
Uno spettro si aggira per l’Italia, e agita i sonni di Giorgia Meloni. Non ancora Schlein e Conte, col centrosinistra che perde male a Venezia, perdendo l’occasione di assestare un colpo simbolico in una delle storiche roccaforti della destra, nella città del caso Beatrice Venezi e del caso Biennale. E non ancora il generale Roberto Vannacci, che pure si è preso la soddisfazione di un pesantissimo 14% a Vigevano, col suo candidato sindaco.
No, quello spettro non c’entra nulla con le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio, ed è lo spettro – sempre lui, ancora lui – di Vladimir Putin.
Andiamo con ordine.
Dallo scorso 28 febbraio, con l’inizio della guerra con l’Iran e il blocco dello stretto di Hormuz, l’Italia ha problemi col prezzo e l’approvvigionamento di gas e petrolio. Meloni è costretta a intervenire tagliando le accise, ma i soldi sono pochi, l’effetto è quello che è e di fronte a lei e all’Italia si staglia la sagoma del mostro finale della stagflazione – recessione più inflazione – la più difficile delle condizioni economiche da cui uscire.
Più questa crisi perdura, e Trump non riesce a risolvere, più monta in Italia la convinzione che le sanzioni alla Russia siano da revocare, così da prendersi gas e petrolio a basso prezzo da Mosca ed evitare disastri. C’è un sondaggio di poche settimane fa, realizzato dall’Istituto Piepoli, secondo cui il 52% degli italiani sarebbe favorevole allo stop alle sanzioni a Mosca. Percentuale, questa, che cresce proprio tra gli elettori di destra (63%) e ancora di più tra quelli di Fratelli d’Italia (67%).
Giorgia Meloni non sembra intenzionata, tuttavia, a percorrere quella strada. Un po’ per coerenza e lealtà nei confronti del presidente ucraino Volodimyr Zelensky, da sempre sostenuto dalla premier. Un po’ perché la posizione dell’Unione Europea è ancora quella di sostegno totale alla causa ucraina dopo lo stop degli aiuti militari deciso da Donald Trump.
Il problema è che la guerra in Ucraina non sta finendo, anzi. Dopo un raid ucraino con droni a Starobelsk, nella regione di Luhansk occupata dai russi, ha provocato 16 morti e 42 feriti, i russi hanno risposto con un raid pesantissimo su Kiev e soprattutto con il lancio degli Oreshnik, missili balistici a medio raggio in grado di colpire bersagli fino a 5.500 chilometri e che possono caricare testate nucleari. In quasi cinque anni di guerra, è la terza volta che Putin usa gli Oreshnik. Non un segnale distensivo.
Il lancio di questi missili è un duplice problema per Meloni. Perché chiude le porte alla fine di una guerra che potrebbe voler dire fine delle sanzioni e fine delle tensioni sul mercato energetico. Ma anche perché, a poche settimane dal vertice Nato di Ankara del 6-7 luglio, aumenta la necessità di aumentare le spese militari in Europa per difendersi dalla minaccia russa. Detta in altre parole: i soldi e la flessibilità, in Europa, serviranno per armarsi, non per prendere misure contro il caro energia.
Per Meloni è la trappola perfetta.
Non può togliere le sanzioni alla Russia come chiede il suo elettorato, e su questo Vannacci potrà crearle parecchi grattacapi e portarle via un bel po’ di consenso.
Non può non rifinanziare lo sforzo bellico ucraino, non ora che il conflitto si sta riaccendendo, e sono soldi tolti al welfare e alle misure contro il caro energia.
Non può non spendere in armamenti, perché la Nato si muoverà in quella direzione, e sono altri soldi tolti al welfare e alle misure contro il caro energia, per di più senza la possibilità di accedere ai tassi agevolati del piano SAFE, perché non siamo riusciti a uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo.
E difficilmente avrà la flessibilità che chiede per spendere più soldi in vista della prossima legge di bilancio per combattere recessione e inflazione, perché la priorità europea è che l’Italia spenda in strumenti di difesa.
La strada per tornare a Palazzo Chigi, per io-sono-Giorgia, passa da qua. E per quanto Venezia le abbia restituito il sorriso, è una strada che passa per Mosca. Ed è più tortuosa di quanto si pensi.