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Garlasco, cosa succede quando parliamo da soli: il caso Sempio analizzato con la psicologa Contarino

Le intercettazioni di Andrea Sempio che parla da solo nella propria auto potrebbero aver rivelato dettagli importanti sul delitto di Garlasco. Non sempre però, quando conversiamo con noi stessi, siamo oggettivi e pienamente sinceri. Fanpage.it ne ha discusso con la psicoterapeuta Antonella Contarino.
Intervista a Antonella Contarino
Psicologa-psicoterapeuta-sessuologa clinica con orientamento cognitivo costruttivista
A cura di Niccolò De Rosa
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Il soliloquio intercettato dalle cimici installate nella sua auto rappresenta un nuovo elemento per la posizione Andrea Sempio. L'amico di Marco Poggi, fratello di Chiara – uccisa a Garlasco nell'agosto del 2007– è stato registrato mentre parlava da solo, facendo emergere dettagli che sembrano smentire la versione sul delitto che finora ha sempre sostenuto davanti agli inquirenti. Secondo l'accusa, quei commenti a voce alta sarebbero la prova del movente che avrebbe spinto Sempio a commettere il delitto "per motivi abietti, riconducibili all'odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale". La difesa, invece, ridimensiona il contenuto di quelle parole, sostenendo che Sempio stesse semplicemente commentando un podcast dedicato al caso.

Al di là dell'utilità delle intercettazioni per la soluzione del caso, la vicenda rimane interessante per capire come mai, quando pensiamo che nessuno possa sentirci, a volte finiamo a parlare ad alta voce di argomenti che difficilmente affronteremmo davanti agli altri. Perché lo facciamo? Quali condizioni favoriscono questo comportamento? E, soprattutto, quando assumiamo questo comportamento, diciamo davvero quello che pensiamo o possiamo comunque recitare per sostenere i nostri castelli mentali? Fanpage.it ne ha parlato con Antonella Contarino, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa clinica con orientamento cognitivo costruttivista.

Dottoressa, perché quando siamo soli sentiamo il bisogno di parlare ad alta voce con noi stessi?

Parlare da soli ad alta voce non è di per sé un comportamento patologico. Molto spesso rappresenta una modalità di organizzazione del pensiero, di regolazione emotiva o di verbalizzazione del cosiddetto "flusso di coscienza". In alcune persone il dialogo interno tende spontaneamente a essere esternalizzato, soprattutto nei momenti di forte attivazione emotiva. È un modo per regolare i pensieri e fare ordine, nonché ridurre il senso di tensione.

Parlare da soli aiuta quindi l'ordine mentale?

Da un punto di vista neurofisiologico, il cervello utilizza continuamente il dialogo interiore per organizzare pensieri, emozioni e comportamento, attraverso il coinvolgimento di aree come la corteccia prefrontale, responsabile della pianificazione e del controllo cognitivo, e le reti linguistiche fronto-temporali. Dal punto di vista neurobiologico, invece, il linguaggio ad alta voce può anche avere un effetto di autoregolazione: rallenta il flusso caotico dei pensieri, aumenta la percezione di controllo e favorisce l'integrazione tra componente emotiva e razionale. Per questo motivo il fenomeno tende ad aumentare nei momenti di ansia, pressione psicologica, isolamento o forte rimuginazione.

È possibile che una situazione di particolare stress possa spingerci a cercare maggiore conforto in noi stessi?

Situazioni di stress intenso, senso di minaccia, pressione mediatica o bisogno di controllo possono certamente aumentare questo fenomeno. Parlare ad alta voce può avere una funzione di contenimento dell'ansia, di ricerca di coerenza interna o persino di auto-regolazione e rassicurazione. È un modo attraverso cui la mente cerca di mettere ordine e pensieri complessi, nonchè un regolatore interno. In condizioni di stress elevato o forte attivazione emotiva, aumenta il carico cognitivo ed emotivo che il cervello deve gestire. Verbalizzare ad alta voce può aiutare a "scaricare" parte di questa tensione, rendendo il pensiero più concreto e ordinato.

Può farci un esempio?

È come se la persona trasformasse un processo mentale interno in qualcosa di più gestibile e strutturato. Il cervello tende ad aumentare i processi di monitoraggio interno: analizza scenari, ricostruisce eventi, anticipa conseguenze e cerca di ridurre incertezza e ambiguità. Verbalizzare ad alta voce rende questi processi più stabili e "visibili", aiutando la mente a mantenere il controllo cognitivo.

Quando parliamo tra noi e noi siamo sempre sinceri? È possibile che anche in simili occasioni si tenti i alterare la realtà dei fatti in una sorta di auto-convincimento?

Nelle persone con funzionamento più ossessivo o rimuginativo, questo meccanismo può diventare particolarmente intenso. Il pensiero tende a tornare continuamente sugli stessi temi – giustizia, spiegazione, difesa, responsabilità, bisogno di essere capiti – attraverso un processo chiamato perseverazione cognitiva. Parlare da soli diventa quindi una sorta di dialogo argomentativo interno, quasi come se la persona stesse continuamente cercando di costruire una versione coerente e sostenibile della realtà. È importante però ricordare che il dialogo interiore non coincide necessariamente con una verità oggettiva: anche quando parliamo con noi stessi possiamo selezionare ricordi, reinterpretare eventi o costruire spiegazioni che riducano il conflitto interno, tendendo spontaneamente a costruire narrazioni coerenti con l'immagine che hanno di sé e con il bisogno di mantenere una continuità interna. Questo vale per tutti, non solo nei contesti giudiziari.

Un soliloquio non può quindi essere letto automaticamente come un riflesso fedele dei pensieri di un individuo?

Proprio per quello che abbiamo appena detto è importante evitare letture semplicistiche o interpretazioni psicologiche definitive basate su frammenti di conversazioni intercettate. Un comportamento umano, isolato dal contesto complessivo della persona, rischia facilmente di essere sovrainterpretato o addirittura frainteso. Credo inoltre che l'enorme esposizione mediatica e il continuo flusso di informazioni, ipotesi e interpretazioni psicologiche rischino di interferire non solo con la percezione pubblica del caso, ma anche con il naturale andamento delle indagini.

Per quale motivo?

Quando frammenti di intercettazioni, contenuti privati o comportamenti decontestualizzati vengono continuamente analizzati nello spazio pubblico, esiste il rischio di attribuire loro significati eccessivi o distorti. Dal punto di vista psicologico, l'essere umano tende spontaneamente a costruire narrazioni coerenti anche partendo da elementi incompleti. Per questo motivo credo sia importante mantenere prudenza e rispetto verso tutte le figure coinvolte, evitando diagnosi a distanza o letture semplicistiche di comportamenti umani complessi. Il lavoro investigativo ha bisogno di tempi, riservatezza e contestualizzazione, soprattutto in casi ad alto impatto emotivo e mediatico.

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