Diverse centinaia di persone, moltissimi giovani, tanti ancora minorenni. E, accanto a loro, la generazione più matura della sinistra catanese. Da piazza Trento a piazza Verga, nel capoluogo etneo, ci sono trecento metri. Una distanza che la manifestazione organizzata dalla rete Mai con Salvini Sicilia ha coperto in una intera mattinata, prima di arrivare alle transenne e tentare di forzarle. Nel Palazzo di Giustizia, l'ex ministro dell'Interno e leader della Lega stava affrontando l'udienza preliminare del processo Gregoretti per sequestro di persona. Cioè dei migranti che, tra luglio e agosto 2019 – a governo giallo-verde non ancora crollato – sono rimasti per giorni a bordo della nave Gregoretti della Guardia costiera italiana.

Mentre, nelle aule del tribunale catanese blindato, il giudice per l'udienza preliminare Nunzio Sarpietro decideva di rinviare tutto al 20 novembre, in strada la condanna di chi manifestava era già scritta. Era stampata come il volto di Salvini sulla carta igienica lanciata sulle forze dell'ordine in assetto antisommossa. Era nel fumogeno usato per dare fuoco alla bandiera della Lega insieme con quella del Partito democratico, sebbene qualche esponente dem fosse perfino presente alla partenza del corteo. La condanna era in ogni intervento al microfono e perfino sulla pettorina fatta indossare a un cane: 49, come i famosi milioni. La condanna era perfino, secondo alcuni, nella data dell'udienza: 3 ottobre, anniversario della strage di Lampedusa, e Giornata nazionale delle vittime dell'immigrazione.

"Sei stato condannato dalla storia. Se a quella condanna si aggiungerà anche quella del palazzo, saremo solo leggermente più contenti", dice l'attivista travestito da clown, vecchia conoscenza di Salvini. "Durante un altro evento suo a Soverato – racconta a Fanpage.it – per protesta ho staccato le chiavi del generatore di Salvini, così lui è rimasto sul palco senza microfono. Subito dopo sono stato aggredito prima da due attivisti della Lega e poi da un agente di polizia. E adesso sono di nuovo qui". A parlare, poco dopo, è un ragazzo eritreo, in Italia dal 2011, dopo essere arrivato con un barcone partito dalla Libia. "Nel barcone naufragato il 3 ottobre c'erano persone che conoscevo, miei connazionali – spiega a Fanpage.it – Persone che sono morte per scappare. Ho conosciuto tutti coloro che sono scesi dalla Diciotti e dalla Gregoretti: alcuni avevano difficoltà con la luce, per essere stati tanto a lungo detenuti al buio. Altri non riuscivano a muoversi. Sono qui perché non si può accettare una politica che non si basi sull'accoglienza".