Dubbi sul suicidio di Gianpiero Panichella: i bonifici dalla psichiatria, l’aggressione subìta e una supertestimone

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A cura di Redazione
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Sono entrato nella sua ultima casa e ho parlato con la ragazza che riceveva i suoi soldi: racconta di una possibile testimone della caduta, poi interrompe il confronto. Dopo l’inchiesta per Chi l’ha visto?, le testimonianze inedite per Fanpage.it e un documento decisivo: nell’autopsia, la medico legale francese denuncia di non avere ricevuto la relazione del ricovero psichiatrico, nonostante i solleciti.

Articolo di Alessandro Politi*

"Noi abitiamo nella sua stessa via e la notte prima della sua morte ha organizzato una festa che è andata avanti fino alle sei del mattino". Il vicino parla dell’appartamento da cui, meno di ventiquattr’ore dopo, precipiterà Gianpiero Panichella. Siamo a Mentone, appena oltre il confine italiano. Gianpiero ha ventisette anni, è un cuoco e viene dal Molise. Il 25 luglio viene soccorso ancora vivo sotto il balcone della casa in cui alloggia. Morirà alle quattro e trentuno all’ospedale Pasteur di Nizza. Sono arrivato qui per Chi l’ha visto?, il programma di Rai 3. In questo approfondimento per Fanpage.it riporto anche un contenuto inedito: i racconti di due tatuatori di Mentone che avevano conosciuto Gianpiero e ci avevano parlato poche ore prima della sua morte. Uno di loro riferisce confidenze e comportamenti che aggiungono elementi da verificare sulle sue condizioni psichiche. Ho cercato chi potesse aiutarmi a ricostruire quelle ore e incontrato il nuovo inquilino dell’appartamento in cui viveva Gianpiero. Il balcone è ancora lì; nell’alloggio, che secondo famiglia e legale non è mai stato sequestrato, vive ormai un’altra persona. Proteggo l’identità dei vicini e degli interlocutori che hanno chiesto l’anonimato. Le testimonianze raccolte nella strada portano a momenti diversi: una festa, rumori di vetri, mobili spostati, una telefonata. Nessuno dei vicini con cui parlo dice di avere visto la caduta. Eppure la ragazza di cui Gianpiero era innamorato mi parlerà di una persona, un presunto “super-testimone” che avrebbe assistito alla scena.

La madre non accetta che la morte di suo figlio venga spiegata con un suicidio: "Voglio sapere che cosa gli è successo davvero, ci sono troppe cose che non tornano". Per capire le sue domande bisogna conoscere il ragazzo che era partito da Riccia, fra le colline della provincia di Campobasso. Nella casa di famiglia ci sono i ricordi di un giovane che aveva scelto di spostarsi, conoscere altri Paesi, costruirsi un mestiere. "Faceva il cuoco. Era stato in Inghilterra, in Germania. Gli piaceva viaggiare, aveva sempre un progetto. Aveva in mente anche di tornare qui ad aprire un agriturismo", racconta Jessica, sua sorella. Aveva frequentato l’alberghiero e lavorato anche in ristoranti di lusso. Cucinare era la passione attorno alla quale organizzava la propria vita. Amava la musica, i tatuaggi scriveva sceneggiature, usciva, andava alle feste. In famiglia era quello che cercava di mettere pace: la madre lo ricorda gentile, sorridente, premuroso con i nipoti. "Era solare, felice, lo chiamavamo Ghandi perché era sempre quello che in casa metteva pace". Nei vocali conservati dalla sorella le dice quanto le voglia bene e quanto gli manchi. Fa sinceramente effetto sentire la sua voce pensando a quello che gli è accaduto. I familiari conoscevano anche l’uso di sostanze. "Quando andava alle feste e ai rave so che usava anfetamine. Si era rivolto da solo al servizio per le dipendenze di Ferrara", spiega la madre. La distinzione su cui insiste è un’altra: "Ma quelle crisi, prima della Francia, noi non le avevamo mai viste. È sempre stato bene ed era uno zio splendido con i 4 suoi nipotini".

Il 31 maggio Gianpiero arriva a Mentone, in Francia. Cerca un impiego e vuole imparare una nuova lingua. Dai prati e dai borghi del Molise si ritrova fra le terrazze sul mare e i locali della Costa Azzurra, a poca distanza da Monaco e Nizza. Nel ristorante dove viene assunto conosce una giovane cameriera italiana. Nei suoi messaggi diventa “Madre Natura”. "Lui era perdutamente innamorato di questa ragazza", dice Jessica. "Diceva che voleva aiutarla, salvarla. Appena l’ha conosciuto ha anche lasciato la ragazza con cui stava da tempo".

Riesco a parlare con la giovane al telefono. "Era follemente innamorato di me", mi dice. Quando le chiedo del suo sentimento, risponde: "Mmm…mi piaceva. Ma comunque non c’è mai stato niente, niente di niente". Lei aveva un fidanzato. Nella sua versione, dunque, quell’innamoramento non era diventato in alcun modo una relazione. Erano solo amici. Una gallerista di Mentone lo ricorda mentre sceglie un regalo per lei pochi giorni prima del ricovero: "Abbiamo conosciuto Gianpiero, un ragazzo stupendo. Ha comprato diversi oggetti. Diceva che aveva tanti soldi e che voleva regalare alla ragazza di cui era innamorato un quadro da 6000 euro con raffigurato un cuore". Gli suggeriscono di tornare l’indomani. "Poi è stato ricoverato e non l’abbiamo più visto". Quel riferimento ai soldi ha un peso decisivo nella ricostruzione della famiglia. "Aveva ricevuto poco tempo fa un’eredità in famiglia. Parliamo di oltre centomila euro", spiega Jessica. Il racconto del gallerista indica che Gianpiero ne parlava anche fuori casa. Chi sapeva di quella disponibilità? E come viene utilizzata? Prima dei conti, però, ci sono i segnali del cambiamento. È la giovane a descrivermi un episodio avvenuto durante il servizio al ristorante di Mentone: "Ha cominciato a prendere la panna, sai la panna fresca…liquida, se l’era messa su tutto il corpo e ha cominciato a dire bevete, è stato il primo alimento creato da Dio. E l’hanno mandato via perché era troppo strano". Secondo il suo racconto viene subito licenziato. Con il lavoro perde anche l’alloggio che gli era stato dato assieme all’impiego. La famiglia riferisce che dorme per due notti in spiaggia.

Nei messaggi compaiono strani discorsi sulla magia, su Lucifer, su Caino e Abele, su numerologia e cimiteri. "Fra il cinque e il sei luglio mi ha aggiunta a un gruppo Instagram. C’erano suoi amici e anche la ragazza di cui era innamorato. Si parlava di magia, di poteri", ricorda Jessica. Alla giovane Gianpiero scrive di avere pianto e avuto crisi perché era molto geloso. Poi: "Mi sono ubriacato e comprato coca". Il 7 luglio Gianpiero subisce un’aggressione. Alla sorella manda un video. Il volto è gravemente ferito: "Guarda come mi hanno ridotto sorellina, ho botte in tutto il corpo, erano tipo in otto. Ballavo così per strada per fatti miei e poi mi hanno picchiato". Successivamente incendia un cassonetto e interviene la polizia. Il 9 luglio gli atti sanitari registrano una visita durante il fermo: Gianpiero fa discorsi incoerenti. Viene portato all’ospedale Pasteur di Nizza; l’11 luglio è trasferito alla clinica Sainte-Marie, dove viene ricoverato senza il suo consenso. La madre spiega che:

"Pensavo che in ospedale fosse al sicuro. Non sapevo che in quei giorni avesse anche il telefono e che partissero anche dei bonifici per migliaia di euro". Esamino i documenti bancari e li confronto con le date del ricovero. Alla giovane di cui era invaghito risultano tredici bonifici per 14.583,26 euro; a un ragazzo di Marsiglia altri 2.280 euro. Sei versamenti ai due, per complessivi 9.835,52 euro, cadono proprio nei giorni in cui Gianpiero è ricoverato in psichiatria.

"Mi accompagnava in ospedale, mi aiutava a tradurre. Io mi fidavo. Non sapevo che ricevesse quei soldi", racconta la madre riferendosi alla giovane amica del figlio. Al telefono chiedo conto alla ragazza di quei pagamenti. La risposta distingue due fasi: "All’inizio me li inviava perché aveva bisogno che gli facevo dei prelevamenti perché la sua banca era bloccata e aveva bisogno che gli prelevassi i soldi. E poi ha continuato a farmi dei regali che io all’inizio non accettavo, lui me li continuava ad inviare e io scema li ho accettati poi. Però io non gli ho mai chiesto soldi, sono sempre stati soldi che lui ha voluto darmi. Io ce li ho ancora sul mio conto in banca quindi non ho niente da nascondere". Quali versamenti servivano ai prelievi e quali erano regali? Quali importi sarebbero rimasti sul conto?

Contatto anche il destinatario dei due bonifici da 640 e 1.640 euro. Era andato anche a trovarlo in ospedale insieme alla giovane. Mi risponde: "Eravamo amici e lui ci ha aiutato per alcuni problemi per personali. Ci ha aiutato, tutto qui". L’aiuto, secondo la spiegazione raccolta nel colloquio, riguardava un viaggio a Tolosa. Si è parlato di oltre 60.000 euro spariti, ma non è così. Non tutte le uscite bancarie rappresentano perdite: ci sono anche trasferimenti fra conti dello stesso Gianpiero e ricariche annullate. Resta da chiarire perché disponesse quei versamenti durante un ricovero psichiatrico e quali accordi ci fossero. "I bonifici e gli spostamenti di denaro sono il fulcro dell’indagine e rappresentano la principale zona d’ombra", sostiene il legale della famiglia. La madre racconta che ai familiari era stato suggerito di rientrare in Italia: avrebbero potuto vederlo negli orari previsti e contattarlo attraverso un numero e ad un iPad della struttura. Gianpiero, però, aveva il cellulare con sé. Negli stessi giorni dal suo conto partivano infatti i tanti bonifici che abbiamo ricostruito.

Vado al Sainte-Marie di Nizza. I responsabili che escono a parlare con me non entrano nel caso del paziente: "Non possiamo darle informazioni. Deve inviare una mail". Alla domanda sull’uso del telefono durante un ricovero psichiatrico, mi spiegano invece una possibilità generale: "In alcuni casi il cellulare può essere lasciato al paziente, se il medico lo ritiene". Nel caso di Gianpiero restano da conoscere la valutazione compiuta dal medico, le eventuali limitazioni e ciò che i sanitari sapessero dei trasferimenti di denaro. Scrivo all’indirizzo indicato dalla struttura, chiedendo chiarimenti sul caso e sulla documentazione sanitaria. Alla chiusura di questo articolo non ho ricevuto risposta. È proprio sugli atti del Sainte-Marie che la famiglia insiste: "Gli atti non soltanto non sono stati dati a noi e al nostro avvocato che li ha richiesti, ma non sono stati dati nemmeno al medico legale che ha effettuato l’autopsia. Il medico legale è francese e questo non capiamo come sia possibile". Ho controllato ed in effetti a pagina 4 della relazione autoptica trovo un passaggio preciso. La professoressa Véronique Alunni scrive, nella traduzione dal francese: "Il resoconto del ricovero al CHSM non ci è stato trasmesso nonostante i nostri solleciti". Il CHSM è il Sainte-Marie. La medico legale segnala dunque la mancanza della relazione di quel ricovero alla data del suo rapporto, il 12 agosto 2026. La famiglia riferisce di attendere ancora anche la cartella completa e la lettera di dimissione. È la documentazione necessaria per conoscere le condizioni di Gianpiero, le cure ricevute e le indicazioni per il periodo successivo. La madre colloca le dimissioni al 21 luglio. Nello stesso giorno un bonifico da 2.600 euro reca una causale relativa ai danni a una casa affittata: riguarda l’abitazione precedente al ricovero, diversa da quella del balcone. Anche di quell’episodio occorre ricostruire data e circostanze: il pagamento, da solo, non le chiarisce.

Tre giorni dopo, la mattina del 24, Jessica sente il fratello. "Era giù. Mi ha detto che aveva litigato con lei". La festa raccontata dai vicini viene collocata nella notte fra il 23 e il 24. Il giorno seguente Gianpiero è a Imperia: deve occuparsi dei documenti dopo avere smarrito il passaporto e va da una tatuatrice, dove prenota un appuntamento per i primi giorni di agosto. Lei riferisce alla sorella che lo aveva trovato triste per quell’amore non corrisposto. Il 24 preleva 340 euro. Nel portafoglio ne verranno trovati cinquanta, in una banconota strappata. Non sappiamo dove sia finito il resto: potrebbero esserci state spese o consegne di contante da ricostruire. La famiglia segnala anche che "fra le cose che ci sono state restituite non ci sono i suoi coltelli da lavoro. Valevano oltre 4000 euro. Vorrei sapere dove sono finiti". La sera del 24 luglio Gianpiero scrive alla cugina, parla del nonno e di questioni personali. Gli scambi proseguono fino a tardi, sembra che stia bene.

Nella strada dell’appartamento, il vicino distingue quello che ha sentito da quello che non ha visto: "Il giorno in cui è morto, pensavamo non fosse qui perché tutto era chiuso abbiamo sentito solo rumore di vetri rotti e di mobili che venivano spostati, noi non abbiamo visto niente. Quel giorno Gianpiero parlava al telefono in italiano a voce alta non capivamo però cosa dicesse, ma non abbiamo sentito nessun urlo o litigio". I vicini raccontano di essersi accorti dei soccorsi vedendo le luci della polizia. Non hanno assistito alla caduta. E quei rumori, da soli, non stabiliscono se in casa ci fosse qualcun altro. Una donna colloca un primo episodio sospetto circa due ore prima della caduta: "Erano le undici di sera, ero qui in strada e ho sentito un rumore dalle scale (ndr. del palazzo in cui viveva Gianpiero), era un rumore strano fortissimo". L’orario è quello che ricorda, non quello accertato della caduta. Non sappiamo quale fosse l’origine del rumore, né se avesse un legame con quanto sarebbe accaduto dopo. Il suo racconto prosegue: "Verso l’una di notte ho visto il ragazzo qui a terra era totalmente nudo un uomo gli stava facendo la rianimazione, ma secondo me era inutile c’era tantissimo sangue". Inizialmente la donna interpreta la morte come un suicidio. Quella sull’inutilità dei soccorsi resta però una sua impressione: gli atti sanitari indicano Gianpiero ancora vivo all’una e cinque e il decesso in ospedale alle quattro e trentuno. La passante descrive ciò che trova in strada; non dice di avere visto che cosa accade sul balcone. Ma si verifica poi un episodio anomalo. Circa due ore dopo, mentre continuo a raccogliere altre testimonianze su quella stessa via, la stessa persona mi prende da parte e mi conduce in un vicolo. Abbassa la voce e controlla che non ci senta nessuno. Mi autorizza a raccontare ciò che sa, a condizione che non renda riconoscibile la sua identità. Prima aveva parlato di suicidio senza avere il minimo dubbio. Adesso mi confida il sospetto che Gianpiero possa essere stato ucciso. Non sostiene di avere visto un’aggressione quella notte: torna invece a quanto sarebbe accaduto prima del ricovero. "Io so che qualche giorno prima del ricovero in psichiatria il ragazzo è stato picchiato da alcuni ragazzi e lui è andato in polizia a denunciare". Colloca quel passaggio in commissariato a Mentone al 7 luglio. Gli chiedo come lo sappia: dice di averlo appreso da una persona che conosce, presente nei pressi degli uffici di polizia proprio quel giorno. Nella sua memoria c’è anche la disponibilità economica di Gianpiero. Si domanda se l’aggressione, i soldi e la morte possano essere collegati. "Trovo che sia strano che poi lui dopo le dimissioni sia morto in questo modo". È una sua interpretazione, non un legame dimostrato. La passante mi chiede di proteggerne l’identità perché vive nella zona e teme di avere ripercussioni. Riporto le sue parole senza indicare il vicolo, la sua attività o altri particolari che possano permettere di riconoscerla.

E qui arriviamo ad un punto di svolta. Durante la telefonata con la ragazza di cui Gianpiero era innamorato emerge un dettaglio decisivo. Perché proprio nei pressi del balcone, la giovane colloca un’altra persona: una possibile testimone oculare. "Io conosco la gente che abita nel quartiere lì e ho anche una testimone che ce n’era una che abitava di fronte a lui e l’ha visto comunque che si era appeso e che con il suo peso è caduto dalla corda ed è per questo che c’erano dei segni di strangolamento. Quello non lo so se è vero. (ndr. Spiega che la testimone ha visto Gianpiero impiccarsi sul balcone con i fili dello stendino). Comunque io ho dei messaggi. Ma ti spiegherò tutto domani". Le chiedo di poter parlare con la donna a cui si riferisce, ma non mi fornisce alcun contatto o indicazione. Il legale dei Panichella, Maria Margherita Viale, però, racconta che la polizia gli aveva comunicato l’assenza di testimoni oculari. Occorre capire se la persona indicata dalla giovane sia stata identificata o ascoltata, che cosa avrebbe osservato e se abbia chiamato aiuto. La giovane respinge ogni responsabilità: "Io non ho fatto niente, io ho fatto la mia vita, cioè ho il mio ragazzo, la mia vita…ho il mio lavoro. E questo qua è diventato pazzo. Io l’ho solo aiutato. Come ti ho detto ti spiegherò bene domani perché adesso c’è il mio ragazzo…ti spiego domani". Quel seguito della telefonata non ci sarà. Avrei voluto chiederle dove fossero lei e il fidanzato quella notte, su che cosa si basasse quando diceva alla famiglia che Gianpiero quella sera fosse solo, perché avesse rassicurato la madre del 27 enne molisano sul fatto che il compagno non c’entrava.

Vorrei leggere i messaggi sui soldi e quelli relativi alla presunta super-testimone. Ricevo invece una comunicazione: dopo avere parlato in famiglia preferisce rivolgersi a un avvocato. Il confronto si interrompe. È una scelta che lascia domande senza risposta, non una prova di responsabilità. La scelta di rivolgersi a un legale o di interrompere il colloquio non costituisce un elemento di colpevolezza. Per quanto ci risulta, la giovane non è indagata. Ne tuteliamo l’identità omettendo il nome e gli altri elementi identificativi. Non le attribuiamo alcuna responsabilità nella morte di Gianpiero: le domande rivolte a lei e agli altri interlocutori servono a verificare circostanze e testimonianze, non implicano in alcun modo accuse.

Ci sono poi due incontri che racconto qui, per Fanpage.it, come contenuto inedito. A Mentone sono riuscito a parlare con due tatuatori che avevano lavorato per Gianpiero e lo avevano conosciuto. Il primo di racconta che "ho visto Gianpiero il 23 e stava benissimo. Era allegro e felice come sempre. Ho saputo della sua morta dalla ragazza che frequentava, la sua amica italiana che vive a Mentone. Quando l’ho saputo non ci potevo credere". La seconda testimonianza è ancora più delicata e profonda, il tatuatore ci ha chiesto di restare anonimo e quindi ne rispetto la richiesta. Il suo racconto assume un valore importante perché Gianpiero era molto legato a lui. "Era un ragazzo bravissimo, gentile, simpatico, sensibile. Aveva una grande creatività, era un artista". Il suo ricordo tiene insieme l’affetto per Gianpiero e la preoccupazione per alcuni comportamenti: "Mi parlava delle sostanze. Mi aveva anche raccontato di avere tentato più volte di togliersi la vita". È una confidenza riferita dal tatuatore, non una serie di episodi già riscontrati. La famiglia, infatti, dice di non avere mai osservato quelle crisi prima della Francia, né di tentativi suicidari. Il tatuatore torna al 24 luglio, a poche ore prima della morte: "L’ho visto quel giorno. Era molto, molto agitato, iperattivo. Era come sempre simpatico e gentile, ma cantava, ballava in modo scomposto, saltellava da tutte le parti qui nel mio negozio e parlava in modo esagitato". Lo aveva sentito anche subito dopo le dimissioni, quando gli era sembrato più sereno. Quello che descrive è un cambiamento osservato in momenti diversi; da questa testimonianza non possiamo stabilire se l’agitazione fosse legata a sostanze, alle sue condizioni psichiche o ad altro. L’uomo racconta inoltre discorsi sull’occulto e li interpreta secondo le proprie convinzioni: "Avevo l’impressione che fosse coinvolto in qualche meccanismo esoterico, forse una setta. Gli avevo detto di stare attento, di allontanarsi da quelle cose. Lo avevo invitato a essere più prudente anche quando cantava, ballava o parlava in quel modo per strada o rischiava di fare una brutta fine, ed infatti poi è esattamente quello che è successo". Non indica prove dell’esistenza di una setta o di un collegamento con la morte. È il significato che lui attribuisce ai racconti di Gianpiero. Il loro rapporto emerge anche da un altro episodio. "Intorno alle quattro del mattino ho ricevuto una chiamata dalla rianimazione di Nizza. Solo dopo ho scoperto che Gianpiero aveva lasciato il mio numero come contatto d’emergenza". È così che questo interlocutore entra anche nella ricostruzione delle ore in cui il giovane viene soccorso e portato in ospedale.

Le testimonianze vanno confrontate con quello che è stato accertato sul corpo. L’autopsia viene eseguita l’11 agosto; la relazione è firmata il giorno successivo dalla professoressa Véronique Alunni, medico legale del CHU di Nizza. Nelle conclusioni, si legge, nella traduzione dal francese: "Il decesso è dovuto a un grave trauma cranico con impatto posteriore, compatibile con una caduta ad alta energia cinetica e, in particolare, con una caduta dall’alto". La valutazione comprende le altre lesioni: "Anche la molteplicità e la gravità delle lesioni sul resto del corpo sono compatibili con una caduta da una grande altezza". Il referto, dunque, non le indica automaticamente come prova di un pestaggio. C’è poi il collo, sul quale si concentrano le domande della madre. La medico legale scrive: "Il meccanismo di costrizione del collo era visivamente poco marcato, ma non compatibile con la semplice apposizione della ghirlanda luminosa". Il riferimento è al filo di luci richiamato negli atti. Subito dopo precisa: "All’ispezione, nulla consente di dire che esso sia all’origine del decesso". Per chiarirne l’eventuale ruolo viene indicato l’esame anatomopatologico dei polmoni. Non è quindi accertato uno strangolamento mortale, ma è richiesto un approfondimento. Anche il sangue nell’alloggio ha una possibile spiegazione da verificare sulla scena: "Le molteplici piccole ferite della pianta dei piedi e del palmo delle mani potrebbero spiegare la presenza di sangue rinvenuto nell’abitazione, qualora sul posto siano stati identificati frammenti di vetro o un altro oggetto tagliente". È una possibilità subordinata al riscontro di vetri o altri oggetti taglienti sul posto. Infine, la frase che delimita ciò che possiamo affermare: "A questo stadio, se nulla consente di escludere che l’insieme delle lesioni sia stato causato dal soggetto stesso, appare prudente escludere formalmente l’intervento di un terzo".

La relazione considera quindi possibile che le lesioni siano state provocate da Gianpiero stesso, ma raccomanda ulteriori verifiche sull’eventuale intervento di un’altra persona. Non certifica un omicidio e non conclude per un suicidio certo. "Il nostro consulente, il professor Ricci, ci dice che alcune ferite sarebbero compatibili con un pestaggio. Io chiedo che questo venga chiarito", insiste la madre. "L’autopsia eseguita in Francia non stabilisce con certezza che si sia trattato di omicidio, suicidio o incidente", spiega Pietrantonio Ricci, consulente della famiglia e professore emerito di Medicina legale dell’Università Magna Graecia di Catanzaro. Sottolinea che "l’intervento di un terzo deve essere formalmente escluso con ulteriori indagini". E aggiunge: "Inoltre la relazione autoptica è incompleta. Mancano i risultati della tossicologia e dell’istologia". Le indagini francesi quindi proseguono. Secondo le informazioni raccolte, telefoni e dispositivi di Gianpiero sono stati sequestrati: gli scambi completi potranno essere confrontati con date, destinatari dei bonifici e ultimi contatti. Tra un rumore sentito e una scena vista, tra un bonifico e il motivo per cui viene disposto, manca ancora una parte della storia. È lì che continua il nostro lavoro: identificare le persone, cercare gli atti, confrontare orari e racconti. Gianpiero aveva lasciato Riccia per cucinare, viaggiare, imparare un’altra lingua. Sua madre aspetta di sapere perché non sia tornato più a casa: "Dalla Francia aspettiamo ancora tante informazioni. Se qualcuno sa qualcosa, vi prego: parli. Aiutateci a capire".

*Alessandro Politi è giornalista investigativo e inviato di «Chi l’ha visto?» su Rai 3, già alle «Iene» e a Rai 1. Docente alla Statale di Milano, all’Insubria e alla Sapienza di Roma, ha pubblicato per l’Ordine Nazionale dei Giornalisti il primo manuale italiano di giornalismo investigativo e d’inchiesta.

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