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Lo Stretto di Hormuz è di nuovo chiuso. Sono giorni ormai che gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare l’Iran, accusando i Pasdaran di aver violato gli accordi sul cessate il fuoco, prendendo di mira le navi commerciali di passaggio in quelle acque. Da Teheran non è tardata ad arrivare la risposta, sotto forma di missili diretti alle basi statunitensi nei Paesi del Golfo. Un’escalation che arriva a nemmeno un mese dalla firma del Memorandum d’Intesa tra i due Paesi, avvenuta a Ginevra lo scorso 17 giugno.
Quando gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di non rispettare i termini dell’accordo, impedendo appunto la libertà di navigazione nello stretto, gli Ayatollah hanno risposto in modo ambiguo. Non hanno ammesso gli attacchi, ma hanno rivendicato che spetti a loro definire i tragitti che tutte le imbarcazioni devono seguire quando passano in quel canale. Ora il traffico è di nuovo crollato, i barili di petrolio che piano piano avevano ripreso a defluire attraverso lo stretto di Hormuz sono di nuovo bloccati. Per l’Iran non è un problema. Il punto per i Pasdaran non è mai stato economico, l’obiettivo non è mai stato arricchirsi con quei commerci. Il nodo centrale è tutto geopolitico e ha a che fare, ancora una volta, con la capacità di dimostrare di poter controllare quel tratto di mare, di poter tenere sotto scacco l’economia mondiale.
Hormuz e l’obiettivo dei Pasdaran
È come se per l’Iran fosse più importante poter comprovare, ogni tot settimane, di avere il potere di chiudere lo stretto di Hormuz, che di vedere milioni di barili passare per quella rotta per andare a essere venduti al mondo intero. L’obiettivo nei negoziati è sempre stato quello di affermare il proprio controllo su quella rotta strategica, che è un vero e proprio asso nella manica, capace di influenzare l’economia mondiale. Il punto è che c’è un paragrafo del Memorandum d’intesa, firmato con Washington, che ora viene interpretato a piacere, a seconda dei propri obiettivi. Si tratta del quinto paragrafo, quello dedicato appunto a Hormuz. Dice che Teheran si impegna ad assumere tutte “le misure necessarie per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali, senza alcun costo per 60 giorni”.
Il paragrafo 5 del Memorandum
Non solo: dice anche di avviare “un dialogo con l’Oman per definire la futura gestione amministrativa e i servizi marittimi nello stretto di Hormuz, in discussione con gli altri Stati del Golfo persico, in conformità del diritto internazionale”. Insomma, sicuramente da un lato si mette nero su bianco che per un periodo di due mesi va garantita la libertà di navigazione, escludendo quindi quei pedaggi di cui l’Iran parlava in fase negoziale e ipotizzava di poter prevedere per le navi che transitavano. Dall’altro lato, però, si apre effettivamente alla possibilità di riconoscere che l’Iran e l’Oman possano gestire quel canale. E quindi si legittima, in qualche modo, la pretesa degli Ayatollah.
I piani per uccidere Trump
Non è una partita semplice, non lo è mai stata. In tutta questa confusione si inserisce anche un ulteriore elemento che complica la situazione. Cioè che Israele ha avvertito gli Stati Uniti di un piano dei Pasdaran per uccidere Donald Trump. È stato il Wall Street Journal a dare la notizia, precisando anche che queste informazioni di intelligence sono state condivise il giorno successivo al rientro del presidente da Ankara, dove si trovava per il vertice Nato. Tra l’altro, per tornare in patria Trump ha dovuto cambiare aereo per motivi di sicurezza, non meglio specificati. Il WSJ ha scritto anche che il presidente ha parlato proprio ieri al telefono con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ma non è chiaro se abbiano discusso anche di questa presunta cospirazione omicida ai danni di Trump.
I dubbi dei funzionari di intelligence
Oggi però la Cnn racconta che alcuni funzionari statunitensi avrebbero espresso dei dubbi sulla soffiata arrivata da Israele. Pensano che “potrebbe essere un tentativo di influenzare le decisioni di Donald Trump, impegnato a valutare se intensificare l’azione militare statunitense contro l’Iran”. Non avrebbe ancora deciso. Anche se in un primo momento aveva detto che il cessate il fuoco fosse terminato e i negoziati fossero una perdita di tempo, in realtà in queste ore ci sarebbero stati dei tentativi di fermare l’escalation. Gli iraniani non vogliono tornare alla guerra, non lo vogliono nemmeno gli Stati Uniti. L’unico attore che potrebbe spingere perché si torni alle piogge di missili e droni, rimane sempre Israele. Perché la guerra è funzionale alla sopravvivenza politica di Netanyahu.
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