Riforma Schillaci, i medici base potranno diventare dipendenti pubblici: le novità per i pazienti

I medici di base, o medici di famiglia, presto potrebbero subire una trasformazione non da poco. La riforma Schillaci, portata avanti da anni ma mai concretizzata, ora deve correre e potrebbe prendere la forma di un decreto-legge. La strada è quella di dare la scelta ai medici: restare dei privati in convenzione con il Servizio sanitario nazionale, come avviene oggi, ma con dei criteri di pagamento diversi; oppure diventare dipendenti pubblici a tutti gli effetti, e venire impiegati per buona parte del tempo nelle nuove Case di comunità (degli ambulatori dove si potrebbero effettuare esami, prime visite, vaccinazioni e altro).
Tutto gira intorno a queste nuove strutture: devono aprire entro il 30 giugno per rispettare i tempi del Pnrr, ma ad ora il rischio è che siano senza personale. Naturalmente, la novità potrebbe avere degli effetti per i pazienti: se il proprio medico scegliesse di diventare dipendente del SSN, il rapporto potrebbe cambiare.
La riforma Schillaci dei medici di base: le novità
La riforma, per il momento, è stata anticipata alle Regioni in un incontro con il ministro della Sanità, Orazio Schillaci. Potrebbe diventare un decreto-legge (che garantisce tempi rapidi) nelle prossime settimane. Alla base c'è un cambiamento fondamentale per i medici di base, ovvero la possibilità di diventare dipendenti pubblici.
Oggi i medici di base sono liberi professionisti, che esercitano la loro professione in convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Più pazienti hanno in carico, più vengono pagati.
Con la riforma avranno l'opzione di restare in convenzione, ma cambieranno i criteri con cui si stabilisce la loro paga. Non più il numero di clienti, ma il rispetto di alcuni obblighi minimi e il raggiungimento di alcuni obiettivi. Tra questi obiettivi ci dovrebbe essere, ad esempio, la presa in carico di pazienti con patologie croniche. Ma anche – questo è un punto che ritorna più volte – il numero di ore passate a lavorare nelle cosiddette Case di comunità.
In alternativa, i medici potranno volontariamente decidere di diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale. In questo caso, saranno le ASL a disporre dove devono essere impiegati, garantendo più continuità proprio alle Case di comunità. Si tratterebbe comunque di una transizione graduale, in cui potrebbero essere assunti a tempo indeterminato i sanitari che hanno una specializzazione ma lavorano come medici generali.
Cosa cambia per i pazienti
Dal punto di vista dei pazienti, naturalmente, potrebbero esserci delle novità. Quando si sceglie un medico convenzionato, sta al professionista indicare gli orari di attività. In quelle fasce in cui si garantisce la presenza in studio, il medico è a disposizione dei propri pazienti (e solo loro). Questa è la situazione attuale, in cui nel tempo si crea un rapporto di fiducia medico-paziente.
Con la riforma – anche se non conosciamo ancora nel dettaglio tutte le misure – probabilmente le cose cambierebbero, almeno in parte. I medici che scelgono di restare in convenzione continuerebbero a lavorare a grandi linee nello stesso modo, anche se sarebbero incentivati a passare meno ore nel proprio studio e più nelle Case di comunità. Luoghi dove potrebbero anche prendere in cura pazienti diversi dai propri.
Se il proprio medico di base diventasse dipendente, invece, è facile immaginare che i suoi orari cambierebbero, e anche le modalità di lavoro. Anche se non significa che i pazienti dovrebbero rivolgersi a un altro medico. Probabilmente, però, sarebbero spinti a recarsi più spesso nelle Case di comunità, dove potrebbero anche essere seguiti da un professionista diverso.
Le proteste dei sindacati: "Distruggerà il medico di famiglia"
Come già chiarito, la riforma serve soprattutto a far funzionare le nuove Case di comunità. Si tratta di oltre mille strutture che devono diventare operative entro il 30 giugno, per rispettare le tempistiche imposte dal Pnrr, che ci ha messo circa due miliardi di euro. Finora, però, sono piene di ritardi e problemi; quello principale è proprio la mancanza di personale. Anche dove le infrastrutture ci sono, non è ben chiaro chi ci andrà a lavorare.
Per accelerare, dopo anni di tira e molla, il ministro della Salute Schillaci ha presentato alle Regioni l'idea di un decreto legge "per il riordino dell'assistenza primaria territoriale e della medicina generale, al fine di garantire la piena operatività delle Case della comunità". Le contestazioni, però, sono partite.
"È una riforma fatta senza i medici e senza i cittadini: inefficace, inutile e dannosa", ha detto il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli. Secondo lui il provvedimento "mette in discussione un principio fondamentale per questo tipo di assistenza: oggi il medico di famiglia è il medico del cittadino", e non "dell'azienda".
La Fimmg, sindacato più rappresentativo dei medici di base, ha detto che il provvedimento "distruggerà il medico di famiglia", che è "inattuabile e pericoloso per i pazienti". Il rischio sarebbe di spingere i giovani medici a non scegliere la medicina generale.