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“Tutto bloccato fino alle elezioni”: fallisce il Piano Trump per Gaza e si teme una nuova escalation

La tregua a Gaza è un’illusione, le forze internazionali restano ferme a Gerusalemme mentre si attendono le elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre.
A Gerusalemme le bandiere di USA, Israele e UE una accanto all'altra. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida
A Gerusalemme le bandiere di USA, Israele e UE una accanto all'altra. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida

A Gaza il tempo sembra essere tornato indietro di quasi un anno, la speranza nella pace e in un piano di ricostruzione è svanita mentre la guerra non è mai davvero terminata. Fino alle prossime elezioni israeliane, che potrebbero segnare la fine dell'esecutivo di estrema destra di Benjamin Netanyahu non è, infatti, previsto alcun vero passo in avanti per il piano di pace nella Striscia e si teme, al contrario, la possibilità di un'ulteriore escalation.

Le grandi promesse di tregua e lo sbandierato Piano di Pace di Donald Trump sembrano essersi completamente arenati nel deserto. Come rivelato dal Guardian, la visione del Board of Peace (BoP), che inizialmente puntava alla ricostruzione totale di Gaza, è stata drasticamente declassata a un modesto progetto pilota nel sud della Striscia. E persino questo piano ridimensionato, che promette un campo temporaneo per una minima frazione dei due milioni di sfollati, gestito da un'amministrazione palestinese e presidiato da una piccola forza internazionale, difficilmente vedrà la luce prima della fine dell'anno.

Sul terreno, i movimenti procedono col contagocce. È vero, alcuni ufficiali marocchini e kosovari sono arrivati in Israele per formare l'ossatura della futura Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) e a ridosso del valico di Kerem Shalom sta prendendo forma un hub logistico per stoccare mezzi e attrezzature. Ma oltre il confine, a Rafah, dove dovrebbe sorgere il campo pilota, è tutto fermo. Le immagini satellitari restituiscono solo della terra smossa, nessuna struttura reale, né traccia della base di supporto dell'ISF. Viene da chiedersi cosa ne sia allora dell’impegno dei vari Paesi che avevano pagato 1 miliardo di dollari per prendere parte al Board of Peace o si erano resi disponibili a mandare i propri militari a Gaza. Cosa fanno adesso i soldati già mandati a Gerusalemme nell’attesa di entrare nell'enclave?

Nel caso dell’Italia, i Carabinieri avrebbero dovuto fare parte della più ampia Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), all'interno della Multinational Specialized Unit (MSU) a guida appunto italiana. Avrebbero avuto il compito di fare da cuscinetto tra i militari armati e la popolazione civile, occupandosi al contempo dell'addestramento della futura polizia palestinese. Ma l'addestramento dell’ISF in Egitto non è ancora iniziato e si prevede che, una volta che comincerà durerà comunque diversi mesi.

Al valico di confine tra Egitto e Gaza, invece, i Carabinieri si sarebbero dovuti integrare nella European Union Border Assistance Mission in Rafah (EUBAM Rafah). Ma secondo alcune fonti, EUBAM avrebbe bloccato persino le procedure di reclutamento del personale, proprio in attesa di una vera tregua che ci si aspetta possa arrivare solo dopo le elezioni israeliane di ottobre. Fanpage.it ha contattato il Ministero degli Affari Esteri per un commento rispetto ad un possibile ridimensionamento dell'impegno italiano a Gaza, ma al momento della pubblicazione del pezzo non abbiamo ancora ricevuto risposta.

Intanto nella Striscia non c'è pace, le operazioni militari israeliane si stanno concentrando nella parte est di Gaza City e sono sempre più intense: l'IDF sta spingendo la cosiddetta "linea gialla" sempre più ad ovest, inglobando i quartieri orientali di Al-Zaitun, Shujaiyya e Al-Tuffah.

Secondo l'agenzia di ricerca Forensic Architecture, a dicembre Israele aveva conquistato il 58% della Striscia e ha continuato ad avanzare fino a inglobarne più del 60%, creando una nuova linea immaginaria chiamata “linea arancione” che va ben oltre la "linea gialla" stabilita dagli accordi di ottobre. Una divisione che rischia di trasformarsi in un vero e proprio confine permanente: come documentato da una recente inchiesta dell'Associated Press Israele ha costruito dentro Gaza un muro lungo 23 km che separa a metà la Striscia.

Messo di fronte alle immagini satellitari che mostrano la rapida costruzione di una gigantesca barriera di terra, l'esercito israeliano ha confermato la sua realizzazione all'AP, giustificandola come necessaria per la sicurezza dei soldati all'interno della linea gialla. L'accordo, sostenuto dagli USA, concepiva questa linea come temporanea in attesa del ritiro israeliano, ma con lo stallo della tregua l'esercito israeliano si sta trincerando dentro un territorio che sembra sempre meno intenzionato a lasciare.

Intanto le bombe non si fermano e solo nell'ultima settimana l'esercito israeliano ha ucciso 13 bambini. Secondo il ministero della Salute di Gaza, dall'entrata in vigore del "cessate il fuoco" lo scorso ottobre gli attacchi israeliani sulla Striscia hanno ucciso 1180 persone.

“La situazione a Gaza City è molto pericolosa”, ci spiega al telefono Mohamed Almarin, residente nel quartiere di Al-Zaitun, “ci hanno fatti evacuare nuovamente per poter condurre nuove operazioni militari. Siamo di nuovo, ancora una volta, sfollati”.

Una fuga continua che spinge i civili verso i distretti limitrofi, come quello di Sabra, situato immediatamente a ovest e che condivide una linea di demarcazione diretta con Al-Zaitun. Ed è qui, che solo qualche giorno fa si è consumato l'ultimo atroce massacro.

"Stanno bruciando vivi donne e bambini. Vi mentono quando dicono che la guerra è finita, noi veniamo ancora bruciati vivi. Questa è l'ingiustizia che subisce la gente di Gaza”, urla un uomo alla telecamera mentre riprende la scena di un edificio residenziale colpito lunedì scorso a Sabra, “qui non c'è nessuna tregua”.

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