margini delle città tra gli anni Cinquanta e Settanta, dove abitano in larga parte i figli e i nipoti dell'immigrazione – la parola che l'ANSA, in mancanza evidentemente di un equivalente italiano, ha usato anche per i ragazzi delle periferie torinesi, chiamandoli «adolescenti delle banlieu» –, insorgono a ondate: nell'autunno del 2005, dopo la morte di Zyed Benna e Bouna Traoré, due adolescenti rimasti fulminati in una cabina elettrica di Clichy-sous-Bois dove si erano nascosti per sfuggire a un controllo di polizia, e di nuovo nell'estate del 2023, quando a Nanterre un agente uccise durante un controllo stradale il diciassettenne Nahel Merzouk. I gilet gialli, nati nel 2018 contro un aumento delle tasse sul carburante, sabato sono tornati in piazza accanto ai liceali e alla CGT, la confederazione sindacale storicamente vicina ai comunisti, che ha contato ottocentomila manifestanti in circa millesettecentocinquanta raduni. Il sito dei gilet gialli che aveva lanciato la giornata ha pubblicato una mappa delle mobilitazioni e, dopo sabato, ne ha aperta un'altra che registra giorno per giorno, fino alla fine dell'anno, cortei, rotatorie, licei, università, stazioni, porti, caselli e soprattutto distributori, raffinerie e depositi di carburante, davanti ai quali si chiede il blocco dei prezzi e il controllo dei margini, con i dati della direzione generale dell'energia a sostegno della richiesta: ad agosto il margine lordo di raffinazione era più di quattro volte la media dell'anno precedente. Chiunque può aggiungere un'azione alla mappa, che – avverte una nota in fondo alla pagina – non chiede a nessuno né il nome né l'indirizzo.
E chi scende in strada, in Francia, trova qualcuno disposto a rivendicarlo: nel corteo di Parigi c'era Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, il partito della sinistra radicale, e candidato alle presidenziali della prossima primavera, che ha accusato le televisioni di mostrare soltanto le violenze di una giornata in larga parte pacifica, e con lui sfilava Bally Bagayoko, sindaco di Saint-Denis, il comune più popoloso della banlieue parigina. Marine Le Pen, la figura di riferimento del Rassemblement National, l'estrema destra che i sondaggi danno oltre un terzo dei voti, ha risposto che le rivendicazioni sociali erano state prese in ostaggio dall'estrema sinistra; il primo ministro Sébastien Lecornu ha promesso di portare fino in fondo una legge chiamata «chi rompe, paga»; il presidente Emmanuel Macron ha annunciato un discorso alla nazione. Ciascuno di loro usa la piazza per i propri scopi, ed è proprio per questo che, il giorno dopo, la piazza francese sta al centro della politica francese.
L'Italia ha una storia di rivolte altrettanto lunga, che però lo Stato unitario ha sempre trattato come una questione di ordine pubblico. Il Risorgimento fu, secondo la formula di Antonio Gramsci, una rivoluzione passiva, cioè una trasformazione guidata dall'alto da élite che tennero fuori le masse e ne cooptarono i capi; e quando, nel maggio del 1898, Milano si sollevò per il prezzo del pane, salito all'improvviso per un cattivo raccolto e per la guerra tra Stati Uniti e Spagna che bloccava le esportazioni americane di grano, i moti cominciarono tra gli operai della Pirelli, il governo proclamò lo stato d'assedio e il generale Fiorenzo Bava Beccaris, che aveva sistemato il suo quartier generale proprio in piazza del Duomo, fece sparare sulla folla con l'artiglieria. I morti furono almeno ottanta, molti di più secondo altre ricostruzioni; re Umberto I decorò il generale con la croce di grand'ufficiale dell'Ordine militare di Savoia "per il grande servizio reso alle istituzioni e alla civiltà" e lo nominò senatore, e due anni dopo l'anarchico Gaetano Bresci, tornato apposta dagli Stati Uniti, uccise il re a Monza dicendo di voler vendicare i morti di Milano.
In Italia non è rimasto nessuno a rappresentare le piazze
La Repubblica ha cambiato i metodi più che l'obiettivo. Per mezzo secolo il conflitto sociale è passato attraverso partiti di massa e sindacati che avevano ogni interesse a tenerlo dentro le istituzioni: il Partito comunista italiano, il più grande d'Occidente, portava in piazza centinaia di migliaia di persone e le riaccompagnava a casa con il proprio servizio d'ordine; la CGIL, la Confederazione generale italiana del lavoro, il sindacato della sinistra, traduceva la rabbia in contratti nazionali; la Democrazia cristiana la scioglieva nel clientelismo. Quando la piazza è sfuggita a questa mediazione lo ha fatto nel modo che più ha segnato la memoria del paese: nella primavera del 1977, in via De Amicis – la stessa strada in cui trentotto anni dopo i volontari con le spugne avrebbero cancellato la scritta per Carlo Giuliani –, un ragazzo con il volto coperto fu fotografato mentre puntava una pistola contro la polizia durante un corteo in cui venne ucciso il vicebrigadiere Antonio Custra, e da allora il passamontagna e la vetrina rotta, nell'immaginario italiano, rimandano agli anni di piombo, cioè alla stagione del terrorismo, più che a una forma di protesta.
È soprattutto da qui che passa la differenza con la Francia, dove la barricata evoca la Bastiglia e la Comune. Genova, nel 2001, ha chiuso il ciclo dei grandi movimenti con l'uccisione di Giuliani, il pestaggio nella scuola Diaz e le torture nella caserma di Bolzaneto, e quella repressione ha fatto da lezione per una generazione intera; i partiti che la mediazione la garantivano, intanto, erano già spariti, travolti all'inizio degli anni Novanta dalle inchieste di Mani pulite, partite anch'esse da Milano. È rimasto il tabù senza più nessuno che rappresenti la piazza, e a presidiarlo sono arrivati i decreti sicurezza degli ultimi due anni: il primo ha trasformato in reato il blocco stradale, l'ultimo, convertito in legge in primavera a ridosso del 25 aprile, la data in cui la Repubblica celebra l'insurrezione proclamata da Milano nel 1945, consente alla polizia di trattenere fino a dodici ore, senza l'autorizzazione di un giudice, chi ritiene possa mettere in pericolo lo svolgimento pacifico di un corteo.
Sabato le piazze italiane sono rimaste lontane anche fisicamente: a Roma circa centomila persone hanno sfilato in modo pacifico nel corteo della CGIL, a cui hanno partecipato i leader del centrosinistra, e Meloni ha voluto dire di rispettarle; il giorno dopo l'assemblea del Partito democratico, il principale partito d'opposizione, guidato da Elly Schlein, si è aperta con gli interventi di agricoltori, autotrasportatori e studenti. A Milano i ragazzi delle periferie e dell'hinterland avevano risposto invece a un hashtag lanciato a inizio mese da un account Instagram che si presentava come espressione spontanea del malcontento giovanile e i cui contenuti, secondo Sky Tg24, venivano rilanciati da Erick Jara, già candidato con la lista civica Milano Libera, dal suo movimento, Nuovi Italiani, e da una sigla chiamata Fronte rivoluzionario italiano. Gli organizzatori di Bologna, a cose fatte, si sono dissociati dalle violenze e hanno detto di essere stati lasciati soli a gestire la folla, ammettendo così che nessuno – non un partito, non un sindacato, nemmeno loro – era in grado di rappresentarla.
Il sindaco Sala, che pure aveva definito comprensibili le ragioni della protesta, ha passato la domenica a polemizzare con il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi sul numero di agenti che mancavano in piazza; Meloni ha convocato per lunedì una riunione sull'ordine pubblico; Salvini ha annunciato che la Lega ripresenterà in Parlamento la proposta di far versare agli organizzatori dei cortei a rischio una garanzia finanziaria a copertura dei danni, la stessa cauzione che il governo aveva tolto dal decreto sicurezza d'inverno dopo i rilievi del Quirinale, e l'ha riassunta nella stessa formula, alla lettera, usata da Lecornu a Parigi. Solo che in Francia quello slogan dovrà misurarsi con una sinistra che riempie le strade e con un'elezione presidenziale in cui la rabbia di queste settimane verrà contata, mentre in Italia, dove si voterà per il Parlamento l'anno prossimo e nessun partito ha messo piede in piazza Duomo, dovrà misurarsi soltanto con i ragazzi.
Le finte liste di colpevoli e le ronde inventate
Mentre la mappa dei gilet gialli si aggiornava senza chiedere un nome a nessuno, a Milano circolava un altro elenco di luoghi, completo di nomi. Una pagina Instagram seguita da più di ventimila persone, Cori beceri 4.0 – un nome che circola in rete almeno dal 2015, in una versione precedente, nell'universo delle pagine di provocazione e umorismo nero –, ha pubblicato nelle sue storie due liste di nomi e cognomi arabi, ognuno accompagnato da un quartiere popolare, da Precotto a QT8, da San Siro al Corvetto, da Gratosoglio alla Barona, e da un indirizzo con il numero civico, presentandoli come quelli di alcuni dei ragazzi che avevano devastato la città e invitando i follower a mandarne altri in privato; nella storia successiva annunciava di voler andare a "parlare in modo molto democratico" con quelli di Affori e Comasina, raccomandava a chi volesse unirsi niente armi e niente lame, perché in caso di difesa bastano le mani, e precisava, con una faccina che strizza l'occhio, che nessun partito o movimento era coinvolto, come Italia in Piazza aveva precisato di sé il giorno prima.
Tiziana Elli, assessora del Partito democratico nel Municipio 9, la circoscrizione del nord di Milano che comprende Affori e Comasina, ha rilanciato l'allarme invitando a bloccare e segnalare la pagina, che le ha risposto con un comunicato in tono istituzionale – nessuna ronda, si trattava soltanto di andare a parlare con delle persone – e poche ore dopo ha rivelato che era tutto inventato, nomi compresi, rivendicando le oltre seimila visualizzazioni raccolte in meno di quattro ore e deridendo i "compagni" che ci erano cascati senza verificare nulla.
Per accorgersene bastava, in effetti, leggere la lista fino in fondo, dove uno stesso nome e cognome compariva due volte, in due quartieri diversi, a due indirizzi diversi; che nessuno l'abbia fatto, però, dipende meno dalla dabbenaggine di chi l'ha rilanciata che dalla perfetta verosimiglianza della lista. Da sabato pomeriggio agenzie e televisioni dividevano i fermati per nazionalità e contavano i cognomi italiani, e un elenco di nomi arabi con l'indirizzo in periferia non faceva che portare quella contabilità alla sua conclusione: ci ha creduto chi teme le ronde, ci avrebbe creduto, con tutt'altro animo, chi le desidera, e la pagina ha commentato il risultato con due domande e due risposte, "Divertente? Sì. Ci interessa? Assolutamente no", prima di chiedere a chi l'aveva denunciata di non cancellare le proprie storie, perché tutti dovevano vedere la figura che stava facendo. Domenica pomeriggio, secondo il Giorno, il profilo non risultava più raggiungibile come prima, e le storie, come tutte le storie di Instagram, sarebbero comunque sparite da sole entro un giorno.
Da Milano a Cerignola, coscienza di classe e Rete 4
A Milano, però, ai ragazzi manca qualcosa di più elementare di un portavoce, cioè una città che riconosca nella loro rabbia qualcosa di proprio. Le stesse persone che si lamentano del prezzo della spesa, degli affitti, degli stipendi che non salgono – e ne hanno ogni ragione: secondo l'OCSE, l'organizzazione che riunisce le economie avanzate, all'inizio di quest'anno i salari reali italiani erano ancora più bassi del sei per cento rispetto al 2021, una perdita che uno dei curatori del rapporto, l'economista Andrea Garnero, ha paragonato a venti giorni di lavoro non pagati – si sono schierate senza esitazioni dalla parte della vetrina, o meglio della proprietà, contro ragazzi che dicevano le stesse cose, malamente, con le pietre in mano.
La spiegazione più comoda, quella per cui ci si ribella in proporzione a quanto si è poveri, non regge al confronto con la Francia, dove dal 1990 a oggi i salari reali sono cresciuti di oltre il trenta per cento mentre in Italia sono diminuiti: da noi le ragioni del conflitto abbondano, e a mancare sono gli strumenti per riconoscerlo. Una coscienza di classe è la capacità di vedere un interesse comune tra persone che non si somigliano, e a Milano l'impiegato che fatica a pagare l'affitto e il sedicenne dell'hinterland che compra i vestiti nei negozi cinesi non hanno più un luogo – una sezione di partito, una fabbrica, una camera del lavoro – in cui scoprire di averne uno. Vale anche per i ragazzi, il cui assalto al Foot Locker esprime il desiderio di avere ciò che hanno gli altri: una materia da cui una politica potrebbe nascere, se in Italia esistesse ancora qualcuno il cui mestiere fosse ricavarla.
Lo stesso sabato, a Cerignola, in provincia di Foggia, era il sesto giorno di quello che i suoi abitanti chiamano lo "sciopero". Agricoltori e camionisti avevano cominciato bloccando con tir e trattori le uscite dell'autostrada contro l'aumento del gasolio, e in pochi giorni si è fermata quasi tutta la città – negozi chiusi, frantoi spenti, supermercati senza rifornimenti, ristoranti che cucinano per chi presidia i blocchi, commercianti che ci rimettono e restano dalla parte di chi blocca –, mentre chi guida la protesta, ha raccontato il Post, dice di ispirarsi a Giuseppe Di Vittorio, che a Cerignola era nato in una famiglia di braccianti ed è stato, nel dopoguerra, il segretario generale della CGIL. A Cerignola chi produce, chi trasporta e chi vende abitano la stessa città e condividono una memoria che dà un nome a quello che stanno facendo; i ragazzi di Milano arrivano dalle periferie in un centro che per loro esiste soprattutto come vetrina e nelle cui cronache, negli ultimi anni, sono entrati quasi soltanto come un problema di sicurezza.
Oltre la piazza, ai ragazzi di Milano resta la sola sede in cui di loro si parli con una certa continuità, i talk show politici di Rete 4, il canale Mediaset della famiglia Berlusconi su cui vanno in onda Dritto e rovescio di Paolo Del Debbio, Fuori dal coro di Mario Giordano e Quarta Repubblica di Nicola Porro, che da qualche anno hanno fatto dei maranza un argomento fisso, con le troupe mandate nei comuni dell'hinterland a documentarne la presenza e qualche ragazzo da intervistare in studio. In una di queste puntate, qualche inverno fa, un giovane ospite di Del Debbio ha detto di essere "stanco di lavorare per 1.200 euro al mese", e una parte del pubblico in studio lo ha contestato. È lì che nei prossimi giorni si discuterà della cauzione per gli organizzatori, del Daspo urbano – il divieto di frequentare determinate zone della città, che la questura ha già avviato per diciannove ragazzi, in dodici casi insieme al foglio di via da Milano – e degli agenti che mancavano in piazza.
Domenica pomeriggio, mentre in via Torino qualche migliaio di ragazzi tornava a rovesciare cestini, monopattini e tavolini e usciva dal Carrefour con le bottiglie in mano, buttando il cibo per terra, a Cerignola gli scaffali dei supermercati restavano vuoti per decisione di una città intera, e nelle campagne intorno le olive verdi che lì chiamano Belle di Cerignola, che vanno raccolte in queste settimane prima che anneriscano, aspettavano sugli alberi qualcuno che tornasse a lavorare.