
Un fallimento. Così il Financial Times, senza mezzi termini, ha descritto in lungo articolo la gestione italiana dei fondi europei del piano recovery Ue, quello che noi ci siamo abituati a chiamare con l’acronimo di PNRR, piano nazionale di ripresa e resilienza.
Riavvolgiamo il nastro, che può essere istruttivo.
Abbiamo negoziato, e ottenuto, sotto il governo Conte due, 194 dei 577 miliardi stanziati dall’Unione Europea, 72 dei quali di sovvenzioni nette. Praticamente un biglietto della lotteria vinto per il nostro Paese, un aiuto clamoroso in relazione al quale crediamo sfugga la logica, nei restanti ventisei Paesi dell’Unione. Per essere chiari: tanti soldi da spendere in investimenti il nostro Paese non li vedeva dai tempi del Piano Marshall.
Sempre per la cronaca, se la memoria non ci fa difetto, avremmo dovuto investire quei soldi per costruire un Paese moderno, innovativo, autosufficiente dal punto di vista energetico, immune agli eventi climatici estremi, di fatto il contrario di quel che è l’Italia oggi.
Abbiamo persino cambiato governo, affidandoci a Mario Draghi, il migliore dei migliori, per costruire quel piano, per riempirlo di progetti realmente ambiziosi e per evitare che diventasse lo svuota cassetti delle amministrazioni locali, o peggio ancora la fiera delle clientele e dell’amichettismo.
Poi è arrivata Giorgia Meloni, che ha preso quel piano e quei progetti e ne ha cambiato circa il 70% perché, dice lei, sarebbero stati irrealizzabili e non saremmo riusciti a “prendere i soldi”. E oggi esulta perché, per l’appunto, siamo riusciti a portare a casa 166 di quei 194 miliardi. Peccato non si capisca quanti di quei soldi siano stati spesi, né tantomeno dove, perché se c’è una cosa che è mancata, in questi anni, su questa incredibile cornucopia di denaro pubblico, è la trasparenza.
E mentre guardiamo i dati di un Paese che cresce meno di chiunque in Europa, col debito più alto in Europa. dopo cinque anni di fiumi di denaro arrivati dall’Europa, che finisce per prendersela con l’Europa per tutti i suoi mali, abbiamo come la sensazione di aver buttato in posti poco nobili l’unica, enorme, occasione che avevamo per cambiare davvero le cose e per tirarci fuori dalle secche di un declino economico e sociale altrimenti inevitabile.
Speriamo che questa sensazione si riveli errata, che il Financial Times abbia torto, che dietro l'opacità che ha ammantato il PNRR in questi anni ci siano stati scelte sensate e lungimiranti.
Perché se così fosse ci sarebbe davvero da vergognarsi.