Roberto Saviano assolto, chiamò Salvini “ministro della mala vita”. Il leghista: “Lo querelo di nuovo”

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A cura di Luca Pons
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Lo scrittore Roberto Saviano è stato assolto dall’accusa di diffamazione ai danni di Matteo Salvini, che lo aveva portato in tribunale per averlo chiamato “ministro della mala vita” nel 2018. Il giudice ha stabilito che il fatto non costituisce reato. Il ministro ha annunciato una nuova querela.

Roberto Saviano esce assolto dal processo intentato da Matteo Salvini. Il leader della Lega lo aveva denunciato per averlo chiamato "ministro della mala vita" nel 2018, quando guidava il Viminale. Dopo otto anni, il tribunale di Roma ha stabilito che le sue parole non costituivano un reato. Lo scrittore ha esultato dicendo che Salvini "aveva preso in considerazione la possibilità di consegnarmi ai clan". Parole che hanno spinto il ministro ad annunciare una nuova querela, parlando di "giudice di sinistra" che ha assolto Saviano.

Salvini definito "ministro della mala vita" dopo le minacce sulla scorta

Nel 2018, in risposta ad alcuni post in cui Salvini polemizzava sulla scorta allo scrittore (un tema su cui il segretario leghista ha attaccato più volte negli anni), Saviano aveva risposto: "Le parole pesano, e le parole del Ministro della mala vita, eletto a Rosarno (in Calabria) con i voti di chi muore per ‘ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia".

Negli anni, Saviano ha poi ripetuto l'espressione in altre occasioni. Era una citazione dello storico e politico italiano Gateano Salvemini, che le riferì a Giovanni Giolitti durante le elezioni del 1909. "Non trovando nel Nord una solida e permanente maggioranza, Giolitti andava a fabbricarsela nel paese dei terroni", sosteneva il pugliese Salvemini.

Il processo è andato avanti per anni, e nel tempo non sono mancate le polemiche. Nel 2023, quando Salvini non si presentò in aula per testimoniare, Saviano attaccò: "Salvini scappa da 5 anni perché un conto è minacciare e blaterare sui social o in televisione, cosa diversa è testimoniare, sotto giuramento, in tribunale".

L'udienza slittò ancora una volta a dicembre di quell'anno, e di nuovo lo scrittore usò parole dure contro il leghista: "Le sue sono querele fatte per intimidire, mandare messaggi: un'azione preventiva contro chi reputa suoi nemici".

Quando poi la testimonianza di Salvini era arrivata, era finita al centro delle polemiche. Il vicepremier aveva ritrattato il post originale, da cui era nato tutto il caso giudiziario, dicendo che non gli interessava "polemizzare sulla scorta del dottor Saviano" e che "se ce l'ha oggi vuol dire che è giusto che ce l'abbia". Il segretario leghista aveva detto di non sapere quali fossero le norme che regolavano le scorte quando, nel 2017, aveva scritto: "Per Saviano sono razzista, ignorate e sgrammaticato. Se andiamo al governo dopo aver bloccato l'invasione gli leviamo l'inutile scorta".

Saviano: "Valutava di consegnarmi ai clan". Il leghista: "Lo querelo di nuovo"

Dopo la sentenza, Saviano ha dichiarato: "Salvini per anni mi ha perseguitato letteralmente, facendo campagne elettorali su di me. Soprattutto, lo ricorderete, continuando a dichiarare che avrebbe tolto la mia scorta. Questa sentenza ci dimostra che lui aveva preso in considerazione la possibilità di consegnarmi ai clan. Chi chiede di togliere la scorta a chi è scortato dallo Stato, senza tra l'altro addurne una motivazione, sta accettando di consegnare la persona ai clan. Questa sentenza per me, soprattutto, va a sottolineare questo".

Lo scrittore ha dedicato il successo legale anche a "Gaetano Salvemini, perché Gaetano Salvemini oggi è stato tantissime volte citato e gli avrebbe fatto piacere di sentire che le sue parole mettono così tanta paura, ancora oggi, al potere".  Prima dell'udienza, aveva scritto sui social: "Difendo con assoluta fermezza la mia critica con strumento salveminiano ad uno dei peggiori dei politici italiani".

"Lo ri-quelerò per questo", ha detto Matteo Salvini in risposta al commento sui clan. "Io li combattevo i clan. Durante il mio anno al ministero dell'Interno ho aperto due nuove sedi dell'agenzia dei beni confiscate alle mafie, fra cui uno a Milano", ha dichiarato il leader della Lega a Ore 14 Sera su Rai2. Poi ha aggiunto: "Che si permetta di dire che lo volevo consegnare ai clan è una vergogna. È un signore che campa di insulti al prossimo. Ci riproverò. Magari troverò un altro giudice di sinistra che dirà che mi può dare del delinquente, del camorrista, del malavitoso. Io vado avanti a fare il mio lavoro. E sono orgoglioso di quello che ho fatto per gli italiani e ancora sto facendo, alla faccia di Saviano".

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