Riforma medici di famiglia, il Governo ha bloccato il decreto legge: cosa succede adesso

La tanto annunciata rivoluzione della medicina territoriale si è arenata prima ancora di nascere ufficialmente. Il decreto legge che avrebbe dovuto inserire i medici di medicina generale all'interno delle Case di comunità, modificandone in parte lo status giuridico, è infatti stato congelato. La comunicazione della retromarcia è arrivata direttamente da Marco Mattei, capo di gabinetto del ministro della Salute Orazio Schillaci, durante un incontro con gli assessori regionali alla Sanità. Una decisione che ha immediatamente ridisegnato gli equilibri politici e sindacali, scatenando un misto di sollievo tra i camici bianchi e di furente irritazione tra i sostenitori della prima ora del provvedimento.
Cosa prevedeva la riforma della medicina territoriale e il ruolo delle Case di comunità
Il piano del Ministero della Salute nasceva con un obiettivo ambizioso: potenziare l'assistenza sanitaria sul territorio per alleggerire la pressione sui pronto soccorso e sugli ospedali, sfruttando i fondi e le strutture delle Case di comunità previste dal PNRR. I punti chiave del testo (che era stato condiviso con le Regioni ma mai presentato formalmente in Consiglio dei Ministri) ruotavano attorno a due pilastri:
- L'integrazione obbligatoria: l'inserimento dei medici di base all'interno delle Case di Comunità per garantire una presenza medica strutturata.
- Il passaggio alla dipendenza: la trasformazione del rapporto di lavoro per una parte dei medici di famiglia, che da liberi professionisti convenzionati sarebbero diventati, a tutti gli effetti, dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
I motivi dello stop: lo scontro con i sindacati e le tensioni nel centrodestra
A far saltare il banco è stata una reazione a catena che ha saldato la rivolta dei medici alle storiche fragilità politiche della maggioranza. Di fronte al muro alzato dai sindacati, infuriati per il mancato coinvolgimento nei piani del ministero, la Lega ha colto la palla al balzo esercitando forti pressioni su Schillaci per un passo indietro. Una frenata che se da un lato ha incassato il plauso dei medici di famiglia, sollevati per aver scampato quello che il segretario della Fimmg, Silvestro Scotti, ha definito un potenziale "boomerang", dall'altro ha appiccato il fuoco all'interno delle istituzioni.
L'epicentro del terremoto politico è stato il tavolo della Conferenza delle Regioni: appresa la notizia dello stop, Guido Bertolaso, assessore alla Sanità lombardo e strenuo difensore del passaggio dei medici alla dipendenza, ha infatti abbandonato la riunione rassegnando le dimissioni da vicecoordinatore della Commissione salute. Un corto circuito tutto interno al centrodestra che ha servito un assist perfetto alle opposizioni. Ilenia Malavasi (Pd) e Annamaria Furlan (Italia Viva) hanno denunciato il caos di una sanità "governata tra improvvisazioni e retromarce a causa delle guerre intestine tra Fratelli d'Italia, Forza Italia e Lega", mentre Sandra Zampa (Pd) ha stigmatizzato l'esclusione del Parlamento, ridotto ad apprendere i dettagli di una riforma così strategica solo dai media.
Cosa succede ora: la ricerca di un accordo con i medici di base
Dal Ministero della Salute, nel frattempo, fanno sapere però che la riforma non è affatto sepolta, ma che cambierà semplicemente lo "strumento" legislativo. L'obiettivo di portare i medici di base nelle Case di comunità resta confermato, ma non si passerà più da un decreto legge calato dall'alto. La nuova strategia prevede di raggiungere un accordo concertato con i sindacati dei medici, che potrebbe poi essere tradotto in pratica attraverso due possibili vie:
- Un emendamento a un atto di governo già in corso di esame.
- L'inserimento delle nuove regole nel prossimo atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione della medicina generale.
Il tavolo delle trattative si preannuncia comunque complesso. Il Sindacato Medici Italiani (SMI), per voce della segretaria Pina Onotri, ha già fissato dei paletti molto rigidi per il futuro confronto: l'abolizione del ruolo unico, l'eliminazione del debito orario obbligatorio nelle strutture comunitarie e il rifiuto del "doppio ruolo" obbligatorio tra studio privato e Casa di comunità.