
C’è un momento, indipendentemente dal merito delle questioni, in cui si capisce che un leader politico ha perso il suo tocco magico, la sua connessione con l’opinione pubblica, la sua capacità di dettare l’agenda.
Capisci che è quel momento, quando quel leader politico comincia a rimangiarsi tutto quel che ha fatto e detto fino a quel momento, per cercare di inseguire gli umori della gente, per sentirsi apprezzata, o quantomeno ancora connessa con lo spirito del tempo.
Giorgia Meloni il tocco magico ce l’aveva eccome, se torniamo indietro solo a qualche mese fa, ad esempio, ai giorni di Atreju, quando il mondo politico e mediatico faceva a gara ad andare a baciare la pantofola alla sovrana d’Italia, quando i giornali parlavano della festa della grande legittimazione di Giorgia leader di tutti e di Fratelli d’Italia come novello partito della nazione.
Allora il referendum sembrava una formalità, la rielezione una bazzecola, la capacità di stare in equilibrio tra Trump e l’Europa un raffinato esercizio di machiavellismo geopolitico e le inchieste giudiziarie e le urla delle opposizioni un fastidioso rumore di fondo a cui oppure una strafottente alzata di spalle.
Erano giorni, mesi, di eccesso di confidenza, in cui Meloni saltellava sui palchi elettorali, suggeriva capi di imputazione per manifestanti violenti mentre accarezzava la fronte dei poliziotti feriti in ospedale, in cui stringeva mani all’estero e raccontava incontestata la tavoletta di un nuovo miracolo italiano a crescita quasi zero.
Poi sono cominciati i guai. Eccessi verbali, incontinenze da pieni poteri come quando ha chiesto ai giudici “di marciare nella direzione del governo”, dichiarazioni improvvide come nel caso del poliziotto di Rogoredo, inchieste pericolose come quella sul caso Almasri o quella sui rapporti tra il sottosegretario Delmastro e un prestanome del clan Senese, Donald Trump che si rivela al mondo per quel che, un Joker incurante del mondo che brucia, con la guerra a Venezuela e Iran, e i tanti troppi disastri di un cast di supporto non all’altezza che sono emersi tutti assieme, forse, anche qui, per eccesso di confidenza.
La catarsi è ovviamente la sconfitta al referendum del 22 e 23 marzo. Una sconfitta che Meloni imputa a chiunque tranne che a lei. Ma siccome i fatti parlano più forte delle parole, da quel momento in poi, Giorgia Meloni inizia a rimangiarsi tutto, nel disperato tentativo di ritrovare una connessione con il popolo e con l’establishment da cui fino a qualche mese prima si sentiva adorata, e da cui forse era solo a malapena sopportata.
Fa dimettere ministri e sottosegretari che aveva difeso con arroganza fino a pochi giorni prima. Rompe con Netanyahu, non rinnovando il memorandum militare con Israele, cui era sempre stata sempre fedelissima alleata, nei mesi e negli anni del genocidio a Gaza. Rompe con Trump quando quest’ultimo attacca il Papa, dopo essere stata l’unica leader democratica ad aver benedetto quella buffonata del Board of Peace ed essersi augurata il Nobel per la pace al presidente americano. Rompe con l’Europa, chiedendo lo stop al nuovo patto di stabilità che lei stessa ha firmato, nel nome di una crisi italiana che lei stessa ha negato solo pochi giorni prima, quando ha descritto l’Italia come il Paese delle Meraviglie in Parlamento.
Non c’è autocritica, in nessuna di queste mosse apparentemente in totale incoerenza con quanto detto e fatto in tre anni di governo. Solo il desiderio di tornare a piacere agli elettori, mentre il suo partito e la sua coalizione vanno giù nei sondaggi di settimana in settimana.
È una ricerca affannosa, che a volte riesce – Berlusconi era un maestro in questo -, a volte fallisce miseramente – citofonare Renzi e Salvini – e allo stato attuale non sappiamo quale sia il destino che toccherà in sorte a Giorgia Meloni. Ma quando da leader diventi follower, quando subisci l'agenda politica anziché dettarla, quando insegui gli elettori anziché guidarli, quando il mondo va nella direzione opposta a quella che tu avevi previsto, o su cui tu avevi scommesso, di solito non finisce bene.