“Eravamo pronti a tutto, vetrine assaltate per riconquistare spazi esclusivi”: parla uno dei manifestanti di Milano

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Le parole di uno studente del collettivo Deriva, che ha parlato a Fanpage.it degli scontri in piazza del Duomo del 16 e del 17 ottobre.

Un studente del collettivo Deriva che ha partecipato alle manifestazioni del 16 e del 17 ottobre, a Milano, ha parlato Fanpage.it di quanto accaduto. Dalle motivazioni che hanno mosso il corteo alle modalità con cui si è svolto.

Come ti schieri rispetto alla deriva che ha preso la protesta?
Se interpretiamo la protesta con le immagini di una vetrina rotta o, dall'altro lato, con l'immagine dei giovani pacifici siamo fuori strada. Bisogna considerare quello che è successo nell'insieme, senza fare divisioni o banalizzazioni. 

Con quali intenti avete agito il 16 e il 17 ottobre?
Le forme con cui abbiamo agito sabato sono diverse da quelle con cui ci siamo mossi domenica. Sabato era una chiamata spontanea, era nata online con commenti social che denunciavano una situazione drammatica, anche su TikTok. Non c'erano né strutture né partiti politici dietro. C'era solo un pezzo del Paese che manifestava contro il caro vita. È stata la dimostrazione del fatto che a Milano c'è una tensione sociale, un malessere generale, causato dal prezzo degli affitti e dal caro vita.

Chi c'era lì con voi?
Avevamo una linea molto precisa da questo punto di vista: il corteo aveva una linea antifascista. Non c'era spazio per gruppi di estrema destra, non volevamo strumentalizzazioni. La protesta era contro il Governo.

Che cosa vedevate nelle istituzioni?
Il Governo era l'emissario di tutto il malessere contro cui protestiamo. C'è una destra internazionale finanziata dai tecnocrati dell'intelligenza artificiale e che genera le guerre. Protestavamo contro loro.

Come spieghi quello che è successo?
Quello che è successo sabato è stato amplificato, soprattuto dalla controparte, dalle forze dell'ordine. Era una piazza pronta a tutto, perché sapevamo a che cosa stavamo andando incontro.

Cioè?
Chi scende in piazza lo fa con la consapevolezza che si troverà davanti a un dispositivo repressivo, quello delle autorità. Sono anni che lo vediamo. Eravamo consapevoli che la manifestazione potesse essere bloccata perché c'è una stretta della destra che tende a farlo. La rabbia che è esplosa è stata anche causata dal fatto che siamo stati bloccati in via Broletto. Eravamo lì, fermi per più di un'ora con la polizia a vista che faceva cariche di alleggerimento sui manifestanti e impediva al corteo di defluire.

È da quando siete stati bloccati in via Broletto che sono nate le violenze?
Sì, la scelta di bloccarci ha fatto esplodere tutta la violenza che si è vista dopo.

Prima delle cariche c'erano stati dei disordini?
Era un corteo molto animato. C'era una potenza collettiva, si avvertiva che il clima era esplosivo. La mia impressione era che prima non ci fossero persone alla ricerca di uno scontro, ma sicuramene c'è stata un'esplosione di risposta alla polizia, che ci era sembrata da subito repressiva. Non erano aperti al dialogo. Noi volevamo marciare su un percorso che era stato autorizzato.

Poi però si ci sono state le aggressioni ai negozi, le vetrine rotte e i disordini sempre maggiori. Vi siete resi conto che le cose stavano degenerando? Come vi schierate?
Dire se siamo favorevoli o contrari è una banalizzazione che a me non piace. Dovremmo concentrarci più sulle ragioni che hanno portato a un rabbia simile.

Sentivate la necessità di farlo?
Assaltare le vie del centro era una necessità simbolica. La gente voleva riconquistare degli spazi che a Milano sono i più esclusivi e inaccessibili in assoluto. Basti pensare che il centro di Milano non viene mai toccato da manifestazioni, è la zona più cara in assoluto, quella dove si concentrano i flussi economici e turistici. Rappresenta il simbolo dell'inospitalità per eccellenza. Per chi vive il tessuto sociale della società non è difficile capirlo. Protestavamo chi conduce una vita insostenibile a Milano.

Cosa ne pensi di chi condanna le vostre azioni?
È un atto che non è nulla in confronto alle violenze che subiscono i cittadini quotidianamente in città e a cui tutti siamo esposti anche sui nostri smartphone. Basti pensare a quello che sta accadendo da tre anni a Gaza, dove c'è una situazione drammatica causata dalle stesse lobby che fanno salire il preso degli affitti in città e che generano il caro vita. Non si può appiattire a quanto successo in pochi giorni rispetto a un quadro molto più ampio e drammatico.

Quindi le aggressioni ai negozi sono parte della protesta?
Credo che la complessità della situazione stia proprio nel non prendere una posizione netta in merito. Non possiamo prendere le azioni di violenza come una pratica da replicare, ma non possiamo nemmeno ignorarla. E dovremmo tutti domandarci che cosa l'abbia fatta nascere.

C'è una suddivisone tra chi partecipa in maniera violenta e chi non lo fa?
Non si può suddividere la piazza tra chi ha protestato in maniera violenta e chi no. Non è più così. C'è una complessità nel fenomeno che non può essere ridotta a questo.

Vi aspettavate che si sarebbe arrivati a questo?
Nessuno di noi si sarebbe aspettato che sarebbe successo.

Ma prima hai detto che eravate pronti a tutto e che sapevate ci sarebbero state delle violenze…
Essere preparati ai blocchi e a situazioni difficili con la polizia non è collegato con quello che è successo. La situazione ha spiazzato tutti. Ma è un dato di fatto e, come tale, va analizzato e capito.

Cosa prevedete in futuro? vi augurate che ci siano cambiamenti sulle proteste?
C'è l'intento di indirizzare con delle parole d'ordine che spostino la protesta su un piano politico.

Vi dissocerete e scoraggerete le azioni violente?
Sappiamo di essere solo una parte della società che protesta. Abbiamo delle pratiche diverse, ma non abbiamo la pretesa di essere totalizzanti. Dobbiamo parlare a tutti, non siamo soli, ci sono tante organizzazioni diverse dalle nostre.

C'è la sensazione di non avere visibilità?
Siamo certamente ai margini. Quanto spazio viene dato ai problemi delle periferie o a problemi delle scuole?

È possibile fare un collegamento con le proteste del agricoltori al Sud?
Sono situazioni strettamente collegate. Il Governo ha interesse a mostrare solo una parte di questa stagione mobilitativa, quella che gli conviene. L'unica parte messa in risalto è quella che possono utilizzare in maniera propagandistica. Noi, scendendo in piazza a Milano, siamo solidali e familiari con chi protesta al Sud. Anzi, inorridiamo quando i disordini di Milano e Bologna sono utilizzati strumentalmente per non raccontare le proteste degli agricoltori.

Cosa diresti a chi sostiene che le motivazioni della protesta sono nobili ma che la deriva che ha preso è meno nobile?
È un grande classico distinguere i pensieri dalle azioni in Italia. In Francia non è così. Ci sarà sempre qualcuno che lo sosterrà, ma io non faccio distinzioni morali. Non tiro delle linee di giudizio. Tutti noi viviamo in un clima di violenza continua a causa del Governo. Quello che è successo in piazza del Duomo non è nulla rispetto a quello che si vede nelle strade italiane o in in Palestina. Chi c'è dentro e si trova nelle piazze lo sa.

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