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“Ci sentiamo italiani, ma oggi abbiamo paura”: la lettera di Kilian e Lukman contro la remigrazione

Kilian e Lukman, due giovani italiani di origine straniera, hanno deciso di raccontare pubblicamente la paura e il senso di esclusione vissuti dopo la diffusione di una lettera aperta contro la manifestazione sulla remigrazione prevista a Roma il 13 giugno. Tra insulti razzisti e accuse di non essere “veri italiani”, la loro testimonianza riporta al centro una domanda che riguarda l’intero Paese: perché nel 2026 c’è ancora chi deve dimostrare di appartenere alla propria casa?
A cura di Giulia Renda
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Ieri due ragazzi erano davanti al Colosseo tenendo in mano dei fogli, sui quali non c'erano né slogan né rivendicazioni politiche. C'erano gli insulti ricevuti negli ultimi giorni conseguenti ad una lettera aperta, dove parlano di quanto loro si sentano italiani e di come la cittadinanza non dovrebbe essere una conquista ma un diritto. "Tornate al vostro Paese", "Non sarete mai italiani", "Andatevene", Kilian e Lukman li mostrano uno dopo l'altro durante un flash mob organizzato a pochi giorni dalla manifestazione sulla remigrazione prevista a Roma il 13 giugno. Hanno 21 e 19 anni, uno studia Psicologia alla Sapienza, l'altro si prepara alla maturità. Sono italiani, ma di origine straniera e negli ultimi giorni si sono ritrovati a dover difendere pubblicamente qualcosa che non avrebbero mai immaginato di dover spiegare: il loro diritto a sentirsi parte del Paese in cui sono cresciuti.

Un testo semplice, diretto, senza slogan. Due ragazzi che si raccontano e parlano della paura di vivere in un Paese che torna a parlare apertamente di “rimpatri” e di appartenenza nazionale, come se alcune persone dovessero continuamente dimostrare di meritarsela.

Abbiamo scritto questa lettera perché abbiamo paura di quello che può essere il 13 giugno”, racconta Kilian. “Ci fa paura il fatto che nel 2026 si parli ancora di queste cose e che ci siano persone che ci considerano italiani di serie B”. Dopo la pubblicazione della lettera sono arrivati centinaia di commenti e messaggi sui social: inviti a “tornare al proprio Paese”, insulti razzisti, accuse di non essere davvero italiani. Un paradosso per chi, quel Paese, lo sente e lo vive come casa sua.

“Il mio Paese è l’Italia”, dice Kilian. “Elementari, medie, liceo, università: ho fatto tutto qui”. Lukman aggiunge un dettaglio che pesa più di molti slogan: “'Il problema non siete voi, sono altri immigrati', come se esistessero immigrati di serie A e immigrati di serie B”.

La remigrazione e il clima politico

Negli ultimi anni il termine “remigrazione” è uscito dai margini dell’estrema destra europea diventando sempre più centrale nel dibattito pubblico. Una parola che indica il rimpatrio forzato di immigrati e che, nelle interpretazioni più radicali, arriva a coinvolgere anche cittadini italiani di origine straniera.

A Roma, nelle settimane precedenti alla manifestazione del 13 giugno, una raccolta firme a sostegno della remigrazione ha ottenuto oltre 115mila adesioni. Per Lukman rendersi conto di ciò, ci racconta, è stato uno dei momenti più difficili. “Vedere quel numero mi ha fatto chiedere se questo fosse davvero un luogo sicuro. Roma è casa mia, ma vedere così tante persone sostenere una proposta del genere è stato orribile”.

Il successo di slogan come “remigrazione” si inserisce in un momento storico in cui la percezione pubblica dell’immigrazione e dell'immigrato è sempre più distorta lontana dalla realtà. Da anni una parte del discorso politico costruisce l’idea dello straniero come problema sociale, culturale e di sicurezza. Eppure i dati raccontano altro: secondo Eurispes nel 2025 il 57% degli italiani considerava l’immigrazione una minaccia per la sicurezza personale, mentre in realtà solo lo 0,4% delle persone straniere presenti nel Paese si trova in carcere. Questo è il segno di una crepa sempre più profonda, tra realtà e rappresentazione, in cui la paura finisce per contare più dei fatti.

Kilian:“Il razzismo l’ho conosciuto da bambino”

Per Kilian il razzismo non è iniziato qualche giorno o mese fa, lo vive da molti anni. “Alle elementari ero quello con il nome strano. C’erano genitori che allontanavano i propri figli da me. I miei genitori provavano a spiegarmi perché tutto ciò succedeva, facendomi capire anche di stare attento. Oggi mi sembra assurdo che un bambino debba essere messo in guardia sui pericoli che può correre soltanto perché esiste”. Anche Lukman racconta di essere cresciuto con l’idea di dover fare attenzione. “Da piccolo non ci pensavo molto. Erano i miei genitori a dirmi di stare attento. Crescendo ho iniziato a capire meglio quello che mi circondava”.

Oggi quella sensazione si è trasformata in qualcosa di più concreto. “In questo periodo sto studiando il Novecento per la maturità”, dice Lukman. “Studiamo proprio il periodo in cui si parlava di razze e di discriminazione etnica, leggere certi commenti oggi fa più paura perché sembrano cose che dovrebbero appartenere al passato”.

Due piazze, due idee di Paese

Il 13 giugno Roma vedrà due piazze contrapposte: da una parte la manifestazione per la remigrazione, dall’altra quella promossa da realtà antifasciste e antirazziste. Due visioni opposte di società che si confronteranno nella stessa città.

Kilian e Lukman sperano in una politica democratica, che trovi finalmente il coraggio di prendere posizione. “Serve una presa di coscienza collettiva”, dice Kilian. “Non è una questione che riguarda solo noi. È una questione di umanità”. Per Lukman, però, il problema non è soltanto chi porta avanti queste idee retrograde. “Spero che si mobilitino le persone che hanno valori antifascisti e antirazzisti. Ma ho la sensazione che spesso il dibattito politico rincorra questi temi invece di contrastarli davvero”. È qui che la loro storia smette di essere solo la storia di due ragazzi, perché la domanda che lasciano aperta alla fine della lettera non riguarda soltanto loro, ma riguarda ognuno di noi: "Che cosa dice dell’Italia di oggi il fatto che due giovani debbano spiegare pubblicamente perché si sentono italiani?".

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