Andiamo con ordine.
Abbiamo un debito pubblico pari al 137% del PIL, che non consentirà ai giovani italiani di avere lo Stato sociale che abbiamo noi oggi e che avevano i nostri padri ieri, a partire dalle pensioni. E continuiamo a indebitare gli adulti di domani perché non vogliamo tassare le ricchezze e i patrimoni di oggi.
Abbiamo deciso che nel giro di qualche anno spenderemo in armi e nella difesa il 5% del PIL, cioè più di quanto investiamo nella scuola, cioè il 4,1%.
Siamo l’unico Paese europeo in cui il potere d’acquisto dei salari, negli ultimi vent'anni, è diminuito anziché crescere – la media Ocse è +30% – e questo riguarda soprattutto chi entra nel mercato del lavoro, cioè i giovani.
Comprare una casa, o anche solo affittarla, o anche solo affittare una stanza è diventato impossibile, se vuoi vivere o studiare in una grande città, perché ci sono 8 milioni di case lasciate sfitte o messe sul mercato degli affitti brevi, e zero edilizia pubblica popolare e convenzionata.
Abbiamo un welfare che, per i giovani, si chiama semplicemente famiglia: se è ricca sei a posto, se è povera, fatti tuoi. Il 60% circa delle risorse che incassa lo Stato va a persone che hanno più di 65 anni.
Abbiamo l'indice di natalità più basso del mondo, perché chi è giovane oggi non ha risorse né stabilità né garanzie per investire in una famiglia.
Abbiamo la tassa di successione più bassa d’Europa – l’1% contro il 20% circa della Francia – perché chi è nato ricco non deve nulla a chi è nato povero, anche se in Italia ci sono quasi un milione e mezzo di minorenni che vivono in condizioni di povertà assoluta.
E infine ce ne freghiamo del cambiamento climatico, perché tanto toccherà alle prossime generazioni occuparsene davvero, mentre noi non possiamo certo rinunciare al nostro caro diesel.
Tutto il resto, spiacenti, sono alibi.
È un alibi la retorica sui giovani sdraiati con la testa nel telefono.
È un alibi la retorica dei giovani che non vanno a votare e nemmeno protestano.
È un alibi la divisione tra i "nostri" giovani e i "loro" giovani, come se i giovani che nascono e crescono in Italia, qualunque sia l'origine dei loro genitori, non fossero tutti figli dello stesso sistema – a meno che non nascano ricchi e privilegiati, s'intende.
E sono un alibi pure quattro vetrine spaccate dalla minoranza della minoranza della minoranza di quei ragazzi che erano in piazza a manifestare per il loro futuro.
Quando parliamo di furto generazionale, di scippo generazionale, di vandalismo generazionale dobbiamo parlare di quello che i giovani hanno subito in questi vent'anni, grazie.
Se non lo facciamo, se parliamo d'altro, è perché siamo parte del problema. Anzi, diciamola meglio: siamo parte dei rapinatori.