di Francesco Boccia
La crisi aperta dal governo italiano con la Spagna sulla vicenda di Ceuta racconta molto più di una controversia sull’immigrazione. Racconta la contraddizione nella quale Meloni e le destre nazionaliste stanno trascinando l’Europa: di fronte a problemi che richiederebbero più cooperazione, rispondono alzando nuove frontiere tra europei.
Quello che è accaduto a Ceuta è grave. Una pressione migratoria eccezionale su una frontiera esterna dell’Unione, una tragedia umanitaria con oltre cento vittime, reti criminali da contrastare e questioni di sicurezza che nessuno può sottovalutare. Proprio per questo serviva una risposta europea: controllo delle frontiere esterne, cooperazione tra governi e intelligence, lotta ai trafficanti, gestione ordinata dei flussi e rispetto della dignità delle persone.
Il governo Meloni ha scelto invece la propaganda, arrivando a sospendere Schengen nei confronti della Spagna. Una decisione tanto più incomprensibile perché da Ceuta non esiste libera circolazione verso il resto dell’Unione. Il risultato è stato trasformare una crisi alla frontiera esterna dell’Europa in una crisi dentro l’Europa, provocando la reazione spagnola e riportando i controlli anche sui cittadini italiani.
È un precedente pericoloso soprattutto per noi. Cosa accadrebbe domani se, davanti a una nuova emergenza a Lampedusa, gli altri governi europei applicassero all’Italia lo stesso principio inaugurato da Meloni?
Ceuta è Europa come Lampedusa è Europa. Per anni abbiamo giustamente chiesto che l’Italia non fosse lasciata sola davanti alle pressioni migratorie nel Mediterraneo. Non possiamo rivendicare solidarietà quando la frontiera sotto pressione è italiana e sostituirla con il sovranismo quando è spagnola.
È anche per questo che considero giusta l’iniziativa di Peppe Provenzano e Javi López nel PSE: possono esistere differenze sulle politiche migratorie, ma la solidarietà europea non può essere selettiva né può essere sacrificata inseguendo la destra radicale sul terreno della paura.
Il problema, però, è ancora più profondo. Le destre nazionaliste concepiscono il mondo come una somma di fortezze in competizione tra loro, nelle quali ogni crisi diventa l’occasione per individuare un nemico, ogni interdipendenza una debolezza, ogni istituzione comune un limite alla propria libertà. È la stessa cultura politica che indebolisce il multilateralismo, considera le regole internazionali un vincolo quando non convengono e immagina che nell’epoca delle grandi potenze uno Stato europeo possa difendere da solo i propri interessi. È un’illusione pericolosa.
Lo vediamo sulle migrazioni, sulla sicurezza, sui dazi, sulle guerre e nel rapporto con Trump. I sovranisti promettono di restituire sovranità agli Stati e finiscono per renderli più soli. Ma un’Europa divisa non restituisce sovranità agli europei: la consegna alle grandi potenze politiche, economiche e tecnologiche del nostro tempo.
Per questo la nostra alternativa deve essere chiara: sicurezza europea contro propaganda nazionale; frontiere esterne comuni contro nuove frontiere interne; cooperazione contro ritorsione; governo dei flussi contro uso politico della paura.
La storia dell’Europa ci ha insegnato che l’integrazione non è la rinuncia alla sovranità, ma il modo con cui abbiamo imparato a esercitarla insieme. E nel mondo che viene, l’Europa dovrà scegliere se completare questa strada e diventare finalmente una potenza politica democratica, oppure rassegnarsi a essere il terreno sul quale le altre potenze decideranno il nostro futuro.
Per l’Italia la scelta dovrebbe essere ancora più evidente: più Europa significa più forza, più autonomia, più capacità di proteggere i nostri cittadini. Un’Europa più debole significa inevitabilmente un’Italia più debole e più sola.