Scontri a Milano, sui social c’è una quantità di video enorme: il punto del riconoscimento biometrico

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Sui social sono state pubblicate ore di filmati con tutti i dettagli della manifestazione. Spesso i manifestanti sono a volto scoperto, uno dei segnali che secondo diverse ricostruzioni confermano il fatto che non si sia trattato di professionisti degli scontri. E ora anche l’IA potrebbe avere un ruolo nelle indagini.

Il volume di video pubblicati sulle manifestazioni in questi giorni è immenso. Basta scorrere su qualsiasi social, non fa molta differenza se Instagram o TikTok. Si cerca un video, o una notizia per recuperare qualche informazione e poi inizia un loop di immagini. Ci sono quelle dei media, che riprendevano nelle piazze, ci sono quelle di chi era presente e poi ci sono anche gli edit. Brevi montaggi, a volte anche con canzoni, che raccontano momenti o fasi precise delle proteste. Un singolo video pubblicato dal videomaker Davide Bosco con le immagini delle proteste di Milano e sotto Where is My Mind? dei Pixies ha totalizzato 3,3 milioni di visualizzazioni in 24 ore. Il motivo di tanto materiale lo si vede nelle immagini stesse. Tutti avevano in mano uno smartphone. Chi per un selfie, chi per documentare, chi per riprendere la polizia, chi per un trofeo da mandare in chat con gli amici. Soprattutto a Milano, dove gli scontri sono stati più violenti e le dinamiche più ingarbugliate. In strada c’erano giovani, molti sembrano minorenni, difficili da inquadrare dentro movimenti precisi. Tutto il materiale che sta circolando ora può diventare uno strumento per le indagini.

Prendiamo un singolo episodio. L’attacco a Foot Locker. Il video è stato trasmesso in diretta sui social. Sicuramente su TikTok come si capisce da qualche taglio che sta circolando. Vengono ripresi i volti dei manifestanti, il momento in cui viene spaccata la vetrina del negozio e forzata la porta e anche il lancio di scarpe e accessori dai magazzini. Alcuni manifestanti hanno il volto coperto, ma non tutti. Ci sono ragazzi che hanno giusto un cappellino addosso. Gli strumenti usati per coprire il volto a volte cadono, spesso sono improvvisati, altre volte lasciano aree del corpo scoperte e riconoscibili. Uno dei tanti segnali che le proteste non sono state guidate da professionisti della piazza.

Il punto dell’intelligenza artificiale: il decreto del 30 settembre

A questo materiale si aggiunge poi ancora un punto. Nelle attività di indagine potrebbe essere utilizzata anche l’intelligenza artificiale per il riconoscimento biometrico. In breve, con il riconoscimento biometrico il nostro volto viene processato dagli algoritmi che individuano una serie di parametri biometrici univoci, così da poterlo confrontare e ritrovare in altre immagini. Probabilmente la versione che usiamo di più del riconoscimento biometrico è la tecnologia che ci permette di sbloccare lo smartphone con il nostro viso.

Ecco, dal 30 settembre questo tipo di immagini può essere processate dall’intelligenza artificiale anche per le indagini. Con il decreto legislativo numero 160, le leggi italiane sono state adeguate all’AI Act, la legge definita dall’Unione Europea per regolare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Nello specifico, in questo pacchetto di leggi, è stata introdotta una serie di norme sul riconoscimento biometrico durante le attività di indagine. Le immagini prese dalle telecamere installate in strada o dai social possono essere processate per riconoscere volti e associare quei volti a delle identità.

Da un punto di vista tecnico non sappiamo se questa tecnologia è già stata adeguata agli standard di privacy richiesti. Fino a questo momento il principale strumento utilizzato dalla polizia per il riconoscimento facciale era il SARI, Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini. Quindi non è possibile sapere se effettivamente l’IA verrà utilizzata per analizzare queste immagini. Anche senza questa tecnologia però è chiaro che il materiale a disposizione è tantissimo, spesso girato dai manifestanti stessi.

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