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Liste d’attesa, in Italia il 7,6% dei cittadini rinuncia a curarsi e calano i medici di base: i dati Ocse

Il rapporto Ocse “Profilo della sanità 2025: Italia” fotografa le difficoltà del Servizio sanitario nazionale. Le prime visite e gli esami diagnostici sono il collo di bottiglia nell’accesso alle cure. Mentre cresce il numero complessivo dei medici, calano gli infermieri e i medici di base.
A cura di Giorgia Olivieri
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I cittadini italiani godono in media di condizioni di salute sempre migliori, ma lo stesso non si può dire del Servizio sanitario nazionale, soprattutto alla luce delle forti disparità territoriali. A incidere negativamente sul benessere della popolazione sono in particolare le liste d’attesa, che rappresentano il principale ostacolo all’accesso alle cure. Il 7,6 per cento degli italiani, infatti, rinuncia ai trattamenti sanitari a causa delle difficoltà nell’accesso ai servizi. In questo contesto, le persone a rischio di povertà sono le più esposte alla carenza di assistenza sanitaria.

È quanto emerge dal report dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) “Profilo della sanità 2025: Italia”, presentato al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. L’indagine offre anche uno sguardo interno al comparto sanitario: mentre aumenta il numero complessivo dei medici, continua a ridursi quello dei medici di base.

Il problema delle liste d'attesa in Italia: 60% dei ritardi secondo l'Ocse

In Italia i tempi di attesa prolungati per l’accesso ai servizi sanitari riguardano in particolare le prime visite mediche e gli esami diagnostici. Secondo l’Ocse, infatti, circa il 60 per cento dei ritardi interessa proprio queste prestazioni. Al contrario, i tempi tra le visite iniziali e i trattamenti successivi risultano più contenuti. Le prime valutazioni, dunque, creano un vero e proprio collo di bottiglia nel percorso di cura in Italia, che tende poi a sbloccarsi nella fase di presa in carico del paziente. I dati presentati nel rapporto fanno riferimento al 2023, anno in cui il 7,6 per cento della popolazione ha dichiarato di aver rinunciato alle cure mediche a causa dei tempi d’attesa, dei costi o delle difficoltà di accesso ai trattamenti. Di questa quota (circa 4,5 milioni di persone), ben 2,7 milioni hanno indicato le liste d’attesa come principale ostacolo alla cura. Si tratta di un dato quasi raddoppiato rispetto agli 1,5 milioni registrati nel 2019.

Analizzando nel dettaglio le diverse prestazioni, i servizi urgenti con scadenza entro tre giorni e gli interventi chirurgici vengono generalmente erogati nei tempi previsti. Il Sistema sanitario, invece, mostra maggiori difficoltà nella gestione delle prestazioni meno urgenti, che rappresentano oltre il 75 per cento della domanda complessiva. Sul piano chirurgico, l’Italia presenta anche alcune eccellenze a livello europeo: interventi come la rimozione della cataratta, la sostituzione dell’anca e la protesi del ginocchio registrano tempi d’attesa inferiori rispetto a Paesi come Spagna e Portogallo, considerati comparabili al nostro per spesa sanitaria pro capite. Rimangono invece critiche le prestazioni ambulatoriali e odontoiatriche ospedaliere, che rappresentano un punto debole del sistema e spingono molti cittadini a rivolgersi al settore privato.

Il piano nazionale per la gestione delle liste d'attesa

Il rapporto Ocse accende inoltre un faro sulla gestione economica della sanità pubblica. Nonostante nel 2023 la spesa pro capite sia tornata ai livelli pre-pandemia, la quota di investimento destinata alla sanità sul totale della spesa pubblica è scesa al minimo storico del 12 per cento. A partire dal 2025 però nel capitolo di spesa per la sanità, il governo ha introdotto anche un finanziamento nazionale dedicato: 50 milioni di euro annui, aumentati a 100 milioni dal 2026, con l’obiettivo di contrastare l’allungamento dei tempi di attesa. Le risorse vengono distribuite alle regioni attraverso meccanismi premiali basati sulle performance, che incentivano l’assunzione di personale, l’estensione degli orari di attività e il ricorso a fornitori privati. Al centro dell’intervento si colloca la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa, operativa dal luglio 2025, con la funzione di monitorare e standardizzare i tempi di attesa per visite ed esami su tutto il territorio nazionale.

L’Ocse ha quindi analizzato i dati della piattaforma, evidenziando come in alcuni ambiti, tra cui l’oncologia, le prestazioni risultino generalmente tempestive, mentre in altri persistano ritardi significativi. Le visite cardiologiche differibili, ad esempio, che prevedono un tempo massimo di attesa di 30 giorni, presentano ancora criticità: solo il 75 per cento delle richieste viene evaso, con una media di attesa pari a 90 giorni. Per colmare queste lacune, il piano nazionale introduce i cosiddetti “percorsi di tutela del paziente”, vincolanti dal punto di vista giuridico. Questi prevedono che le Asl offrano ai pazienti alternative tempestive quando una prestazione non può essere garantita nei tempi stabiliti, incluso il ricorso ad altri ambulatori accreditati oppure l’accesso al settore privato con copertura a carico del servizio pubblico.

Il nodo dei medici di base

Nel rapporto presentato al Cnel si parla anche del personale sanitario. Nell’anno preso in esame risultavano in servizio 5,4 medici ogni mille abitanti, un valore superiore del 25 pero rispetto alla media Ue. Negli ultimi dieci anni, infatti, il numero di medici è infatti cresciuto costantemente, con un incremento medio annuo dell’1 per cento. Tuttavia, nello stesso periodo sono diminuiti in modo significativo i professionisti che scelgono la medicina generale: i medici di base sono calati del 13 per cento. Questa contrazione ha inevitabilmente inciso sul carico di lavoro dei medici di famiglia. Nel 2023, più della metà di loro seguiva oltre 1500 pazienti, superando quindi il numero massimo previsto dal contratto collettivo nazionale. Il deficit di medici di medicina generale a livello nazionale è stimato tra 2.910 e 5.897 unità (un dato tra l’8 e il 16 per cento), con forti disparità territoriali. La carenza risulta infatti più marcata nelle regioni settentrionali, con il dato più critico registrato in Lombardia, dove si arriva a un meno 20 per cento.

Le difficoltà del personale riguardano anche il comparto ospedaliero, dove le differenti dinamiche formative tra medici e infermieri contribuiscono ad aggravare gli squilibri nella forza lavoro. In particolare, l’aumento dei laureati in medicina si accompagna a una contrazione dei laureati in infermieristica. Il percorso formativo infermieristico ha infatti subito un forte calo di iscrizioni: dal 2020, il numero annuale di laureati è sceso a meno della metà della media Ue.

La salute generale migliora

Nonostante le criticità che interessano il Sistema sanitario, i dati sulla salute della popolazione mostrano un andamento positivo. Il risultato più incoraggiante riguarda la longevità: nel 2024, infatti, l’aspettativa di vita in Italia ha raggiunto il livello record di 84,1 anni. L'Italia raggiunge così la prospettiva di vita più alta dell’Unione europea insieme alla Svezia, superando di circa sei mesi i valori registrati prima della pandemia. Anche sul fronte della mortalità prevenibile, cioè tutti quei decessi evitabili grazie alla prevenzione, ci sono dei miglioramenti. Nel 2023 l’Italia ha registrato il secondo tasso più basso nell’Ue, con decessi per cause potenzialmente evitabili pari al 9 per cento del totale, circa un terzo in meno rispetto alla media comunitaria.

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