Accordo Ue-Israele, Italia e Germania fermano lo stop, Tajani: “Meglio sanzionare i coloni violenti”

Al Consiglio Affari Esteri riunito a Lussemburgo, la sospensione dell'Accordo di associazione tra Unione europea e Israele è uscita dall'agenda senza una decisione: "Non ci sono i numeri", ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, né le condizioni politiche per arrivare a una scelta condivisa. È un passaggio che fotografa con precisione il punto in cui si trova oggi l'Europa: riconosce, ancora solo in parte, la gravità di ciò che sta accadendo a Gaza, ma non riesce (o non vuole) tradurla in un atto politico preciso che incida davvero sulle relazioni con Israele.
L'accordo che resta in piedi
L'Accordo di associazione, in vigore dal 2000, è l'infrastruttura che tiene insieme i rapporti tra Bruxelles e Tel Aviv. Regola gli scambi commerciali, favorisce la cooperazione politica e apre canali privilegiati su ricerca, innovazione e sviluppo tecnologico. Stabilisce condizioni preferenziali negli scambi e crea un canale stabile di integrazione economica e scientifica. È uno strumento operativo che regge una parte consistente dei rapporti tra le due sponde.
I numeri aiutano a capire la portata: l'Unione europea è il principale partner commerciale di Israele e gli scambi valgono decine di miliardi di euro l'anno. Dentro questo perimetro rientra anche la partecipazione ai programmi europei di ricerca, come Horizon Europe, che negli ultimi anni ha finanziato centinaia di progetti coinvolgendo università, centri pubblici e imprese israeliane. È qui che la cooperazione economica si intreccia con quella tecnologica e, in alcuni casi, con il settore della difesa. Sospendere l'accordo cosa vuol dire? Significherebbe intervenire proprio su questa architettura. Mantenerlo, invece, vuol dire lasciarla funzionare esattamente com'è.
Le posizioni in campo
In questo contesto, il fronte contrario alla sospensione, guidato da Italia e Germania, sostiene che "interrompere l'accordo rischierebbe di colpire indiscriminatamente la popolazione israeliana" senza incidere direttamente sulle scelte del governo. Da qui la linea proposta da Tajani: sanzioni mirate, individuali, rivolte ai responsabili delle violenze, in particolare, dice, "nei confronti dei coloni in Cisgiordania", accompagnate da una pressione diplomatica più incisiva. Dall'altra parte si muove invece il gruppo di Paesi (tra cui Spagna, Irlanda e Slovenia) che da mesi chiede invece un cambio radicale di passo: utilizzare gli strumenti già previsti dall'accordo stesso, a partire dall'articolo 2 che vincola la cooperazione al rispetto dei diritti umani. Per questi governi, il genocidio a Gaza e le continue violazioni documentate in Cisgiordania rendono ormai inevitabile una sospensione, seppur parziale, come segnale politico e giuridico.
Restano quindi ora sul tavolo misure alternative, alcune delle quali potrebbero essere adottate a maggioranza qualificata, come restrizioni mirate sugli scambi con gli insediamenti israeliani nei territori occupati. Nel frattempo, il genocidio continua. A Gaza, le operazioni militari israeliane continuano a produrre un numero altissimo di vittime civili, distruzioni su larga scala e uno scenario umanitario sempre più compromesso.
Pressioni politiche e mobilitazione
Intanto le pressioni politiche e sociali attorno al dossier continuano però a crescere. Oltre un milione di cittadini europei ha firmato un'iniziativa che chiede la sospensione dell'Accordo di associazione, mentre diversi esperti delle Nazioni Unite continuano a sollecitare un intervento delle istituzioni europee alla luce delle presunte violazioni del diritto internazionale. Sul piano politico, però, l'Unione europea resta divisa tra chi chiede un cambio di passo più netto e chi teme che una sospensione possa avere conseguenze sproporzionate e controproducenti. In questo equilibrio instabile si intrecciano la pressione dell'opinione pubblica, le differenze tra Stati membri e il peso strategico delle relazioni con Israele.
La discussione resta ora aperta e destinata a tornare nelle prossime riunioni, mentre l'accordo continua a essere pienamente operativo e a definire il quadro delle relazioni tra Unione europea e Israele.