A poche ore di distanza dalla revoca dell’arresto della comandante della Sea Watch Carola Rachete, a poche ore di distanza dalla scomposta e tragicomica reazione del Ministro degli Interni Salvini e del suo alleato-gregario Luigi Di Maio, entrambi protagonisti di un’insensata gara a chi la spara più grossa, un aereo da guerra dell’aviazione controllata dal generale libico Haftar sganciava un missile sul centro di detenzione di migranti di Tajoura, periferia a est di Tripoli. Il centro ospitava 600 persone e almeno 40 di questa hanno perso la vita, mentre altre ottanta sono state ferite.

La guerra civile in Libia ha sbattuto in faccia all’opinione pubblica europea tutta la sua crudeltà rispondendo a chi, come Salvini e i suoi fan, sostiene che la Libia sia un porto sicuro e che la cosiddetta guardia costiera libica deve essere lasciata libera di riportare i migranti nei centri di detenzione. Gli stessi dai quali tentano di fuggire su imbarcazioni di fortuna, gli stessi che poi diventano il target dei bombardamenti dell'esercito di Haftar.

Dalla Libia non si può che fuggire, dunque, e bene fanno i migranti a tentare di mettersi in salvo. Quale persona sana di mente non farebbe di tutto per evitare le bombe o, “ben che vada”, le torture, la schiavitù, gli stupri? E però se è ormai chiaro a tutti che in Libia non si può rimanere è ora compito della politica offrire delle soluzioni percorribili, immediate. Dire “aiutiamoli a casa loro” non ha alcun senso, perché una soluzione definitiva richiederebbe anni di lavoro, dedizione e il sacrificio di importanti interessi sia nazionali che internazionali. Non c’è tempo, però, perché nel frattempo decine di migliaia di esseri umani vivono in una polveriera.

Perché è necessario un corridoio umanitario con la Libia

Se è così che stanno le cose – come testimoniano le cronache delle ultime ore – l’Europa non può fare altro che rendersi protagonista di una grande impresa di salvataggio non solo ripristinando delle missioni in mare e facendo il lavoro che oggi fanno le ONG, ma soprattutto aprendo dei corridoi umanitari e andando a mettere in salvo i migranti in Libia. Consentire che continuino ad imbarcarsi su gommoni di fortuna, pagando esorbitanti somme di denaro e finanziando le mafie legate alle tribù locali (le stesse che stanno animando la guerra), non ha alcun senso: è evidente che è una roulette russa, che si può disseminare il Mediterraneo di navi di salvataggio, ma in troppi continueranno a morire.

Che fare, quindi? Basterebbe organizzare un corridoio umanitario con la Libia a livello europeo, come proposto più e più volte negli ultimi mesi da Paolo Naso, coordinatore della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia: “Di fronte alle violazioni dei diritti umani in Libia accertate dall'ONU, chiediamo al ministro Salvini di chiarire come intende garantire la sicurezza delle persone rinchiuse nei campi libici. Per la tutela dei diritti dei migranti in condizioni di vulnerabilità, come evangelici rilanciamo la buona pratica dei corridoi umanitari realizzati in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio. In particolare – sottolinea il coordinatore di Mediterranean Hope – avanziamo la proposta di aprire un ‘corridoio umanitario europeo’ per 50 mila persone in condizioni di vulnerabilità estrema da accogliere in paesi UE, con la collaborazione diretta delle rispettive società civili, così come accade in Italia, Francia e Belgio con i corridoi umanitari ‘ordinari’”. I costi dei corridoi umanitari ordinari sono al momento totalmente a carico del progetto Mediterranean Hope, che attinge dall'8 per mille di FCEI, Tavola Valdese e Comunità di Sant'Egidio. Naturalmente l'apertura di canali legali su più larga scala richiederebbe un impegno e un'organizzazione europea ben più strutturata. Naso spiega: "Chiediamo al governo, che nelle persone del premier Conte e della viceministra Del Re hanno già espresso un preciso interesse alla proposta di accelerare l'iter per aiutare questi profughi ad accedere a una protezione legale e sicura fuori dalla Libia. In questo senso auspichiamo che il governo avvii al più presto un negoziato europeo con questo obiettivo ed apra un tavolo tecnico per coinvolgere le chiese e le altre associazioni disponibili a collaborare”.

L'apertura di un corridoio umanitario europeo garantirebbe l'accesso legale e sicuro in Europa di decine di migliaia di persone in estrema difficoltà. In un continente con oltre 700milioni di abitanti 50mila persone rappresenterebbero meno dello 0,7 per cento della popolazione totale. Un numero irrisorio, evidentemente del tutto gestibile in una delle aree più ricche del mondo. Cosa aspettiamo?